SPIRITUALITÀ
Meditazioni sotto la Croce
dal Numero 15 del 14 aprile 2019
di Paolo Risso

Nel silenzio della preghiera, è possibile sostare sotto la croce di Gesù, raccoglierne le pene, le parole, gli esempi, e immergersi in quel Sacrificio che è la vita delle anime e si offre alla riflessione dei cristiani come un mistero da contemplare e adorare senza fine.

Oggi è Venerdì Santo. Per me, il posto più commovente per viverlo è la chiesa della mia parrocchia, chiesa bellissima, dominata da un grande affascinante Crocifisso, in dimensioni pressoché naturali, che molti ci invidiano, che ogni vescovo della mia diocesi, facendo qui il suo ingresso per la prima volta, indugia a contemplare a lungo, il quale, dal 1866, quando lì fu esposto, ha ascoltato infinite preghiere.
Da quando ero bambino a oggi, ogni Venerdì Santo passo un’ora, da solo, davanti al “mio” Crocifisso e Lui mi dice tante cose belle e sante.


Il perdono

Sento le sue parole, le parole di Gesù: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Non ha aperto bocca, Gesù, non si è difeso né ha minacciato alcuno. Contro di Lui hanno potuto dir tutto, osare tutto, in nome di una legge tradita, speculando sulle più ignobili passioni di complici di ogni risma: Caifa, Pilato, Erode – e i loro “galoppini” – nemici tra loro, ma amici contro il Nazareno. Per causa loro, Gesù sulla terra, ha perduto tutto.
Di suo, gli resta il dolore che lo penetra in ogni fibra, insinuandosi nel fondo più riposto della sua anima. Sua è solo la vergogna e lo sfacelo di una natura da Lui assunta con tutti i limiti e gli orrori della catastrofe, provocata dalla colpa dell’umanità prevaricatrice.
Ecco, i carnefici si dividono le sue vesti; i soldati, seduti intorno, gli fanno la guardia; il popolo, crudele e beffardo, lo contempla sadico e soddisfatto. I più insolenti ancora lo oltraggiano, scuotono il capo gongolanti, lo provocano a un assurdo colpo di scena che capovolga la sua condizione di “vinto”.
Ma “l’Eletto”, che ha confidato nel Padre, “il Re d’Israele”, il “Figlio di Dio”, ora deve morire nel modo da Lui stesso previsto e voluto, sommerso nell’abisso dell’ignominia, sprofondato nella desolazione più cupa.
Uno solo è il prodigio che Gesù opera, il più inatteso e incompreso: il perdono impetrato ai suoi nemici: «Essi non sanno quello che fanno». È la grande voce del Mediatore, che scusa e intercede per tutti quelli che ignorano e errano, per i distratti, gli apatici e i lontani. È il perdono riservato a grandi strati dell’umanità intorpidita, come estremo prodigio della Misericordia divina, che scuote, fa cambiare vita e redime.


