SANTO NATALE
È notte, ma tu non dormire!
dal Numero 49 del 23 dicembre 2018
di Paolo Risso

Se l’umanità oggi assomiglia alla Betlemme d’un tempo, che costringe Dio a riparare in una grotta lontana, sia almeno la nostra anima come quella grotta, povera ma estranea al frastuono del mondo, e raccolta nel Mistero che sta per compiersi.

Cesare Augusto ha parlato, ordinando il censimento di tutto l’Impero. Da un capo all’altro del mondo, tutti si mettono in movimento. Popolazioni innumerevoli si spostano, corrono al loro luogo di origine, famiglia per famiglia, non vedendo nell’ordine che li mobilita, che un capriccio del sovrano di Roma.
Giuseppe e Maria, dalla stirpe di Davide, lasciano Nazareth e si dirigono a Betlemme, origine della loro razza regale. Sono modestamente vestiti, sobriamente provvisti, vanno a piedi e sul loro asinello, non visti, ignoti al mondo, senza disturbare nessuno.


“A causa di Lui”

Sulla stessa via, fanno mostra di sé il lusso e le ricchezze orientali, gli splendori delle dignità umane: dall’alto del loro fasto insolente, i gaudenti del secolo, gli ufficiali dell’Impero, tutti quelli che si arrogano qualche importanza, non notano di certo questo sconosciuto dall’aspetto modesto, questa giovanissima donna fragile e schiva che deve, a ogni istante, cedere loro il passo. Mondani opulenti, superbamente miserabili, che giudicano solo con gli occhi della carne, come i pensieri di Dio sono lontani e diversi dai loro pensieri!
È per questo piccolo gruppo, per questa piccola Maria di Nazareth, scelta dal Cielo, è per il Fanciullo divino che Ella nasconde nel suo seno, che si muove a grandi passi l’universo. Cesare, sotto la sua porpora e la sua apparente onnipotenza, è soltanto lo strumento di Dio, che lo conduce al compimento delle profezie dei vati di Israele.
Noi che lo sappiamo, ci inchiniamo davanti alla piccola Maria, Arca della Nuova Alleanza, che porta Gesù: «Come sono belli i tuoi passi, o Figlia del Re, nella tua marcia!» (Ct 8,1). Mia santa Madre, quale fatica! Vorrei offrirti il mio appoggio, ma il tuo Bambino divino che porti in seno, non è un peso, perché è Lui che porta il mondo.
Sento il brusio della folla, i vani discorsi dei politici e dei sapienti del mondo. Trattano dei loro ambiziosi progetti, dei mezzi per ingrandirsi, di far fortuna e di godere. Gesù, nel seno di sua Madre, tratta già con il Padre, il grande “affare” della nostra salvezza: «Ecco, o Padre, io vengo a fare la tua volontà» (Sal 39).
Per la sua suprema obbedienza agli ordini di un uomo, Egli ottiene la grazia dell’obbedienza a coloro che tengono il posto di Dio, per me. Maria e Giuseppe pregano: «Il Signore è il mio pastore, nulla ci mancherà» (Sal 22). E ancora: «Si rallegrino i cieli ed esulti la terra, davanti al Signore che viene» (Sal 95). Se il mondo capisse, crederebbe? Preparati: vedrai presto il Salvatore!


“Non c’è posto”

