SPIRITUALITÀ
Per vincere il “ricordo delle offese”
dal Numero 12 del 24 marzo 2019
di Padre Luca M. Genovese

Il ricordo delle offese prolunga nell’anima la passione dell’ira ed è molto dannoso perché cristallizza il momentaneo moto di collera in un odio più razionale e stabile. Il cristiano lo combatte con il ricordo della Passione di Gesù e la pratica della carità che – come dice san Paolo – «non tiene conto del male ricevuto».

Vincere il ricordo delle offese è un ingrediente essenziale della vita spirituale per il monaco san Giovanni Climaco. Tale ricordo sarebbe la «punta estrema dell’ira» (Scala Paradisi, n. 80). Se l’ira è pericolosa sul momento, perché scatena una reazione improvvisa ed irrazionale, il ricordo della causa dell’ira è ancor più pericoloso perché realizza un piano di vendetta più grande e studiato.
«[Il ricordo delle offese] si aliena dalla carità e aderisce come chiodo conficcato nell’anima al compiaciuto senso di un godimento sofferto e indolore dell’amaro nella scelta continua del peccato» (ibidem).
Il ricordo, il chiodo fisso di un’offesa, genera un compiaciuto dolore. Si direbbe che l’iracondo recidivo, vittima non solo delle sue passioni momentanee ma di una pervicace persistenza in esse, si compiaccia dell’amarezza che sente nel sentirsi offeso e per questo cerca continuamente una vendetta.
Questo atteggiamento può anche diventare una totale patologia psicologica e sociale e si ritrova facilmente in tante ideologie – soprattutto di matrice dialettica ed hegeliana – le quali ricorrono all’espediente della lotta sociale, della distruzione sistematica politico-sociale dell’avversario e alla sua costante demonizzazione per far risplendere la propria giustizia e la propria superiorità.
Le ideologie patologiche moderne non considerano l’uomo come sostanza, tanto meno come figlio di Dio, ma come entità sociale individua da elencare tra i propri amici o tra i propri nemici.
E questo perché si impone soprattutto, anzi solo, per i propri nemici, il ricordo delle offese ricevute, che diventano eterne ed invincibili e si estinguono solo in parte con la morte del reo.
Ecco perché il vero cristiano, che ha orizzonti più ampi delle ideologie umane, cerca di superare il cerchio della dialettica sistematica, fine a se stessa, che porta inevitabilmente allo scontro, alla soppressione dell’altro perché considerato un nemico.
Le ideologie moderne, fondate sulla dialettica, sono la più pericolosa applicazione del vizio del “ricordo delle offese”, denunciato da san Giovanni Climaco.
«Chi desiste dall’ira domina il ricordo delle offese perché la generazione avviene finché vive colui che genera» (ibidem).
L’ira è l’abominio capitale, la madre della distruzione, dell’omicidio e del genocidio, spesso anche del suicidio perché Giuda, omicida del Signore, non trovò nient’altro di meglio che uccidersi per togliersi il rimorso di coscienza che lo attanagliava per aver praticato un simile delitto.
L’ira ed il ricordo delle offese, che è un’ira prolungata nel tempo, razionalizzata e addirittura nelle ideologie sistematizzata come una metodologia di pensiero, sono la matrigna del perverso comportamento dell’uomo violento ed intollerante pur nascosto dietro la lacca artificiosa di un sistema di pensiero.
«Elimina l’ira chi ha raggiunto il possesso della carità» (ibidem). Meditando questa frase scultorea, come non si può non pensare alla “Missionaria della carità” per eccellenza del secolo scorso, Madre Teresa di Calcutta, che ha fatto della carità il suo programma di vita? Nessuno è stato, nel secolo passato, più anti-ideologico ed interclassista di lei.
In una società divisa rigidamente in classi sociali come l’India, dove facilmente gli scontri e le separazioni sono atavici, ella ha saputo accogliere nei suoi ricoveri per malati e morenti ogni genere di persona bisognosa, dalla più ricca alla più povera, senza distinzione di trattamento e di carità perché «la carità non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto» (1Cor 13,5). Veramente il dono della fede e delle virtù cristiane sarebbero una panacea sociale.
«Chi si ricorda delle offese lo faccia per quelle dei demoni» (Scala Paradisi, n. 81). Ecco delle offese che possiamo, anzi dobbiamo ricordare: quelle che ci hanno fatto i demoni fin dal principio: «Chi commette il peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8). Fin dal principio il peccato è entrato nel mondo a causa del diavolo (cf. Sap 2,24). È lui quindi l’oggetto della nostra battaglia. Ma siccome è un essere spirituale va combattuto con armi spirituali, non carnali.
Un grande rimedio per il ricordo delle offese e delle perniciose idee maligne sugli altri è la preghiera. «La preghiera di Gesù [...] ti faccia arrossire. E se dopo tanti sforzi non riesci ad eliminare del tutto la spina, almeno confessa apertamente il fuoco della tua compunzione...» (Scala Paradisi, n. 81). Non è detto che si riesca subito a vincere il vizio del ricordo delle offese ma già il provarci con la preghiera e la ricerca dell’umiltà è un sintomo di guarigione.
Altra medicina molto forte contro il ricordo delle offese è la memoria della Passione di Gesù: «Guarirà il ricordo delle offese la memoria della Passione di Gesù. Poiché susciterà in noi una grande vergogna il confronto con l’accettazione di tanti mali» (ibidem).
La Passione di Gesù è il nodo fondamentale condiviso da tutti i Vangeli. È l’evento che tutti gli Evangelisti hanno voluto riprodurre dettagliatamente, più della Risurrezione, che peraltro è indefinibile. Vuol dire che i primi cristiani si fondavano sulla meditazione della Passione di Cristo come segno di unità e di riconciliazione fraterna. La Passione è il trionfo dell’umanità santa ed immacolata, quella di Cristo, sul peccato e sulla morte, e quindi su tutte le sue derivazioni, ivi compresa il “ricordo delle offese”, causa dell’ira.
Gesù, come sappiamo, non ha reagito direttamente al peccato subìto: maltrattato, «si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7).
Se Gesù avesse dovuto ricordare tutte le nostre offese e attuare la giustizia divina per ciascuna di esse non ci sarebbe stato scampo per noi.
Così se abbiamo fede in Lui e nella sua Santa Madre, prima collaboratrice del Signore e augusta Corredentrice, dobbiamo portare il peso delle nostre croci senza tentare di liberarci, accettando volontariamente e serenamente la volontà di Dio su di noi nelle umiliazioni e sofferenze ricevute.