Il Regno

Persino uno dei ladri crocifissi accanto a lui oltraggia Gesù, facendo eco alle provocazioni dei giudei. È lo sfogo sconsiderato di un infame che si appiglia all’ultimo tenuissimo filo di speranza, offerto da quel che ode ripetere contro il Nazareno, forse capace di salvare se stesso e lui. Non è implorazione, è scherno, sfida, sarcasmo, che conclude il vilipendio finora vomitato contro la sua persona. Ma in difesa di Gesù, questa volta, insorge il secondo dei giustiziati.
Lo si è chiamato Disma: di lui sappiamo solo che era un malfattore; distinguendosi nella storia del processo di Gesù, per un passato di soprusi e di violenze. Ma forse Disma aveva visto e udito Gesù, lo aveva ammirato e temuto, quando passava e predicava per Gerusalemme. Disma ha la spavalderia del fuorilegge e ha pure conservato la sincerità dell’uomo, bandito da una società ipocrita e ingiusta.
Disma agonizza tra gli spasimi inauditi; ma finora ha pure “spiato” Gesù in croce, nel silenzio che lo stupore impone spesso a nature primitive ed esuberanti. Non dice nulla contro gli esecutori della giustizia; riconosce i suoi delitti e ne accetta la condanna. Soltanto l’atteggiamento del compagno di supplizio lo rianima dell’antica fierezza. Gesù è in croce, vestito solo della sua pelle, ferito, coronato di spine, ma cosa vede in Lui, Disma?
Per un dono singolare, vede in Gesù un Re, che dispone di un regno eterno, che essendo il suo, può dare a chi glielo chiede e gli dimostra fede e amore. Tutto questo esplode nella più vibrata e commovente difesa dell’innocenza di Gesù, che è insieme professione sfolgorante di fede e appello struggente alla sua misericordia: «Gesù, ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42).
Tutto il cielo si squarcia sul capo di Gesù, intorno al suo patibolo. Per Gesù, il creato impallidisce e scompare nelle tenebre. In Gesù, straziato e deriso, Disma scopre il suo Dio, esalta la sovrumana potenza di un Re che trascende il tempo e vince la morte. Rinnovato nella sua partecipazione alla sua agonia espiatrice, Disma è il primo che sente da Gesù la promessa dell’eterna pace, come è l’unico a proclamare la sua divina maestà nella desolazione in cui lo ha gettato l’odio e l’ateismo di uomini senza-Dio.


La Madre

L’ultima volta Maria, la madre di Gesù – l’Uomo-Dio –, era comparsa in Galilea, quando chiese di parlargli, Gesù predicava alla folla.
Gli annunciarono l’arrivo, ma quasi noncurante di Lei, Gesù prese occasione per magnificare vincoli di parentela superiori a quelli del sangue.
Ora Maria, la Madre, gli è di nuovo vicina, in compagnia di Giovanni, il prediletto: ritta, presso la croce, nella ieratica immobilità di un dolore senza confini. Non poteva mancare, sotto la croce, ai piedi del Figlio morente, Colei che aveva sempre condiviso la sua offerta, nella più vigile attesa della sua ora.
Guidata dallo Spirito, lo ha seguito – invisibilmente – nel Cenacolo, nel Getsemani, nel tradimento di Giuda, a ogni tappa dolorosa del processo, alle orrende scene del supplizio. La sua angoscia scaturisce da un amore unico, incomparabilmente più alto di quello che ha fatto gemere e tramortire i mistici di tutti i tempi. Ella è “la Mamma” di Gesù, e quale Mamma!
Come Gesù, accetta e trascende la propria personale situazione di donna ferita nel suo affetto più sacro. Immersa nel suo dolore, con Gesù crocifisso forma una sola grande Vittima, sacrificata per la gloria del Padre e la vita del mondo. Questa la com-passione espiatrice e redentrice, questa la sua Corredenzione salvifica, che la rende Madre di un’umanità rigenerata anche dalle sue lacrime. Sì, accanto e in unità all’unico Redentore, Gesù, Ella è la nostra Corredentrice.
Per noi Gesù la dona a Giovanni, il discepolo che non è fuggito davanti alla croce. Per Giovanni, Gesù ci affida a Lei, alla quale nulla potrà mai essere negato per i meriti di un martirio che le fa toccare il culmine del dolore e il vertice della sua potenza supplice.


