SPIRITUALITÀ
Nel centenario delle Stimmate di Padre Pio...
dal Numero 36 del 16 settembre 2018
di Suor M. Gabriella Iannelli, FI

Il rovesciamento della prospettiva naturale riguardo alla sofferenza e alla morte, guardate da san Pio con desiderio appassionato, non è altro che la stessa follia amorosa della Croce. Seguiamo Padre Pio nella sua personale Via Crucis per poter intravedere anche noi la bellezza e la «dolcezza della croce portata cristianamente».

Santa Teresa di Gesù Bambino, la più giovane dottoressa della Chiesa, negli ultimi mesi della sua breve vita, esprime il suo totale distacco da tutto, e scrive riguardo alla sofferenza e alla morte: «Non desidero più la sofferenza, né la morte, eppure le amo tutte e due, ma è l’amore solo che mi attira. A lungo le ho desiderate; ho posseduto la sofferenza e ho creduto di raggiungere la riva del Cielo, ho creduto che il fiorellino sarebbe stato colto nella sua primavera. Ora l’abbandono solo mi guida» (Storia di un’anima, n. 235). Sono parole che lasciano meravigliati e inducono a riflettere: non è la sofferenza e la morte ciò che maggiormente si teme su questa terra? Dalla sofferenza solitamente si rifugge con tutte le forze, mentre della morte si ha orrore, e il solo pensiero comporta ripugnanza e angoscia. Queste parole sovrumane scritte da una ragazza di ventiquattro anni inducono a riflettere: se la sofferenza e la morte possono essere non solo non temute, ma persino amate, che cosa si può ancora temere in questa vita? Ma che cosa può trasfigurare la sofferenza e la morte al punto tale da renderle oggetto di desiderio?
San Giovanni Paolo II nell’enciclica Salvifici doloris scrive: «L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore, a quell’amore del quale Cristo parlava a Nicodemo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16), a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo anche per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La croce di Cristo è diventata una sorgente dalla quale sgorgano fiumi d’acqua viva. In essa dobbiamo anche riporre l’interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine la risposta a questo interrogativo» (n. 15).
È nella Croce di Cristo, dunque, che trova risposta il nostro interrogativo: Cristo nella sua Passione abbraccia la sofferenza e accetta la morte per amore: per amore del Padre al quale vuole obbedire, e per amore di ogni uomo che Egli vuole salvare. In Cristo, dunque, la sofferenza entra in una dimensione nuova: quella dell’amore, e in un ordine nuovo: quello della redenzione. Si può soffrire e morire per amore di Dio e per amore dei fratelli, e così resi partecipi della Croce di Cristo far sì che la sofferenza diventi santificatrice e redentrice, «sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva».
Esattamente così è stato di san Pio da Pietrelcina, primo sacerdote stimmatizzato, che sui passi di san Francesco, si è conformato alla Croce di Cristo, e configurato alla sua morte, ha mostrato per anni alle migliaia di fedeli che lo incontravano il volto di Gesù, crocifisso e risorto! In questo anno 2018 in cui si celebrano il centenario della sua stimmatizzazione e il cinquantesimo del suo beato transito, vogliamo focalizzare la nostra attenzione proprio su questi due aspetti della figura del Santo di Pietrelcina, certi che egli ha molto da dirci e insegnarci riguardo al mistero della sofferenza e della morte, da accettare e vivere alla luce della Fede cristiana e dell’esempio dei Santi.

