FEDE E SCIENZA
Chiusi tra cose mortali...
dal Numero 12 del 22 marzo 2020
di Francesco Agnoli

L’ipotesi cosmologica dominante nel mondo scientifico contraddice nettamente le prospettive materialistiche o panteistiche che affermano l’“autosufficienza ontologica del mondo e della natura”. L’universo ha avuto un inizio nel passato perché avrà una fine nel futuro.

Nel 1916 Giuseppe Ungaretti (1888-1970), nel bel mezzo della Guerra mondiale, scrive una breve poesia, Dannazione, che recita così: «Chiuso tra cose mortali, / anche il cielo stellato finirà, / perché bramo Dio?».

Si tratta di una riflessione esistenziale, filosofica, che mette a tema la percezione di infinito che abita nell’uomo, circondato da realtà mortali e finite, a partire dal suo stesso corpo. Eppure il Poeta parla di cielo stellato destinato alla morte, in un’epoca in cui si professa ancora socialista, cioè circa 12 anni prima della sua conversione al Cattolicesimo. Per le filosofie socialiste e atee del suo tempo, l’uomo è mortale, ma l’universo materiale no: esso è eterno ed immortale, non è mai nato e non finirà mai.

L’idea del Big bang, cioè della nascita dell’universo, è ancora di là da venire, e per tutte le dottrine atee vale quanto hanno insegnato Ludwig Feuerbach (1804-1872) e Karl Marx (1818-1883): pensare che l’universo abbia avuto un inizio è solo una sciocchezza degna di un popolo di rozzi pastori (gli ebrei), nel passato, e di menti superstiziose (i cristiani), nel presente. Così come ipotizzare che abbia una fine.


La morte termica

Eppure Ungaretti vacilla. In mezzo ai compagni massacrati, sente un prepotente desiderio di Vita e di Amore, e questo gli appare, appunto, una “dannazione”: perché l’uomo è aperto al più-che-umano, alla Vita, se l’unica realtà durevole è l’impersonale e non consapevole universo? Perché essere condannati ad un desiderio impossibile? L’uomo è davvero una “passione inutile”, oppure no?

Possiamo immaginare che in Ungaretti, mentre scrive, sia operante qualche suggestione biblica: «Il cielo e la terra passeranno ma le mie parole non passeranno» (Lc, 21,33); «essi [cielo e terra] periranno, tu rimani; si logorano tutti come un vestito, come un abito tu li muterai ed essi svaniranno. Ma tu sei sempre lo stesso e i tuoi anni non hanno fine» (Sal 102,27-28).

Ma possiamo anche pensare che Ungaretti abbia letto qualcosa su un concetto allora molto dibattuto: la morte termica dell’universo, l’idea secondo cui l’universo è destinato a spegnersi, a rimanere privo di qualsiasi forma di vita.

Pochi anni dopo Ungaretti, con ben altro spirito, Italo Svevo (1861-1928) immaginerà nel suo La Coscienza di Zeno, un disastro epocale, tramite un ordigno micidiale che distruggerà la vita sulla terra e nell’universo intero, causando così un universo morto. Sappiamo che anche Svevo aveva orecchiato le discussioni del tempo sulla morte termica. Altrove, in Inghilterra, il poeta Thomas Stearn Eliot (1888-1965) scrive, alla fine de Gli uomini vuoti, nel 1925: «Così finisce il mondo / così finisce il mondo / così finisce il mondo / non con un fragore / ma con un gemito» («This is the way the world ends / this is the way the world ends / this is the way the world ends / not with a bang but a whimper»).

L’idea della morte termica dell’universo è assai viva già alla fine dell’Ottocento. È il fisico Rudolf Clausius (1822-1888) che per primo formula, nel 1850, il secondo principio della termodinamica e conia la parola “entropia”, ipotizzando che l’universo sia destinato ad invecchiare irrimediabilmente e a ridursi ad un mare informe di radiazioni.

A discutere subito questa previsione è l’altro grande padre della termodinamica, William Thomson, più noto come Lord Kelvin (1824-1907): il suo spirito religioso di fervente cristiano lo induce a credere non in un universo ciclico, ma in un universo creato, che ha avuto un inizio, e che però, questo è ciò che scrive tra il 1851 e il 1854, non è necessariamente destinato, come vuole Clausius, alla morte termica.

In generale, però, il ragionamento che viene proposto da più parti, è più o meno analogo a quello del filosofo William Jevons (1835-1882): nel 1873 egli dichiara l’impossibilità di «ripercorrere la storia termica dell’universo fino a una distanza infinita nel passato». In altre parole, per Jevons, l’entropia non può essere in crescita dall’infinito, altrimenti sarebbe già essa stessa infinita, e non ci sarebbe più alcuna forma di vita. Come soluzione al problema, ipotizza che si possa «credere nella Creazione come un momento identificabile del passato o supporre che abbia avuto luogo qualche inesplicabile mutamento nel funzionamento delle leggi naturali».

Se l’entropia aumenta, e l’universo va verso la morte, deve essere anche iniziato, in un tempo lontano nel passato, ma non infinito.

