FEDE E CULTURA
Il Natale dei dittatori
dal Numero 49 del 27 dicembre 2020
di Francesco Agnoli

I più grandi nemici dell’uomo e della civiltà si sono adoperati per depotenziare la festa del Natale, sostituendola con festività naturali e riti neopagani. Feroci dittatori, temevano il Bambino di Betlemme!

Il Natale è una di quelle feste che hanno civilizzato l’umanità, insegnando il rispetto per la vita, per i deboli, gli innocenti, la sacralità della famiglia... Per questo sono stati i peggiori nemici della civiltà, a cercare di abbatterlo.

I primi a sradicare le feste religiose, il Natale e la Pasqua, furono i comunisti. Francine-Dominique Liechtenhan, nel suo Il laboratorio del gulag (Lindau, Torino, 2009), ricorda gli sforzi del PCUS per spingere i cittadini a festeggiare l’inverno al posto del Natale, e la rinascita primaverile della natura al posto della Pasqua.

«Nei tempi antichi, quando si celebrava il culto delle piante e degli animali ignorando l’ipocrisia della Chiesa – recitava un testo della propaganda –, l’umanità festeggiava quel giorno e celebrava ingenuamente le forze della natura».

Per i comunisti il Natale era una «schifosa festa borghese», che venne abolita per molti anni, e poi sostituita, a partire dal 1935, con il Capodanno, cioè con una ricorrenza laica. Rimaneva il vecchio albero di Natale, ma con un significato del tutto nuovo: nessun riferimento a Gesù, ad un bimbo in fasce, ma palline con la faccia dei “salvatori” Lenin e Stalin, stelle dell’Armata Rossa, statuette di uomini politici o di elementi naturali (limoni, pannocchie...). Nella Germania comunista si insegnava ai bambini: «Lenin ha spiegato che quest’epoca in cui non esisteranno più le lacrime ha un nome: non si chiama Natale né primavera. Tenete a mente questa parola difficile: si chiama comunismo» (1).

Anche i nazisti preferivano le festività naturali a quelle religiose. Come noto Aldolf Hitler riteneva il Cristianesimo «un’invenzione di cervelli malati», «fandonie», «superstizioni» buone per le contadine, gli operai, ma non per le persone colte ed intelligenti (2).
Il Führer disprezzava profondamente l’idea dell’Incarnazione, essendo convinto negatore di ogni dimensione trascendente: ad essa preferiva la reincarnazione; al Natale la festa del solstizio. Per questo si adoperò per depotenziare la festa, in parte sostituendola con riti neopagani, legati alla “rinascita del sole”, in parte mutandone il significato, decristianizzandola. Il tutto all’interno del tentativo di «sostituire il calendario nazista all’anno cristiano», creando una quantità di cerimonie che si svolgevano, di solito, la domenica mattina, «con l’intenzione di distogliere la gente dall’andare in chiesa» (3).

Sotto il nazismo, ricorda lo storico Paul Ginsborg, in Famiglia Novecento (Einaudi, Torino 2013), «le famiglie furono incoraggiate ad accogliere nelle loro case i simboli del regime, addobbando l’albero di Natale con bandierine naziste ed esponendo la foto di Hitler».

L’albero di Natale andava bene: bisognava però scollegarlo dalla Tradizione cristiana, e riagganciarlo a quella pagana. Per questo era chiamato “albero di luce” o “albero di Yule” ed era sormontato dalla svastica, simbolo solare, e non dalla croce.

Il Natale stesso veniva chiamato più volentieri Rauhnacht (“L’aspra notte”) e il canto Astro del ciel venne riscritto, sostituendo il Salvatore Gesù con il salvatore Hitler. Persino Babbo Natale, e cioè san Nicola da Bari, venne restituito alla paganità: venne trasformato in Odino.

Anche Benito Mussolini, che pure non arrivò mai ad imporre agli italiani la sua visione, aveva una certa avversione per il Natale.

Se ne trova traccia in vari articoli dell’epoca in cui era socialista e direttore de l’Avanti («Il Natale cattolico è una mistificazione. Cristo è morto e la sua dottrina agonizza»), nel suo Diario di guerra, ma anche più tardi, nella stagione del fascismo.

Ne abbiamo testimonianza, per esempio, nelle memorie di Galeazzo Ciano, così come in quelle di Quinto Navarra, che nel suo Memorie del cameriere di Mussolini (Longanesi, Milano 1946) scrive: «Mussolini odiava la domenica e le altre feste comandate dell’anno. Starace, che conosceva questa antipatia di Mussolini, fece ufficialmente vietare le celebrazioni dell’ultimo dell’anno e l’uso tradizionale dell’albero di Natale. Il Natale riconosciuto divenne soltanto il Natale di Roma e l’inizio dell’anno da festeggiare non era il 1° gennaio, ma il 28 ottobre, principio dell’anno fascista».  


Note

1) Citato da E. Neubert, I crimini politici nella RDT, in Il Libro nero del comunismo europeo, Mondadori, Milano 2006, p. 381.
2) Hitler, Conversazioni a tavola, Goriziana, Gorizia 2010.

3) George Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich, Il Mulino, Bologna 1975, pp. 92, 104, 230.

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