 

«Niente desidero fuorché amare e soffrire»

Sulla scia di santa Teresina, san Pio, che la ebbe come piccola maestra spirituale, ha amato e desiderato la sofferenza e ha bramato la morte, pregando e facendo pregare per anni affinché potesse lasciare questo mondo e unirsi eternamente a Cristo. Nei suoi scritti ritorna molto spesso il tema dell’amore alla Croce, espresso con accenti così profondi e veementi da far pensare a lui come ad un “dottore mistico” dei patimenti di Cristo e del valore della sofferenza.
Nella lettera del 4 settembre 1910, pochi giorni prima del dono delle stimmate invisibili, il neo-sacerdote, dopo aver descritto le sue sofferenze fisiche, e nello stesso tempo le consolazioni spirituali che il Signore gli dona, scrive al Padre spirituale: «Nel mondo tutto mi annoia e mi pesa, niente desidero, fuorché amare e soffrire» (Ep. I, p. 197). Amare e soffrire è stato il desiderio, l’anelito costante di tutta la sua vita, insieme a quello della morte. San Pio desidera soffrire perché vuole amare, amare Dio con l’amore più grande che è l’Amore crocifisso. La lettera del 20 settembre 1912 contiene uno dei passi più famosi dei suoi scritti, in cui spiega che il suo amore alla Croce gli proviene unicamente dalla contemplazione del Crocifisso, che gli fa nascere nell’anima il desiderio di soffrire e persino la gioia nella stessa sofferenza: «Soffro e soffro assai, ma, grazie al buon Gesù, sento ancora un altro po’di forza, e di che cosa non è capace la creatura aiutata da Gesù? Io non bramo punto di essere alleggerita la croce, poiché soffrire con Gesù mi è caro; nel contemplare la croce sulle spalle di Gesù mi sento sempre più fortificato ed esulto di una santa gioia. [...]. Ecco tutta la ragione perché desidero soffrire sempre più e soffrire senza conforto; e di ciò ne faccio tutta la mia gioia» (Ep. I, p. 303-304).
Aiutati da Gesù si può davvero affrontare ogni sorta di tribolazioni (che insegnamento per noi che spesso ci lamentiamo di non farcela!). Guardando a Gesù ci si sente fortificati e sollevati, ed è lo sguardo fisso su Gesù la ragione per cui san Pio desidera «soffrire sempre più e soffrire senza conforto».
Nel seguente stralcio della lettera del 1° febbraio 1913 ci sembra di cogliere l’apice del suo anelito alla sofferenza, quando egli afferma, nell’illusione che nessun’altro avrebbe letto le sue lettere: «Non voglio altri che Gesù, solo non desidero altro (che è lo stesso desiderio di Gesù) che le di Lui pene. Lasciatemelo dire, ché nessuno ci sente, sono disposto anche a restare privo per sempre delle dolcezze che Gesù mi fa sentire, son pronto a soffrire che Gesù mi nasconda i suoi belli occhi, purché non mi nasconda il suo amore, ché ne morrei. Ma essere privato di soffrire non mi sento, mi manca la forza» (Ep. I, p. 335). È il capovolgimento totale del sentire naturale che rifugge dalla sofferenza: ordinariamente si dice che non si ha il coraggio e la forza di soffrire e che non si riesce a vivere con il peso del dolore; l’eutanasia, il suicidio, l’aborto sono i ritrovati satanici messi a disposizione dell’uomo per evitare la sofferenza. Invece qui san Pio da Pietrelcina afferma che può fare anche a meno delle dolcezze di Gesù, ma che non può vivere senza soffrire: è la follia dell’amore che si manifesta nella follia della croce.


Una sequenza di sofferenze...