La reazione dei materialisti

A questa data l’idea dell’espansione delle galassie e del Big bang non ci sono ancora: bisognerà aspettare il 1927 e il 1931. Però l’idea della morte porta già con sé l’idea della nascita.

La reazione dei materialisti non si fa attendere. Friedrich Engels (1820-1895), l’amico di Marx, nel suo La dialettica della natura (1883), afferma l’impossibilità della morte termica dell’universo in nome del principio ateistico: poiché l’universo è tutto ciò che esiste, non può avere né inizio né fine. Scrive: «Clausius, se comprendo correttamente, dimostra che l’universo è stato creato, ergo che la materia è creabile, ergo che essa è distruttibile, ergo che anche la forza ossia il movimento sono creabili e distruttibili, ergo che tutta la teoria della “conservazione della forza” è assurdità, ergo che tutte le sue conseguenze sono assurdità. Il secondo principio di Clausius, ecc., può essere formulato come si vuole: comporta la perdita di energia, qualitativa se non quantitativa. Dell’entropia non può essere per via naturale distrutta ma solo creata. L’orologio dell’universo, per camminare, deve essere prima caricato; e cammina finché non si riduce all’equilibrio, dal quale solo un miracolo può farlo uscire e rimetterlo in moto di nuovo. L’energia impiegata per caricarlo è scomparsa, perlomeno qualitativamente, e può essere ristabilita solo da un impulso esterno. L’impulso esterno era quindi necessario anche al principio; quindi la quantità di movimento (o energia) presente nell’Universo non è sempre la stessa, quindi l’energia deve essere stata creata, quindi dev’essere creabile, quindi distruttibile. Ad absurdum!»(1).

Che Engels, Marx e molti altri filosofi intenti a cercare nelle conoscenze scientifiche del tempo un sostegno alle loro idee, si scaglino contro l’idea della morte termica è ben comprensibile, alla luce di quanto noteranno il padre dell’astrofisica moderna, Sir Arthur Stanely Eddington (1882-1944), per il quale «la dottrina del progressivo esaurirsi dell’universo fisico» è in perfetto accordo con il biblico «il cielo e la terra passeranno», e il filosofo cattolico Claude Tresmontant (1925-1997): «[Il secondo principio] ci insegna che l’universo è un sistema il quale non può essere eterno nell’avvenire, a meno che non riceva costantemente informazione nuova e di conseguenza non può essere eterno nel passato, perché, essendo costruito così come è, se fosse eterno nel passato sarebbe logorato da una eternità. E giacché l’universo non può durare eternamente nell’avvenire, siamo certi che non è durato in eternità nel passato. L’universo ha avuto un inizio nel passato, perché avrà una fine nel futuro [...]. Il principio di Carnot-Clausius è davvero il più metafisico dei principi della fisica perché ci insegna che ogni realtà fisica e biologica tende di per se stessa a disfarsi, che da se stessa va verso la polvere [...]. Il secondo principio ci insegna la radicale insufficienza di tutto ciò che esiste a giustificare la sua esistenza, la sua fragilità, la caducità di tutto ciò che esiste nell’universo e nella natura. Ecco perché, quando nel secolo scorso è stato scoperto, gli scienziati e i filosofi materialisti o panteisti, che volevano ad ogni costo mantenere la sufficienza ontologica del mondo e della natura, hanno espresso tanta ostilità, tanta ripugnanza verso il secondo principio»(2).

La sapienza degli Ebrei

Se Aristotele (384-322 a.C.) e Tolomeo (100-175 d.C.), per stare alle cosmologie pagane, Feuerbach, Engels e Marx, per andare dopo Cristo, fossero vivi al giorno d’oggi, sarebbero contraddetti dalla gran parte dei cosmologi, per i quali l’universo ha avuto un inizio e avrà una fine, proprio come pensavano gli antichi Ebrei, popolo di “ignoranti pastori”, e come ritengono tutti coloro che pensano che l’universo non giustifichi se stesso.

E se chiedessero qual è l’idea oggi più diffusa, si sentirebbero rispondere che l’ipotesi dominante, sebbene non l’unica, è che l’universo, nato circa 14 miliardi di anni orsono, andrà incontro ad “un’espansione ininterrotta, da cui non si torna indietro, conclusa dalla morte termica”. Non solo la materia non genera la vita (è stata ampiamente provata l’impossibilità della generazione spontanea), ma non la può neppure mantenere.

Il che permette ad un filosofo della scienza della International Academy of Astronautics, Paolo Musso, di affermare che quello che sappiamo con certezza, «anche se non sappiamo ancora come», è che «prima o poi, in un modo o nell’altro tutto finirà...»: quindi «l’Universo non è Dio, dato che non è in grado di assicurare la vita eterna, non solo ai suoi singoli individui, ma neppure alla vita in generale, e, alla fine, neppure a se stesso»(3). Chiusi tra cose mortali...  

NOTE
1) Friedrich Engels, Dialettica della natura, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 294.
2) Claude Tresmontant, Cristianesimo, filosofia, scienze, Jaka Book, Milano 1983, pp. 64; 235.
3) Paolo Musso, La scienza e l’idea di ragione, Mimesis, Varese 2011, p. 454