FEDE E CULTURA
Ci vorrebbe Augusto Del Noce
dal Numero 5 del 2 febbraio 2020
di Riccardo Pedrizzi

A 30 anni dalla sua dipartita, ricordiamo il filosofo italiano Augusto Del Noce (1910-1989), mente acuta e profetica della cultura cattolica del Novecento, che col suo lavoro intellettuale remò sempre contro quella corrente di pensiero progressista sviluppatasi nella Torino del suo tempo.

In verità quelli che, dopo la sua morte avvenuta il 30 dicembre del 1989, hanno ricordato Augusto Del Noce, hanno sempre messo in evidenza un aspetto del suo carattere: essere stato ed andare “controcorrente”.

Fin dagli anni ’20 da studente nella Torino laicista del liceo Gioberti, nel quale si erano formati Gobetti e, successivamente, Bobbio, Del Noce, fu, per così dire, un “eretico”. Una parte dell’attività di Del Noce è costituita, perciò, da un continuo confronto-scontro con i tre fondamentali filoni del laicismo razionalistico contemporaneo che si incarnavano, proprio a Torino, rispettivamente in Bobbio, Geymonat e Balbo. Nel primo filone il Filosofo cattolico vedeva «il più coerente rappresentante della cultura liberal-socialista che da Cattaneo giunge a Gobetti, con l’espressione politica nell’azionismo»; nel secondo «il difensore di un razionalismo che va da Comte a Lenin e approda al comunismo»; nel terzo «il tentativo più coerente di conciliare il cristianesimo con il marxismo, con una conclusione politica di progressismo cattolico subalterno al partito comunista». Per questo fu sempre estraneo alle lobbies culturali della Torino del suo tempo e, nonostante avesse scritto in tutti gli anni ’30 magistrali saggi sul pensiero di Nicolè Malebranche (1638-1715), in fondo rimase un isolato fino a tutto il Dopoguerra.

Bisognerà, perciò, aspettare soltanto gli anni che vanno dal 1957 al 1964 (anno in cui dà alle stampe Il problema dell’ateismo) perché il Nostro inizi ad essere un punto di riferimento morale e culturale per alcuni settori cattolici e per molti giovani, che fin da allora si opponevano al cattolicesimo democratico, alla demonizzazione del passato, alla secolarizzazione della società che già si intravedeva all’orizzonte. In quel periodo, durante il quale non esitò a criticare il degasperismo per quel che aveva rappresentato di minimalista e di rinunciatario all’interno del mondo cattolico, per la prima volta nel suo saggio Totalitarismo e filosofia della storia del febbraio 1958, dichiara che va capovolta la posizione laicista-azionista secondo la quale l’unico pericolo per la democrazia starebbe nel fascismo e nella cultura controrivoluzionaria cattolica, che nel “ventennio” operarono inscindibilmente uniti e che perciò dovrebbero essere entrambi demonizzati.

In questo stesso periodo collabora al quindicinale di Baget Bozzo L’ordine civile, scrivendo articoli, nei quali smaschera l’illusorietà degli “aperturisti” cattolici di poter utilizzare il socialismo per un recupero di religiosità nella vita italiana; critica l’insufficienza culturale della politica fanfaniana; attacca il progressismo cattolico che «vorrebbe continuare la resistenza». Sempre nel 1963 il Filosofo partecipa a San Pellegrino al III Convegno di studi della Democrazia Cristiana con una relazione su La potenza ideologica del marxismo e la possibilità di successo del comunismo in Italia per via democratica, nella quale, tra l’altro per la prima volta, affronta un tema di estrema attualità e quasi profetico e sorprendendo tutti affermava: «Non bisogna assolutamente sottovalutare l’importanza e il valore di questa direzione controrivoluzionaria: perché essa muove dalla intuizione che nella filosofia moderna si abbia un processo verso il nichilismo, verso una situazione in cui la stessa realtà dell’uomo è minacciata: e nessuno può negare il valore di attualità di questa intuizione». Ma la relazione ha scarso effetto su un ambiente che ormai non pensa altro che a spostare l’asse della politica italiana sempre più a sinistra.

La D.C. batte ormai a vele spiegate la strada del democraticismo filomodernista, evouzionistateilhardiano; non sa, quindi, più che farsene di quel professore scomodo, che va sempre più assumendo il ruolo, come lo definì W. Dorigo in Questitalia del 1966, di «castigamatti del progressismo». Ciononostante, la Democrazia Cristiana, dopo qualche anno, nel 1967, lo chiama a partecipare al Convegno di Lucca su L’impegno e i compiti dei cattolici nel tempo nuovo della cristianità. Qui il pensatore cattolico espone le sue idee circa il compito nuovo dei cattolici, che dovrebbe essere quello della difesa e della promozione della «dimensione religiosa nella vita e nella società»: se De Gasperi – dirà senza peli sulla lingua – era stato il responsabile di un certo minimalismo ideologico, Sturzo non era stato da meno perché «se il partito popolare insistette giustamente sulla distinzione tra il momento temporale e l’ecclesiale, non altrettanto fece per l’affermazione della dimensione religiosa».

