SPIRITUALITÀ
Accidia: pigrizia o pseudo virtù moderna?
dal Numero 43 del 11 novembre 2018
di Padre Luca M. Genovese

C’è chi si ubriaca di alcool per non pensare alle proprie responsabilità e chi si ubriaca di lavoro per non pensare a Dio, a se stesso e al suo destino ultimo. Alla scuola di un grande maestro dell’antichità, scopriamo la vera anima del vizio dell’accidia che tanto danno provoca in coloro che la coltivano.

Analizzando la parola “accidia”, anche con l’ausilio di dizionari moderni, scopriamo che è una parola dai significati opposti nel suo senso laico rispetto al senso cristiano. Tutti pensano che l’accidia corrisponda più o meno alla pigrizia, alla noia, al tedio ed alla poca voglia di lavorare. Sarebbe il vizio degli scansafatiche e dei mangiapane a ufo.
Anche un moderno dizionario della lingua italiana dà questa definizione: «Accidia: avversione all’operare, associata all’idea di tedio oltre che a quella di neghittosità [...]».
Dunque l’accidioso sarebbe, oltre a uno che non fa niente, anche uno che si dà le arie di fare qualcosa di importante. Un principe nudo, un mitomane in atto.
Il grande santo dell’antichità, san Giovanni Climaco († 650), monaco del monte Sinai, maestro di una fiorente comunità monastica e grande conoscitore dell’animo umano, dell’accidia dà tutt’altra spiegazione: l’accidioso in realtà è un “attivista”. Ma che tipo di attività svolge?
«Spesso [l’accidia] nasce come un rampollo tra i rami della loquacità [...] l’accidia è la paresi dell’anima per cui la mente si infiacchisce, l’ascesi viene trascurata, la vocazione è detestata. Esaltando i beni del mondo calunnia la misericordia e la filantropia divina, allenta la tensione della salmodia e rende fiacca la preghiera, mentre infonde una ferrea energia per i servizi, sollecitudine per i lavori manuali e riprovazione per l’ubbidienza [...]».
L’accidia nasce dunque dal discorso (falso), dalla molta loquacità, dal molto parlare solo per parlare e sentir parlare (cf. At 17,21). La chiacchiera spesso anima i nostri dibattiti ed i talk show, dove ognuno dice la sua ed ognuno rimane della sua idea, magari pure buttandosi ad insultare gli altri che non la pensano come sé. L’accidia è l’inno all’attività e la nemica della contemplazione, la distruttrice dell’ubbidienza nel nome del diritto e del progresso.
Viene da pensare alla distruzione degli Stati cattolici ad opera dello Stato sabaudo ai tempi dell’ottocentesca impresa dei Mille ed il conseguente incameramento statale di tutti i beni ecclesiastici degli ordini contemplativi...
Il progresso e la scienza empirica erano per quello Stato nemici della contemplazione. Chi pregava doveva essere eliminato ed i suoi beni sequestrati. L’accidia è il dogma dell’attività folle e senza senso che si getta nel lavoro e nella produzione pur di non pensare a Dio, alla sua Legge ed al suo giudizio: una specie di ubriacatura dell’animo davanti alle realtà eterne sempre più imminenti.
C’è chi si ubriaca con l’alcool per non pensare alle proprie responsabilità, e chi si ubriaca di lavoro per non pensare a Dio ed alla preghiera dovuta, al fine ultimo della propria esistenza e all’esigenza di convertirsi. Il risultato è la nevrosi del vivere. Vivere sempre in moto senza trovare mai l’approdo del proprio andare è come il mito del supplizio di Tantalo o la punizione del titano Prometeo per essersi ribellato al padre degli dèi: i titani mitologici sono come gli uomini condannati ad un nulla eterno.
In fondo sono come quegli “ignavi” che Dante pone nell’anti-inferno: «E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna / che girando correva tanto ratta,/che d’ogne posa mi parea indegna; / e dietro le venìa sì lunga tratta / di gente, ch’i’ non averei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta» (Inferno, canto III).
L’Inferno dantesco non accoglie coloro che non sono stati sostenitori del male ed il Paradiso non accoglie coloro che non sono stati sostenitori del bene. Così una lunga tratta di gente, che non avrei creduto che morte tanta ne avesse disfatta, entrano in questo limbo di disgraziati, né dannati né santi, costretti a fare come hanno sempre fatto nella loro vita: correre dietro ad un inutile insegna, l’insegna dell’ideologia, del mito della scienza e della tecnica, dello sport, della politica, della bellezza, della vanità del mondo, dimenticandosi completamente di Dio e facendo di quell’insegna il proprio idolo, il proprio personale dio, oggi si direbbe, con linguaggio orientale, il proprio mantra.
Dio è dimenticato ma l’insegna che ciascuno si dà della propria felicità è esaltata: ecco la vera accidia! Non volere vedere con gli occhi dell’intelletto e del cuore perché si è perso il ben dell’intelletto, l’Autore di tutte le cose e la Redenzione che Cristo ci ha offerto a prezzo del suo Sangue.
Queste cose appaiono vuote mentre quelle veramente vuote appaiono piene!
Quale triste spettacolo sono oggi gli sposi cristiani che nel giorno del matrimonio pensano solo alle foto, ai film, alla festa, alla torta, persino a rappresentazioni licenziose durante il loro giorno più importante, ma non pensano a Cristo, il loro Salvatore ed unica ragione della loro unione.
Quanti bambini colpevolmente distratti dai genitori nel giorno della prima Comunione pensano ad ogni cosa esterna per fare una bella festa insieme a tutti i parenti, magari venuti da lontano, ma non pensano affatto ad amare ed imitare Cristo, tanto vicino, che per tutti si fa carne e per la prima volta entra nel loro cuore!
La vera accidia è l’attivismo sfrenato, il gusto dei sensi, la smania di adeguarsi al mondo e di possederlo, dimenticandosi del vero bene, nascosto dietro la virtù della preghiera, della penitenza e della carità umile e sincera.
«L’accidia, tra i vizi capitali il più funesto di tutti – dice il nostro Monaco –, non trova però dove posare il capo tra chi obbedisce».
L’obbedienza, ovvero la sottomissione a Dio fatta anche a chi ha luogo di Dio, è la vera vittoria dell’accidia, che è la blasfemia del fare, l’apostasia dell’azione. La pigrizia spirituale, anzi l’inferno sulla terra è dato dal non impegnarsi per Dio ma per altro. Lo zelo per il governo laico del mondo, l’indipendenza dell’uomo dalle divine leggi rivendicata come un diritto, il voler sempre cambiare disprezzando gli esempi santi degli antichi, questa è l’attuale accidia e la modernità vi sprofonda dentro come in un fango avvinghiante dal quale non può più uscire: «Dipendono da me [parla l’accidia] il mutare luogo, il disubbidire al padre, il dimenticarsi del giudizio, il venir meno alla chiamata».
Davanti allo scempio di oggi animato dalla blasfemia e apostasia dell’accidia, a chi possiamo ricorrere perché ci salvi da questo mondo perduto? Solo a Colei che non ha mai conosciuto macchia di peccato, non si è offerta, neanche per un istante, all’accidia, bestemmia silenziosa contro Dio e la sua volontà. La Vergine Maria Immacolata, che neanche con un pensiero ha offeso Dio, non avrebbe mai potuto farlo neppure nel suo cuore e nel suo spirito! Ella è la vincitrice di ogni accidia: sia di quella attivista moderna che di quella rinunciataria dei falsi contemplativi.