Per le strade di Betlemme, scende la notte e termina il crepuscolo breve del mese di Kasleu (dicembre, all’incirca). Dall’interno le case, per le vie deserte, si accendono di luci, giungono, di tanto in tanto, voci confuse, canti, primi suoni di una musica lieta. Israele festeggia la dedicazione del Tempio fatta da Giuda Maccabeo, 164 anni prima: è la Kannukah!
Felice, dicono gli uomini, chi può cambiare in festa noia e fatica. Gli uccelli del cielo hanno ritrovato rifugio nei loro nidi. Gli animali selvatici nelle loro tane. Soltanto il Figlio di Dio, che sta per venire nel mondo, «non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). Gli sforzi di Giuseppe e di Maria, per trovargli un riparo, sono stati vani: «Non c’è posto per voi!», è stato loro risposto.
Non c’è posto nel mondo, per il Re del mondo. Non c’è posto per Lui né per i suoi, al sole della vita pubblica. Non c’è posto per la sua Dottrina nella scienza del mondo, per il suo culto nei pensieri e nelle menti, nelle giornate degli uomini e nel turbine degli affari e dei piaceri.
In questa espressione “non c’è posto”, sta gran parte della storia del mondo e delle sue disgrazie! Per Gesù, «non c’è posto nell’albergo» (Lc 2,7). Il suo posto dev’essere «luogo di pace» (Sal 75,3). A Lui si addice la pace, il raccoglimento, il silenzio. Non c’è posto nelle anime in disordine, dove si agitano mille passioni, idee storte e superbe. Se Gesù vi entrasse, chi lo riconoscerebbe, chi lo ascolterebbe? Chi lo adorerebbe?
Al contrario, per noi che non siamo del mondo, che le nostre anime siano il suo tetto, il suo albergo, dove inizi ad abitare in questo Natale.
Ma l’Escluso di Betlemme, in quanto a sé gioisce per questo: rifiuto, pregustazione delle umiliazioni che gli verranno. Ogni voce che lo manda via, ogni porta che gli si chiude, è l’eco della grande parola che ha deciso nei consigli di Dio, la nostra Redenzione: «Annientò se stesso» (Fil 2,8). È questo che è venuto a cercare tra gli uomini: il desiderio dell’umiliazione, di farsi piccolo, che lo ha spinto a lasciare il seno del Padre e a discendere dall’alto dei cieli.
Maria e Giuseppe, rifiutati, lasciano Betlemme nella pazienza e nella carità, lasciando dietro di loro la benedizione, che nobilitando le donne della città, nel sangue dei loro bambini sacrificati, le farà presto madri di martiri. Discendendo la collina, trovano la grotta, una grotta che serve da stalla.
Lì tutto è povero, tutto è tranquillo, tutto è libero e aperto: lì c’è posto per loro e per Chi nascerà. È lì che Gesù va a nascere, per sua libera scelta, per scelta eterna. Gesù non ha paura della nostra miseria. I nostri cuori sono poveri per riceverlo. Non importa. Se li apriamo a Lui, Lui farà delle nostre anime, la sua reggia. Quindi un giorno sarà Lui a farci posto presso di Lui nei Cieli.


Ma Egli è nato!

La scura grotta, luogo di animali da lavoro, la greppia che è la loro mangiatoia. Il bue e l’asino, pure annunciati dai profeti, sono lì, muti testimoni del divino Mistero che la dimora dell’uomo ha rifiutato di ospitare. Lì, è nato, come uomo, il Figlio di Dio, ed è stato posto in una povera culla, avvolto in poveri panni... ed è il più bello dei figli degli uomini, il Bambino Gesù, il Verbo incarnato, Dio «senza il quale nulla è stato fatto» (Gv 1,21), l’Amore eterno del Padre, il Re dei re, il Re dei popoli e delle anime, il Re del tempo e dell’eternità.
Si è fatto piccolo, il Figlio di Dio, ma la sua fronte è cinta della corona, non solo di Davide, il re di cui è discendente, ma della corona divina. Le sue piccole mani sostengono il mondo e l’universo, ma ora tra Lui e noi, non c’è più barriera, né distanza. È fratello nostro, in umanità. La grazia e la tenerezza di un Bambino: che c’è di più dolce e di più seducente?
Presso di Lui, povero Piccolo che vagisce, ci sentiamo più vicini a Dio, che ora ci sorride come un Bambino. È Lui lo stesso Dio, o meglio, l’Uomo-Dio, ma anche nostro fratello, che noi amiamo e benediciamo. L’estasi di Maria e di Giuseppe, inginocchiati davanti a Lui davanti alla grotta, rappresentano ai piedi di quel “trono” l’umanità intera, quell’umanità che lo accoglierà e renderà omaggio al suo Creatore, fatto Bambino, fatto uomo.
Al di là della grotta, Betlemme dorme, o prolunga i suoi piaceri lungo la notte. Dappertutto, oltre la grotta benedetta, per la città, per il mondo, è notte. Pure Gerusalemme, il cui tempio arde di mille luci, per la festa della sua dedicazione – la Kannukah – è ancora nella notte. Gesù solo sarà la vera Kannukah, la sua vera luce, se essa vorrà accoglierlo.
Ma sul mondo, sulla città, è notte... notte di tenebre, di accecamento, malgrado le luci che vogliono dissipare l’oscurità. Solo nella grotta della campagna di Betlemme, è notte gioiosa, rischiarata dalla luce divina del Dio onnipotente, che dissipa le ombre della morte, notte che spande i suoi raggi di luce per tutto l’universo, perché “Gesù è nato”, il Salvatore del mondo!