La seconda metà degli anni ’60 vede il Professore impegnato in una intensa attività editoriale, assumendo la direzione insieme ad Elemire Zolla, di una collana, Documenti di cultura moderna, delle Edizioni Borla di Torino, affidate in quel tempo ad Alfredo Cattabiani, che proveniva dalla piccola Casa Editrice “Dell’albero”. Collaboratori dell’iniziativa sono, oltre a Cattabiani, Giovanni Cantoni e Mario Marcolla ed i testi che vengono pubblicati sono tutti di altissimo livello ed hanno avuto il merito di far conoscere al pubblico italiano autori che fino ad allora erano stati al bando: Marcel De Corte, Manuel Garcia Pelayo, Jean Servier, Hans Sedlmayr, Frithiof Schuon, Titus Burckhardt, Abraham Joshua Heschel, Etienne Gilson, Eliade, Voegelin, Simone Weil e Chogyam Trungpa. Soprattutto, nasce un cenacolo di giovani di «quel cerimonioso professore che a cinquant’anni aveva ottenuto soltanto un incarico nella lontana Trieste» – come ricordò Cattabiani.

Tra il 1970 ed il 1972 collabora alla rivista Europa, staccandosi sempre più dagli ambienti democristiani, tanto che A. Petrucci nel n. 8 del 2 marzo della Discussione in un articolo dal titolo Una cultura restaurata? scrive che: «Qualcuno dei relatori autorevoli di nostri importanti convegni, come il Del Noce per esempio, han l’aria di essere passati o pronti a passare nelle file della “restaurazione”».

In quel periodo Del Noce, che ora insegna alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Roma, sviluppa la sua convinzione, secondo la quale il pensiero filosofico italiano – quello di Croce e, soprattutto, quello di Gentile – è il solo in grado di superare non solo il marxismo, ma anche tutte le correnti di pensiero che hanno dato luogo al cosiddetto fenomeno dell’Occidentalismo (cf. I caratteri generali del pensiero politico contemporaneo. Lezioni sul marxismo, Giuffrè, Milano 1972).

Il 1974 è l’anno del referendum sul divorzio, che segnerà la svolta preparata da decenni da elitari circoli culturali progressisti e laicisti; con la sconfitta del fronte del Sì si scoprirà un’anima del popolo italiano non più cattolica. Del Noce come al solito si impegna anche in questa vicenda a fondo e paga in prima persona. Dopo la sconfitta si lamenta: «È la vittoria di una nuova borghesia che ha coinciso con la negazione dello spirito religioso».

Del resto anche in campo ecclesiale la confusione e lo sbandamento regnano sovrani. Anche in questi ambienti Del Noce viene emarginato, come del resto tutti gli altri promotori del referendum, a cominciare da Gabrio Lombardi. È proprio in questo periodo che il grande Filosofo cattolico inizia il suo avvicinamento a “Comunione e Liberazione”, dalla quale resterà colpito per il «successo impressionante», che va riscuotendo tra i giovani, non tralasciando di continuare a partecipare assiduamente alle attività della Fondazione Volpe, presiedendo molti degli “Incontri Romani” promossi dall’indimenticabile ingegnere Giovanni Volpe, tenendovi relazioni che sono rimaste memorabili come quella su La tradizione nello sviluppo culturale o quella introduttiva del convegno su L’avvenire della scuola, al quale partecipò quale relatore anche chi scrive, con una relazione sulla Libertà di educazione.

Fino agli ultimi anni della sua vita non rinunciò mai a quel ruolo di “castigamatti”, che si era volontariamente scelto. «Chi prese il potere in Italia nel ’45? È un tempo, si dirà, troppo lontano: Ebbene, io dico che nonostante tutto, chi lo prese allora lo detiene tutt’oggi come potere reale. E chi lo prese allora non è la D.C., quando almeno per D.C. si intenda partito della dottrina sociale cristiana, o della filosofia della storia cattolica. E per potere intendo in primo luogo dominio del costume e dell’opinione», dirà il Professore dinanzi a vescovi e cattedratici, giovani e studiosi nel dicembre del 1987. «A partire da queste considerazioni possono venire compresi i vari errori di una notevole parte del mondo cattolico negli anni successivi alla guerra», aggiunse il Filosofo.

«Il rifiuto della morale tradizionale e il permissivismo sono – secondo il Filosofo – le due facce del liberalprogressismo», per cui, dopo il crollo dei regimi comunisti e la fine delle illusioni marxiste, la nuova «sinistra europea potrebbe avere come sua cultura proprio quel liberalsocialismo che era la tesi del vecchio Partito d’Azione, i cui intellettuali, lasciata la politica pratica, hanno però dominato, durante un quarantennio, nella politica della cultura...». Se non sono profezie queste!!

Certo, era veramente uno strano tipo questo Professore. Schivo ma fiero delle sue idee, riservato ma indifferente ad ogni attacco malevolo, compìto ma forte nei suoi giudizi, un po’ timido ma sicuro nel prendere la parola anche di fronte ad una platea ostile, cortese ma incurante di inimicarsi i potenti. Per tutto questo oggi ci manca un Augusto Del Noce.