FEDE E CULTURA
Denatalità, si risolve con il consumismo
dal Numero 29 del 19 luglio 2020
di Lazzaro M. Celli

La denatalità incide fortemente sul tasso di ricchezza di uno Stato e innesca processi socio-economici che, con un circolo vizioso, portano allo stravolgimento di un intero sistema. Spieghiamo in modo semplice il meccanismo che lega demografia ed economia.

Lo scopo di questa riflessione non è quello di addentrarsi in nozioni di economia, ma piuttosto quello di mostrare come, quando si applicano principi contrari alla morale cattolica e quindi agli insegnamenti divini, si ottengono effetti negativi che si ripercuotono non solo sulla stessa struttura economica, ma anche in altre dimensioni della vita umana, come per esempio nella dimensione culturale, cambiando la mentalità. Avviene come una sorta di rivoluzione silenziosa, con il sovvertimento dell’ordine morale e l’erosione del sistema preesistente.

Partiamo dal dato che oggi le famiglie non fanno quasi più figli. Il calo della popolazione comporta una naturale diminuzione dei consumi. La diminuzione dei consumi incide su quel “termometro economico”, misuratore delle ricchezze di un Paese, denominato PIL (Prodotto Interno Lordo). Se i consumi crescono, cresce anche il PIL e quindi lo stato di salute economico di un dato Paese è buono e viceversa. Se i consumi calano, anche il PIL scende e con esso il livello di ricchezza generale della nazione in questione.

Se osserviamo quanto è successo in Italia dal 1975 ad oggi, vediamo che nel 1975 il tasso di crescita della popolazione era del 4-4,5%. Negli anni ’80, diventa +1%. Negli anni 1982-83, passa allo 0%. Con questo decremento demografico crolla anche il PIL.

Quindi, quando la popolazione aumenta, aumentano i consumi, aumenta la domanda di prodotti, aumentano gli investimenti delle imprese, aumenta il commercio di beni, c’è lavoro per tutti e quindi c’è ricchezza in quel Paese. Ma se la crescita è 0, come cresce la ricchezza di un Paese? Se la popolazione in Italia, alla fine degli anni ’80 era intorno ai 60 milioni e oggi è ancora 60 milioni, come fanno ad aumentare i consumi? Allora per mantenere alto il PIL, mentre la popolazione diminuisce o resta sempre la stessa, si ricorre alle tecniche di suggestione, alle tecniche di persuasione, allo scopo di indurre le persone a consumare ben al di là dei bisogni primari, facendo appello ai bisogni indotti.

I bisogni, infatti, possiamo distinguerli in tre categorie. I bisogni primari, come quelli strettamente necessari per vivere, il cibo per esempio; i bisogni secondari, come lo sport o la lettura, e i bisogni indotti che sono quelli incentivati mediante il ricorso a tecniche pubblicitarie, con la propaganda.

Nasce, così, il fenomeno del consumismo e con esso l’abbondanza dei beni: due, tre televisori a famiglia, le scarpette di ginnastica rigorosamente firmate, da sostituire appena passano di moda, e l’elenco potrebbe essere interminabile.

Il consumismo sostituisce la mancata crescita della popolazione. Con esso si afferma la mentalità dell’uomo consumatore, laddove per consumo dobbiamo intendere anche il semplice uso delle cose. Questo tipo di uomo è un uomo che deve soddisfare i suoi sensi. Deve possedere, soddisfare la sua sensualità, intesa in senso lato. Vediamo, allora, che tutta la mentalità della rinuncia, della mortificazione dei sensi, del sacrificio, aspetto indispensabile del cammino del cristiano, tende a sparire, a cedere il posto ad una nuova mentalità, quella del godimento delle cose, del puro divertimento.

Perché i consumi possano aumentare, senza il proporzionale aumento della popolazione, occorre denaro. Da dove si prende il denaro per far crescere i consumi? Dai risparmi.

Quindi con il consumismo, le famiglie risparmiano di meno. Infatti, nel 1975 il tasso di risparmio era del 22%; oggi siamo al 4%.

Una volta erosi anche i risparmi, in quale altro modo può crescere il consumo, se non aumentano i salari o il potere di acquisto del denaro? Con la delocalizzazione delle imprese.

Le imprese lasciano l’Italia e aprono all’estero, in Asia, per lo più in India o in Cina. In questo modo l’impresa produce a prezzi più bassi, esporta i beni prodotti e consente l’aumento del potere d’acquisto dell’Occidente, che così compra più cose.

In questo modo, negli ultimi 30 anni, è stato possibile aumentare il potere di acquisto delle famiglie e quindi i consumi.

In 35 anni abbiamo delocalizzato il 50-60% della produzione in Asia e poi abbiamo importato i prodotti. Quindi se prima della delocalizzazione compravo qualcosa che in Italia costava 10 euro, con la delocalizzazione la stessa cosa prodotta in Cina ne costa 5; il potere di acquisto delle famiglie italiane è, quindi, raddoppiato.

Se usciamo dall’ottica nazionale, vediamo che il tasso di crescita in Occidente è in calo, la popolazione non cresce più, mentre in altri continenti, come l’Asia e l’Africa, cresce, e cresce nonostante gli Organismi internazionali cerchino di frenare le nascite corrompendo i governi dei Paesi poveri con milioni di dollari in cambio di vaccini obbligatori o mediante la distribuzione di anticoncezionali.

Ora se non investo più in Italia, ma in Asia, non investo più in industrializzazione, in tecnologia, in posti di lavoro nel nostro Paese. Mentre, invece, nei paesi dove produco, India, Cina, aumentano la ricchezza e i posti di lavoro.

Ma non è tutto. Un altro aspetto di questo processo è stato il cambiamento della struttura sociale. Trent’anni fa, la società era più o meno composta da una bassa percentuale di persone anziane. Coloro che rientravano nella fascia di età dai 65 anni in poi erano intorno al 15% e potevano essere sostenuti anche dal lavoro dei più giovani. Oggi questa fascia è raddoppiata con il settore lavoro che è in crisi. Questo vuol dire che sono cresciuti i costi fissi della struttura sociale, i costi dell’anzianità e con essa si è fatta avanti la nuova suggestione che tende a dare una giustificazione razionale all’introduzione dell’eutanasia: i vecchi sono un peso inutile per la società, sono un costo. E dopo che si sono pagati le pensioni con le tasse versate, ora lo Stato gli ruba anche la vita.

Ecco, in breve, come il calo della popolazione, suscitato dalle politiche di controllo delle nascite e le altre politiche complementari, ha prodotto l’impoverimento morale del nostro Paese e la povertà economica. Ecco come si genera un cambiamento nella cultura di un popolo, la sovversione di un ordine preesistente, colpendo mortalmente le anime pur senza spargimento di sangue.

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