La sete ardente di sofferenza di san Pio sarà abbondantemente soddisfatta. La sua vita, a partire soprattutto dalla sua ordinazione sacerdotale, sarà una sequenza di sofferenze che lo assimilerà sempre più perfettamente a Cristo, fino a giungere alla configurazione anche esteriore al Crocifisso con il dono delle stimmate visibili.
Nel periodo di studi in preparazione al sacerdozio la salute del giovane Frate va progressivamente peggiorando; per questo viene mandato a Pietrelcina, in quanto si è constatato che la salubre aria nativa gli giova. Nel settembre del 1909, infatti, Pietrelcina vede ritornare il giovane Francesco Forgione, divenuto fra’ Pio. Dalla corrispondenza che comincia ad avere con i suoi direttori spirituali in questo periodo, si intuisce che Dio permette la sua permanenza prolungata a Pietrelcina per prepararlo alla sua straordinaria missione, nella preghiera, nella solitudine e in una serie di sofferenze fisiche e di purificazioni interiori.
È innanzitutto una malattia misteriosa a farlo soffrire senza tregua, una grave malattia che aggredisce continuamente il corpo di Padre Pio, ma della quale non è stata mai fatta una diagnosi certa. È Padre Pio stesso, in molte lettere, a spiegare al suo Padre spirituale gli effetti penosi di questa malattia: «Per volere di Dio, continuo tuttora a sentirmi sempre male in salute. Ma ciò che più mi martirizza sono quei forti ed acuti dolori al torace. In certi momenti mi danno una noia tanto grossa, che sembrami che vogliano proprio spezzarsi la schiena e il petto» (Ep. I, p. 197); «Da vari giorni in qua mi sento assai male con la salute. Ma ciò che in special modo mi tormenta sono la tosse e i dolori del torace. La tosse poi è talmente forte ed insistente, massime nelle ore notturne, che poco manca da non spezzarsi il petto; e spesse volte per timore mi vado ripetendo l’atto di dolore» (Ep. I, p. 205).
Oltre alla misteriosa malattia, la vita del Frate è contrassegnata da una presenza massiccia del demonio che lo attacca internamente, nell’anima, e anche esternamente, nel corpo. Nella lettera n. 28 scrive al Padre spirituale: «Mio caro padre, non mi regge l’animo per poterle narrare tutto ciò che mi va succedendo da vari giorni in qua, poiché in questo frattempo che scrivo più che mai il demonio mi muove guerra. Io non posso arrivare a respingere le insidie che il nemico della salute mi va muovendo. Chi dunque, padre mio, mi libererà da tante tentazioni e da tante angustie! Chi mi consolerà! Chi mi darà tanta forza da poter resistere come si conviene! Chi il crederebbe che anche nelle ore del riposo uno sia angustiato? Ebbene, padre mio, le posso assicurare che anche queste ore mi vengono oltremodo amareggiate. Solo un po’ di calma la trovo nel pensare e nel leggere i suoi ammaestramenti. Ma sono brevi istanti, poiché il nemico è sempre vigilante, è lì sempre da capo. Le lotte spirituali, in paragone di ciò che vado soffrendo nel corpo, sono assai superiori, sebbene anche le sofferenze corporali si vanno rendendo sempre maggiori. Desidererei, caro padre, non dico assai, almeno un’ora al giorno di riposo. Ma si faccia sempre di me ed intorno a me in tutto e per tutto la santissima e amabilissima volontà di Dio» (Ep. I, pp. 212-213).
In questo periodo precedente e conseguente alla sua stimmatizzazione san Pio vive anche l’esperienza della “notte oscura”, che è lo stato interiore più doloroso dell’ascesi spirituale, contrassegnato da oscurità e desolazioni, da senso di abbandono da parte di Dio, da angoscia e da tentazioni contro la fede e la speranza. Il Santo in moltissime lettere parla di questa «alta notte» che attraversa il suo spirito e che continuerà per lungo tempo della sua vita.


“Sono stato crocifisso con Cristo” (Gal 2,19)

