SPIRITUALITÀ
“Credettero in Lui”
dal Numero 4 del 27 gennaio 2019
di Paolo Risso

Cana di Galilea aprì davanti alla storia il velo sotto il quale era nascosta la realtà più intima di Gesù: la sua divinità. Quel velo si apre ancora, davanti a chi voglia meditare con fede questa affascinante pagina del Vangelo che mentre registra la nascita della fede dei primi discepoli, interroga e ravviva la nostra.

Cana di Galilea, piccolo villaggio a poche ore da Nazareth, camminando verso il nord. Un nido di famiglie e buona gente. Tutti si conoscevano, e la festa di uno era la festa di tutti.


Un fatto di cordialità

San Giovanni, nel suo Vangelo, racconta: «Il terzo giorno, in Cana di Galilea, si celebrò una festa di nozze, e la Madre di Gesù si trovava là. Alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,1-11). Maria, la Madre, precede Gesù, al banchetto nuziale. Il quale durava parecchi giorni. Al terzo, arriva Gesù dalla Giudea, dalle rive del fiume Giordano, dove lo hanno seguito già alcuni amici, Giovanni (che sarà il prediletto e l’evangelista), Giacomo, Andrea, Pietro... e qualcun altro.
Ora i convitati sono aumentati. Giovanni, appunto tra i primi chiamati dal Rabbi di Nazareth, continua a raccontare: «Ed essendo venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù gli dice: “Non hanno più vino”. Gesù le risponde: “Che vuoi, o donna? La mia ora non è ancora venuta”».
Maria sa chi è Gesù e che ha obbedito a Lei per 30 anni. Ora Gesù è presente a una festa di nozze: è venuto per santificare quella festa, o meglio, per santificare l’inizio di una nuova famiglia con la sua presenza originale e unica, che fa nuova ogni cosa. Non si è mosso per gozzovigliare, ma per santificare. Non è vero che Maria sua Madre gli sta strappando un miracolo poco edificante.
«Gesù volle consacrare con la sua presenza uno degli avvenimenti più importanti della vita dell’uomo: il fondarsi di una famiglia; di un nuovo focolare domestico» (A. Vaccari S.J. nei Vangeli da lui commentati, Salani, Firenze 1950, vol. VIII, p. 297). Così insegnano i Padri della Chiesa, san Tommaso compreso: Gesù a Cana di Galilea ha elevato il matrimonio a dignità di Sacramento. Notate: Gesù inizia la vita pubblica, il suo ministero, ricevendo il battesimo di Giovanni, figura del Battesimo vero, il primo dei Sacramenti, che inizia alla fede e alla grazia santificante, che è l’inizio della famiglia in Lui.
Ed è per questo che chi crede e segue Gesù, si sposa in tre: lui, lei e Gesù, come illustra da par suo il venerabile mons. Fulton Sheen, nel suo libro, Tre per sposarsi (Richter, Napoli 1953).
Maria Santissima affretta l’ora di Gesù, perché a Cana c’era una famiglia che nasce. Ella, indicando Gesù, ai servi del convito, dice: «Fate tutto ciò che Lui vi dirà». È questo il “buon consiglio” di Maria, appunto “Madre del Buon Consiglio”: fare ciò che Gesù dirà. Non teme, Maria, sa che Gesù opererà come Lui solo sa e può.
«Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le anfore”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”».


