RISPOSTA AI LETTORI
A proposito di peccati contro la fede
dal Numero 34 del 1 settembre 2019

Carissimi, mi rivolgo a voi per avere chiarezza su una questione di fede. Ho trovato in un vecchio libro un volantino con una specie di elenco dei vari peccati (tipo esame di coscienza, anche se non proprio) e tra i peccati contro la fede elenca: infedeltà, incredulità, apostasia, eresia e dubbio volontario. C’è una differenza tra infedeltà e incredulità? E tra eresia e apostasia? Li ho sempre usati come sinonimi per indicare qualcuno che sta fuori dalla Chiesa... Sarei curioso di sapere anche in modo specifico cosa si intende per “dubbio volontario”, potete farmi un esempio? Vi ringrazio di cuore per il vostro lavoro. (Giorgio T.)

Caro Giorgio, l’elenco riportato nel volantino si riferisce – come è scritto – ai “peccati contro la fede”. Quando si pecca contro la fede? In genere, quando ci si espone con tutta indifferenza al pericolo di perderla, per esempio frequentando compagnie di persone spregiudicate, dandosi a letture di libri e giornali antireligiosi, ecc. Ogni cristiano ha invece il dovere di nutrire e custodire la fede con prudenza e vigilanza e di respingere tutto ciò che le è contrario.
Ecco ora in modo schematico le varie differenze tra i diversi tipi di peccati contro la fede.
L’infedeltà per sé è la totale mancanza di fede in chi non è cristiano. Infedeli quindi sono i pagani o idolatri, i musulmani e gli ebrei. Il peccato d’infedeltà consiste nella totale mancanza di fede in chi, essendo nato fuori della nostra Religione, rifiuta di abbracciarla sebbene gli sia sufficientemente proposta. Vi sono due specie d’infedeltà: l’infedeltà incolpevole e quella colpevole. Quest’ultima è quella di chi, avendo avuto sufficiente notizia della vera Religione, non vuole abbracciarla, è quindi colpevole perché volontaria, tale da meritarsi la dannazione eterna, come ha detto Gesù stesso: «Chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16).
L’incredulità è «la noncuranza della verità rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso» (CCC 2089). È la totale mancanza di fede nel cristiano, battezzato e cresciuto nella Religione cattolica. Si chiamano increduli quei cristiani che non credono nella divina Rivelazione, cioè in tutto ciò che Dio ha rivelato. L’incredulità può in qualche caso essere senza colpa: come per esempio in chi incolpevolmente ignorasse le verità rivelate perché non ebbe nessuna possibilità d’istruirsi. L’incredulità vera e formale, che ha luogo quando, conoscendo a sufficienza le verità della religione, non si vuole riconoscerle o accettarle, è un peccato gravissimo contro la fede.
L’apostasia è «il ripudio totale della fede cristiana» (CCC 2089; can. 751 del C.I.C). L’apostata è colui che rinuncia alla vera religione per abbracciarne una falsa, o che aderisce a ideologie antireligiose (ateismo, materialismo, massoneria, comunismo, ecc.): peccato gravissimo perché esprime il più formale disprezzo di Gesù Cristo e della sua Redenzione. Può succedere che un cristiano battezzato rinneghi completamente la fede solo nel suo interno, senza mostrarlo al di fuori. In tal caso, anche se egli non può essere denominato apostata nel senso del Diritto Canonico, tuttavia lo è di fronte alla sua coscienza e di fronte a Dio. L’apostasia, soprattutto quella manifestata esteriormente, è sempre stata considerata uno dei peccati più gravi fin dagli inizi del Cristianesimo, essa separa dalla Chiesa e priva della possibilità della salvezza. L’apostasia dominante ai nostri giorni è piuttosto quella di ripudiare il legame con qualsiasi religione e con qualsiasi morale per vivere nel più completo ateismo.
La parola eresia, derivata dalla lingua greca, significa propriamente scelta o preferenza, ed è usata per indicare l’errore di chi, scegliendo in certo modo tra le verità rivelate e proposte dalla Chiesa, ne accetta alcune e ne rigetta altre, fosse anche una sola. Più precisamente l’eresia è «l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato» (CCC 2089; can. 751 del C.I.C ). Il peccato di eresia è gravissimo, esclude dalla comunione ecclesiale e preclude la possibilità di salvarsi, se non ci si converte.
Ed eccoci ora al dubbio volontario. Significa trascurare o rifiutare di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere (CCC 2088). Mentre l’eretico nega una verità di fede rivelata, colui che dubita la considera insicura e sospende di conseguenza il proprio assenso.
L’esempio potrebbe essere quello di uno che pensando alla Confessione dice tra sé: “Alcuni dicono che fu istituita da Gesù Cristo, altri che fu inventata dai preti: chi avrà ragione?”. Pensa un istante e poi conclude: “Non è vera nessuna delle due affermazioni... io credo che questa questione sia dubbia, e la tengo per dubbia!”. Oppure conclude: “Potrebbe essere vero che Gesù l’abbia istituita, ma sospendo il mio giudizio”. Costui, in entrambi i casi, pecca contro la fede, e il suo peccato si dice interno o esterno a seconda che abbia tenuto il suo dubbio per sé o l’abbia manifestato ad altri. «Il dubbio involontario indica la esitazione a credere, la difficoltà nel superare le obiezioni legate alla fede, oppure l’ansia causata dalla sua oscurità. Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio può condurre all’accecamento dello spirito» (CCC 2088).
Bisogna sapere però che le difficoltà nel campo della fede non sono peccato. Fino ad un certo grado fanno parte della vita del cristiano. Possono addirittura essere segno di una intensa vita di fede, poiché chi poco si cura della propria fede ben difficilmente vi incontra difficoltà. Dio le permette per provare e purificare la fede. Potrebbe essere peccaminoso trascurarle e non fare il possibile per risolverle e ritrovare la gioia della fede. Mezzi adatti allo scopo sono: la formazione continua nella fede con letture appropriate, ascoltando prediche e conferenze utili, l’intavolare discussioni religiose con persone di fede e competenti e, soprattutto, la preghiera per ottenere la perseveranza e l’aumento della fede.
Caro Giorgio, concludiamo segnalando un altro peccato contro la fede che non è stato riportato nel volantino, ma molto facile e comune: l’indifferentismo religioso, ossia il disinteressarsi di ogni religione (indifferentismo pratico), oppure il ritenerle tutte ugualmente vere e buone per salvarsi (indifferentismo teorico).
Questo atteggiamento è irragionevole, perché riconoscere la verità della religione per poi non curarsene è una contraddizione; come pure credere che tutte le religioni sono uguali e buone, poiché sarebbe come affermare che il vero o il falso, il nero e il bianco sono la stessa cosa.
Questo atteggiamento è anche empio, perché equivale ad ammettere che Dio sia indifferente circa la pratica della religione e al culto che gli viene prestato dall’uomo, che cioè per Lui tanto sia essere religiosi che non esserlo, professare la verità o l’errore, praticare il bene o il male.

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