Sarà in questa estrema notte dello spirito che il Santo riceverà l’impressione delle piaghe di Gesù, due anni dopo il suo trasferimento nel convento di San Giovanni Rotondo. Nel settembre del 1910 vi era stata una prima comparsa di esse, ma per le suppliche del Santo, i segni esterni erano scomparsi, lasciandogli le piaghe invisibili e il dolore. Il 20 settembre 1918 si rinnova il fenomeno della stimmatizzazione e Padre Pio si trova segnato dalle piaghe di Gesù, impresse nel suo corpo e stillanti sangue vivo, che renderanno il Santo un Crocifisso redivivo, e per cinquant’anni continui faranno di lui un vero “alter Christus” su questa terra. Così egli ne dà un primo accenno al suo Padre spirituale, nella lettera del 17 ottobre 1918: «Sarà necessario che io pronunzi il fiat nel mirare quel misterioso personaggio che mi impiagò tutto e non desiste dalla dura, aspra, acuta e penetrante operazione, e non dà tempo al tempo che venga a rimarginare le piaghe antiche, che già su queste ne viene ad aprire delle nuove con infinito strazio della povera vittima? Deh, padre mio, venite in mio aiuto, per carità! Tutto il mio interno piove sangue e più volte l’occhio è costretto a rassegnarsi a vederlo scorrere anche al di fuori. Deh! Cessi da me questo strazio, questa condanna, questa umiliazione, questa confusione! Non mi regge l’animo a poter e a saper resistere» (Ep. I, p. 1090).
San Pio era nel coro della chiesa, dinanzi ad un antico crocifisso che colpisce per la drammatica e toccante espressività del suo dolore, stava facendo il ringraziamento alla Santa Messa, come era solito fare. La sua crocifissione avviene “in un baleno”. Il dolore che ne consegue è indescrivibile... è una crocifissione cruenta: le ferite grondano sangue, al punto tale che egli teme di morire dissanguato. Al dolore fisico si aggiunge l’estrema umiliazione e confusione... Nella lettera successiva, dopo aver raccontato nei dettagli ciò che successe quella mattina del 20 settembre, così conclude: «Mi farà questa grazia Gesù che è tanto buono? Toglierà almeno da me questa confusione che io esperimento per questi segni esterni? Innalzerò forte la mia voce a lui e non desisterò dal scongiurarlo, affinché per sua misericordia ritiri da me non lo strazio, non il dolore perché lo veggo impossibile ed io sento di volermi inebriare di dolore, ma questi segni esterni che mi sono di una confusione e di una umiliazione indescrivibile ed insostenibile» (Ep. I, p. 1094).
Basterebbero queste poche righe a dimostrare l’autenticità di queste piaghe, tutt’altro che ricercate, e sempre e solo causa di estrema mortificazione e confusione per il Santo, che questa volta non verrà ascoltato: le stimmate rimarranno visibili per ben cinquant’anni, scompariranno improvvisamente, senza lasciare traccia, solo qualche giorno prima della sua morte. Esse saranno motivo di attrazione per migliaia di fedeli, ma saranno anche oggetto di controlli, visite mediche, sospetti, incomprensioni, persecuzioni, restrizioni. Per san Pio il dono delle stimmate non sarà il “consummatum est” ma l’inizio di una dolorosa Via Crucis, questa volta esteriore e pubblica come quella di Gesù, che lo assimilerà ancora più perfettamente a Cristo e che terminerà solo alla sua morte. Anche lui potrà dire con san Paolo, lungo tutta la sua vita: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19-20). Anche per lui, come per san Francesco, saranno valide le parole di san Bonaventura: «Così l’autentico amore di Cristo aveva trasformato l’amante nell’immagine perfetta dell’Amato» (Fonti Francescane, n. 1375).
In questo centenario della sua stimmatizzazione san Pio possa comunicarci le immense ricchezze della Croce di Cristo e insegnarci a non temere la sofferenza, a saperla accettare e persino amare per amore di Gesù e guardando all’Amore Crocifisso. Egli ci dice: «Gesù vi riempia lo spirito di tutte le più elette sue grazie e vi faccia sempre più esperimentare la dolcezza della croce portata cristianamente. Quanto è dolce il nome croce!; qui, appié della croce di Gesù, le anime si rivestono di luce, s’infiammano di amore; qui mettono le ali per elevarsi ai voli più eccelsi. Sia dessa croce anche per noi sempre il letto del nostro riposo, la scuola di perfezione, l’amata nostra eredità» (Ep. I, p. 601).