Inizio di manifestazione

Un fatto che abbiamo letto e sentito proclamare tantissime volte, ma di estrema cordialità familiare e paesana, venato di umorismo a causa degli invitati che pregustano l’allegria finale. Attenzione però: c’è Gesù, il principale protagonista, che occupa la scena. Viene la conclusione folgorante, quasi improvvisa: «Così Gesù, in Cana di Galilea, cominciò a fare miracoli; manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in Lui» (Gv 2,11).
Credettero in Lui: ma che cosa potevano credere a Cana? Lo chiamavano ancora “il figlio del falegname”, o addirittura “il falegname” perché Giuseppe non c’era più. Quel mestiere lo aveva fatto fino a poche settimane prima, mentre ora era venuta la sua ora, la sua storica ora, quella di dare inizio alla più bella e grande avventura, in cui Dio, oggi, coinvolge ancora l’umanità, la sua Redenzione, sino alla fine dei secoli.
Matteo, il primo evangelista, ha fretta di andare avanti e passa oltre con poche parole: «Gesù andò a stabilirsi a Cafarnao, che era il riva al lago» (Mt 4,13). Cioè, con precisione, l’angolo nord-ovest del lago di Tiberiade, crocevia obbligatorio delle strade che scendevano da Tiro e Damasco, verso Samaria, Giudea e Gerusalemme, quindi verso il Mediterraneo e verso l’Egitto. Un punto dove vivevano ebrei, ma anche passavano (e soggiornavano) molti pagani, fenici, siriani, greci, romani e altri ancora. Lì davvero Gesù poteva diffondere con una risonanza grande la “buona notizia” del suo Vangelo.
All’inizio della sua missione pubblica, Gesù aveva visitato Gerusalemme, la capitale dell’ebraismo (come narra Giovanni, nei primi capitoli del suo Vangelo), poi era tornato in Galilea, dove la Mamma lo aveva preceduto a Cana. Ella era ansiosa di rivederlo, e l’occasione dello sposalizio le era apparsa buona. E fu Lei, in persona, che per 30 anni era stata l’amorevole e silenziosa testimone della fanciullezza e della giovinezza del Figlio, a lanciarlo, con finezza e grazia tutta mariana, alla manifestazione inaugurale della sua regalità sovrumana.
Con l’incoraggiamento di Lei, Gesù opera il prodigio: evidente e ineccepibile, davanti al quale i primi amici suoi ricevono e accolgono il dono di incominciare a credere. Grazie all’acqua limpida fiammeggiata in rosso vino, si manifesta nella semplice umanità del “falegname” di Nazareth il fuoco della sua “gloria”. La “gloria”, di cui parla Giovanni, è la stessa “gloria” di cui parla la Sacra Scrittura, l’antica letteratura dell’ebraismo: è la manifestazione della Divinità. Giovanni l’aveva già posta all’inizio del suo Vangelo: «Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di Unigenito del Padre, pieno di grazia e verità» (Gv 1,14). Ecco: nel “falegname” di Nazareth, c’è Dio, anzi Lui stesso è Dio come il Padre.
A Cana fu solo l’alba della manifestazione: un inizio discreto per gli amici, per gli intimi. Poi i miracoli – i “segni”, come dice Giovanni – si moltiplicheranno: a Cafarnao, a Betsaida, Naim, Samaria, Gerico, Betania, Gerusalemme, e la loro testimonianza si spargerà lontano, sino ai confini della terra di Gesù e oltre, proprio a causa di quella sua terra, che stava all’incrocio di tre continenti: Europa, Asia e Africa, e soprattutto della novità assoluta dell’opera e della persona del loro Autore, Gesù!
Come si poteva resistere a quell’onda di “gloria” (= di divinità) che con seducente potenza avanzava? Nei miracoli di Gesù ci si imbatte per forza. Non si possono sfuggire: al di là di essi si schiudono gli abissi della sua intimità divina. Quei miracoli non si possono staccare l’uno dall’altro, frantumare con la tortura di un’apparente critica razionalista, fatta passare per “scientifica”, per ridurli a favola, a leggenda. In certi libri di “cristologia” sta scritto che essi sono leggende, miti, ma noi sappiamo che sono fatti storici assodati, che neppure i primi critici del Cristianesimo mettono in dubbio. È solo dall’Illuminismo che si prova a liberarsi di essi.
Ma i miracoli sono un blocco unico con la persona di Gesù, con la sua figura gigantesca, la sua santità immacolata e divina, la sua impresa totale, la sua potenza nel creare quell’opera unica, il Cristianesimo, che sfida i millenni. I miracoli di Gesù, nel loro insieme, sono l’armatura gagliarda del Cristianesimo nascente.


Oggi per me

Quel Cristianesimo nascente, primavera e fiore della nuova umanità, non fu un ammasso di sogni o un delirio di illusi: fu un “corpo” di persone convinte, fino al punto di dare la vita per confermare con il sangue la Verità di quanto avevano veduto: avevano veduto con i loro occhi la potenza miracolosa di Gesù, unita all’insieme della sua personalità sconvolgente.
Se furono aperti alla luce, credettero in Lui. Se furono intelligenti, credettero. Se furono onesti, credettero. Se ebbero buon senso, credettero. I primi cristiani furono intelligenti, onesti, persone di buon senso, e aperte alla luce. E ci trasmisero il loro meraviglioso annuncio di Gesù. Cana conobbe il primo trionfo di intelligenza, onestà, apertura alla luce, forse, sopra ogni altra cosa, il trionfo del buon senso, del ragionare realistico.
Del resto, scrisse Dante: «“Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo”, / diss’io, “sanza miracoli, quest’uno / è tal, che li altri non sono il centesmo”» (Paradiso, canto XXIV, vv. 106-108). Ma su questo torneremo.
La piccola indimenticabile Cana di Galilea, a una festa di nozze, aprì davanti alla storia il velo sotto cui era nascosta la realtà più intima di Gesù: il suo essere Dio. Fu come una sua seconda nascita alla presenza del mondo. I cristiani d’Oriente, ma anche noi, uniscono all’Epifania di Gesù ai Magi, il Battesimo nel Giordano e il miracolo di Cana, come una sola manifestazione di Gesù, in tre puntate.
Il velo si apre ancora, e la «gloria di Gesù si manifesta vittoriosa. Non solo per gli intimi, ma per le moltitudini, per i popoli, per i secoli. Quindi oggi per me. Anch’io a distanza di due millenni, nell’acqua mutata in vino, posso e devo attingere la mia fede in Gesù Cristo, l’Uomo-Dio. Cana di Galilea è punto di partenza, scelto da Gesù stesso, e da sua Madre, per incominciare la conquista dei secoli. Conquisterà anche il nostro XXI secolo. Il quale sarà di Cristo o non sarà... nulla». Io posso iniziare, tocca a me.