SPIRITUALITÀ
San Francesco e il sigillo degli eletti
dal Numero 23 del 10 giugno 2018
di Fra Pietro Pio M. Pedalino

San Bonaventura, in virtù di quella particolare visione teologica della storia che lo contraddistingue, offre una lettura avvincente della figura di san Francesco d’Assisi associata a quella dell’Angelo dell’Apocalisse che segna sulla fronte gli eletti negli ultimi tempi.

In una pagina immortale della biografia di san Francesco scritta da san Bonaventura da Bagnoregio (la Leggenda maggiore), il “Doctor Seraphicus”, tessendo l’elogio del Santo di Assisi, Fondatore dei Frati minori, questo serafico uomo di Dio apparso nel XIII secolo per riformare la Chiesa ab imis, lo paragona all’«Angelo dell’Apocalisse» (Ap 7,2) incaricato da Dio di segnare gli eletti con il sigillo della salvezza. Sotto metafora, con la sua forma di vita ratificata nella “Regula Bullata” (ultima regola ufficialmente approvata dalla Chiesa Cattolica dopo quelle di san Basilio, sant’Agostino e san Benedetto), san Francesco ha davvero segnato i suoi figli col sigillo della salvezza offrendo loro la “vita evangelica rediviva” dopo tredici secoli dalla morte di Cristo ed in un periodo di dolorosa crisi della Chiesa del Salvatore.
Egli ha restaurato non con la critica spavalda e vuota, ma diventando “alter Christus Pauper et Crucifixus” (un altro Cristo Povero e Crocifisso), insegnando ai suoi figli (e per estensione a tutti i figli della Chiesa) a fare altrettanto, vivendo “senza sconti né compromessi” la stessa vita evangelica presentata e vissuta dall’Unico Signore e Maestro (la forma di vita apostolica).
Si sa che san Bonaventura, in virtù di quella profonda visione teologica della storia in cui si è particolarmente distinto, ha avuto il merito (assolutamente unico) non solo di registrare i detti e i fatti autentici del Serafino d’Assisi ma anche di inquadrare la sua persona e la sua opera all’interno dell’intera storia della Salvezza, in particolare offrendo il senso mistico di alcuni episodi e alcuni insegnamenti di questo prodigioso uomo di Dio.
Ma nel Prologo della sua ispirata biografia, san Bonaventura si supera davvero: non si limita a fornire il senso più profondo di qualche avvenimento legato alla figura e all’opera di san Francesco ma lo inserisce addirittura all’interno della Rivelazione biblica, con un ruolo provvidenziale di carattere salvifico, detto in termini tecnici “soteriologico”. San Francesco segna. San Francesco è l’angelo degli ultimi tempi chiamato da Dio stesso ad imprimere prima di tutto in sé e, di conseguenza, negli eletti che ne avrebbero seguito le orme il segno di Cristo Povero e Crocifisso nel corpo (sulla fronte come parte del corpo) e nell’anima (la fronte simbolicamente intesa come sede del pensiero e quindi dello spirito). Questa lettura è assolutamente avvincente e ci voleva un santo del calibro di san Bonaventura per offrirla ai posteri.
Le generazioni non avranno abbastanza parole per lodarlo, il Serafico san Francesco; egli che, come rivelò il Signore stesso alla sua figlia prediletta santa Margherita Alacoque, è “il santo più vicino al suo Cuore”, interceda per la Chiesa da lui tanto amata che al presente versa in una crisi ben peggiore di quella che dovette affrontare al tempo in cui visse!
Non ci resta che fermare la meditata attenzione sulle ispirate parole di san Bonaventura cogliendo, dopo quelle offerte nei precedenti articoli, anche questa ulteriore lettura del misterioso “segno degli eletti” rivelato nell’Apocalisse dell’apostolo ed evangelista san Giovanni.
«La grazia di Dio, Nostro Salvatore, in questi ultimi tempi è apparsa nel suo servo Francesco a tutti coloro che sono veramente umili e veramente amici della santa povertà. Essi, infatti, mentre venerano in lui la sovrabbondanza della misericordia di Dio, vengono istruiti dal suo esempio a rinnegare radicalmente l’empietà e i desideri mondani, a vivere in conformità con Cristo e a bramare, con sete e desiderio insaziabili, la beata speranza.
Su di lui, veramente poverello e contrito di cuore, Dio posò il suo sguardo con grande accondiscendenza e bontà; non soltanto lo sollevò, mendico, dalla polvere della vita mondana, ma lo rese campione, guida e araldo della perfezione evangelica e lo scelse come luce per i credenti, affinché, divenuto testimone della luce, preparasse per il Signore la via della luce e della pace nel cuore dei fedeli.
Come la stella del mattino, che appare in mezzo alle nubi, con i raggi fulgentissimi della sua vita e della sua dottrina attrasse verso la luce coloro che giacevano nell’ombra della morte; come l’arcobaleno, che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, annunziò agli uomini il vangelo della pace e della salvezza. Angelo della vera pace, anch’egli, a imitazione del Precursore, fu predestinato da Dio a preparargli la strada nel deserto della altissima povertà e a predicare la penitenza con l’esempio e con la parola.
Prevenuto dapprima dai doni della grazia celeste – come luminosamente appare dallo svolgimento della sua vita – si innalzò, poi, per i meriti di una virtù sempre vittoriosa; fu ricolmo anche di spirito profetico e, deputato all’ufficio degli Angeli, venne ricolmato dell’ardente amore dei serafini, finché, divenuto simile alle gerarchie angeliche, venne rapito in cielo da un carro di fuoco. Resta così razionalmente dimostrato che egli è stato inviato fra noi con lo spirito e la potenza di Elia.
E perciò si afferma, a buon diritto, che egli viene simboleggiato nella figura dell’angelo che sale dall’Oriente e porta in sé il sigillo del Dio vivo, come ci descrive l’altro amico dello sposo, l’apostolo ed evangelista Giovanni, nel suo vaticinio veritiero. Dice infatti Giovanni nell’Apocalisse, al momento dell’apertura del sesto sigillo: «Vidi poi un altro angelo salire dall’Oriente, il quale recava il sigillo del Dio vivente».
Questo araldo di Dio, degno di essere amato da Cristo, imitato da noi e ammirato dal mondo, è il servo di Dio Francesco: lo costatiamo con sicurezza indubitabile, se osserviamo come egli raggiunse il vertice della santità più eccelsa, e, vivendo in mezzo agli uomini, imitò la purezza degli angeli, fino a diventare esempio di perfezione per i seguaci di Cristo.
Ci spinge ad abbracciare, con fede e pietà, questa convinzione il fatto che egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau, sulla fronte di coloro che gemono e piangono. Ma ci conferma, poi, in essa, con la sua verità incontestabile, la testimonianza di quel sigillo che lo rese simile al Dio vivente, cioè a Cristo crocifisso. Sigillo che fu impresso nel suo corpo non dall’opera della natura o dall’abilità di un artefice, ma piuttosto dalla potenza meravigliosa dello Spirito del Dio vivo» (Leggenda Maggiore, in Fonti Francescane, nn. 1020-1022).