La sete

Con Maria, la Madre, e con Giovanni, con la Maddalena e il ladrone pentito, Disma, il mio prediletto, nel silenzio di questo Venerdì Santo in questa chiesa del mio Battesimo e della mia vita cristiana, o Gesù, adoro il mistero di una sofferenza che assorbe ed eccede le nostre innumerevoli sofferenze. Il mistero del tuo dolore, o Gesù, è impenetrabile come l’altro della tua infinita misericordia che lo ha voluto perché, in Te, rendessimo a Dio una riparazione degna della sua maestà infinita, capace di ridonare a tutti quelli che ti accolgono, la vita vera della grazia santificante.
Gesù, si è fatto per noi, come “il Maledetto”: così lo hanno contemplato i profeti, così lo dichiara la Legge. In Lui ora si raccolgono limacciose e amare le acque delle nostre immondezze. Esse lo invadono e lo sommergono, si fanno sentire su di Lui, come fossero sue, anche se Lui è l’Innocente in persona e, pertanto, nella luce di essere Figlio di Dio le odia con tutto l’amore dello Spirito che lo divora.
Neppure il Padre sembra più essere per Lui, Padre. Egli si nasconde sull’orizzonte inferiore del suo spirito. Le tenebre si addensano e si estendono oltre ogni misura, la solitudine si fa immensa. Come sopraffatto, ma sempre fiducioso, «a gran voce», grida il salmo del giusto trionfatore, «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Sì, questo è l’inizio del salmo 21, che si apre con il senso dell’abbandono, ma si conclude con il trionfo del giusto sui singoli e sui popoli.
Gesù è giunto alla fase risolutiva del suo formidabile dramma: dall’alto del patibolo più infame che è la croce, Gesù ha riconciliato Cielo e terra. Ora, Egli alza il lamento della sua sete di anime («Ho sete», non “ho sonno”, neppure “è finita”), sete di anime riscattate dalla potenza del suo inestinguibile, implacabile amore. Le anime – le nazioni – sono di Gesù, il Re crocifisso.


Il centro


La sua sete non è capita. Chi giunge con la spugna imbevuta d’aceto, lo insulta ancora. Quel sorso di bevanda è amaro come la morte che però Gesù sta per inghiottire e vincere per sempre. Ora, davvero può dichiarare al Padre e all’umanità: «Tutto è compiuto». Nell’ordine umano, nella sfera dello spirito, sul piano della grazia, non può spingersi oltre: Dio non può dare più di Se stesso.
A questo, Gesù puntava da sempre, fin dal primo istante dell’Incarnazione nel seno della Vergine sua madre. Gesù vive momenti sublimi, eterni. La malvagità umana ha preteso di opprimerlo, di schiacciarlo, ma ne è rimasta vinta: la morte, tra poco, consentirà a Gesù l’ultimo più grande trionfo. Ora ne pregusta quasi la gioia, contemplando folle sterminate di redenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi, che passano e sostano sotto la sua croce, eretta per sempre al centro del mondo.
L’aveva detto: «Innalzato da terra [sulla croce], attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Ai redenti da Lui, Gesù pensa: in loro e con loro vive; attende ciascuno di loro per imprimere nei loro volti il suo Volto divino, per dare loro il suo abbraccio infinito di amore.
In questa visione, che si spinge fino all’estremo orizzonte della storia, sorprende Gesù, il suo ultimo istante: grida il suo abbandono nelle mani del Padre, reclina il capo, rende lo spirito. Con l’ultimo respiro Gesù ha sconfitto la morte: per Gesù – e per chi segue Gesù e a Lui si unisce – la partita è vinta. Ora dal fondo dell’abisso, inizia la ripresa che sarà travolgente ascensione alla luce senza tramonti.
Il Calvario, più che il monte delle beatitudini, è il secondo Sinai, dove l’intera creazione proclama ai secoli futuri il nuovo patto della Misericordia, la nuova ad eterna alleanza.
Parenti e amici allibiscono; i soldati, il centurione e la folla, accorsa per rendergli più amara l’agonia, sono invasi dallo spavento: solo ora capiscono, si ricredono, si picchiano il petto, si allontanano riconoscendo: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).
Contemplo il Crocifisso nella mia chiesa parrocchiale: è l’ora nona, l’ora dell’Olocausto supremo di Gesù per me. Da una finestra della chiesa, sotto il soffitto, dove, come nelle basiliche paleocristiane è raffigurato Gesù risorto che sale al Cielo, scende un raggio di sole sul volto reclinato, esanime e dolcissimo del “mio Gesù”.
Non mi viene in mente altro che quanto scrisse J. J. Rousseau, pure negatore ed empio: «Socrate, levando la coppa avvelenata, benedice chi, forse piangendo, gliela offre. Gesù, nel supplizio atroce, prega per i suoi carnefici inviperiti. La vita e la morte di Socrate convengono a un saggio, ma la vita e la morte di Gesù convengono soltanto a un Dio».
Credo, Signore Gesù. Gesù, che io ti ami e ti faccia amare.