FEDE E SCIENZA
Scienza e fede. Parla il padre del microchip
dal Numero 47 del 1 dicembre 2019
di Antonio Farina

Inventore del touch screen e del microprocessore, ossia dell’anima elettronica di quasi tutto ciò che di tecnologico ci circonda (dai personal computer agli smartphone), il fisico Federico Faggin lavorava per mettere a punto un “computer autocosciente”. Ma in una notte insonne ha fatto la scoperta più importante, della quale ama parlare nelle sue molteplici conferenze.

Tutto ha una storia, un passato, una causa che l’ha prodotto: gli uomini hanno una storia, le cose hanno una storia, l’universo ha una storia, perfino le idee hanno una storia. Questo principio (di causa ed effetto) regola i fenomeni “macroscopici” della realtà fisica e della nostra vita quotidiana. Se ci chiediamo per esempio quale sia la storia o il passato o l’antenato del computer ci vengono in mente prodotti tecnologici “mitici” come il Commodore 64, oppure il microprocessore Z80 della Zilog, o anche gli avveniristici (negli anni ’60 del secolo scorso) mainframe della IBM o della CDC corporation, ecc. Ma ci vengono in mente anche uomini illustri, scienziati teorici della computer science, i pionieri dell’informatica, i maghi della tecnologia dei circuiti integrati e delle prime CPU. Gente come Alan Turing o Steve Jobs che lavorava e studiava in un garage per l’esiguità di mezzi economici di cui disponeva. Erano tempi eroici completamente diversi ed inconcepibili nell’era mediatica e globalizzata dei nostri giorni.


Un genio italiano

Non c’è bisogno di scavare in una biblioteca o di rispolverare vecchi faldoni per imbattersi in una personalità veramente eccezionale e per di più un italiano “doc”, veneto di nascita ma trapiantato negli Stati Uniti in giovane età, un personaggio cruciale dell’informatica mondiale. Chi è? Il suo nome è Federico Faggin. Nel mondo dei computer è considerato un vero e proprio “guru”, un pioniere della Silicon Valley, un visionario, precursore dei tempi dalla cui mente acuta di giovane fisico è nato il microprocessore più famoso della storia: lo Z80. Il nucleo “primevo” di tutti i computer da tavolo e dei controllori di processo. La sua storia ha del sorprendente: nato a Vicenza il 1° dicembre 1941, in piena Guerra mondiale (il padre era filosofo e traduttore di classici), consegue nel 1960 il diploma di perito industriale, specializzato in Radiotecnica, all’Istituto Tecnico Industriale “Alessandro Rossi” di Vicenza. Mente brillante, iniziò subito ad occuparsi di calcolatori presso la Olivetti (allora l’Italia era all’avanguardia in questo settore) e diresse il progetto di un piccolo computer elettronico digitale.
All’Università di Padova nel 1965 consegue la laurea con lode in fisica e viene subito nominato assistente incaricato. Insegnò nel laboratorio di elettronica e la ricerca sui flying spot scanner furono argomenti della sua tesi. Assunto nel 1967 dalla SGS-Fairchild sviluppò la prima tecnologia di processo per la fabbricazione di circuiti integrati MOS e progettò i primi integrati commerciali (1). Nel 1970 Faggin decise di stabilirsi negli USA ed andò a lavorare all’INTEL, oggi famosissima ma che allora muoveva i primi passi nella produzione di memorie DRAM, SRAM e ROM. La svolta professionale gli arrivò nel 1971 quando con Marcian Hoff, Stanley Mazor e Masatoshi Shima, Faggin costruisce il primo microprocessore, l’Intel 4004. Nel 1973 la sua società registrò vendite per 66 milioni di dollari. Nel 1974 fondò e diresse la Zilog, la prima ditta dedicata esclusivamente ai microprocessori. Qui “dette vita” al famoso microprocessore Z80 che è stato rivoluzionario non solo per gli home computers ma anche per i sistemi di controllo industriali basati sulla cosiddetta “intelligenza” locale. Nel 1986 Faggin co-fondò e diresse la Synaptics, ditta che sviluppò i primi touchpad e touch screen quelli che oggi comunemente usiamo nei telefonini.
Insomma un uomo eccezionale e di intelligenza fuori dal comune. Stimato non solo per le sue doti professionali ma anche per quelle umane. Paradossalmente Faggin, a 77 anni suonati, sta aumentando la sua fama e la sua notorietà anche per una caratteristica che oggi è inusuale, insolita (anzi un vero “masso erratico”) nel panorama scientifico mondiale: Faggin è un credente. Crede in Dio e non ne fa mistero, organizza congressi, visita Università, tiene conferenze, racconta la sua storia personale e soprattutto propone al pubblico le sue idee scientifiche, specialmente ai giovani, agli studenti e un po’ a tutto il mondo accademico. Ma che cosa rende così interessante Faggin? È molto semplice: dice, ma più che dire dimostra, che tra scienza e fede non c’è alcuna contraddizione e che, al contrario, un vero scienziato non può non credere in Dio.


“Nessun computer avrà mai una coscienza”

Nell’aprile del 2018 Federico Faggin, speaker d’eccezione alla prima conferenza organizzata da Science Gallery Venice al polo scientifico di Mestre, interviene con una dissertazione sulla “Natura della Consapevolezza”, presentando il suo “modello di realtà” e dicendo in sostanza: «Negli ultimi decenni, gli scienziati hanno creato intelligenze artificiali ispirate al cervello umano simulando le connessioni che si sviluppano tra i neuroni attraverso le sinapsi, costruito robot in grado di realizzare opere d’arte o che si sono visti riconoscere la cittadinanza di un paese. Stando a quanto affermato dai fisici, in cinquant’anni i computer saranno resi perfettamente coscienti e potranno sostituire uomini e donne nel portare a termine qualsiasi compito. Tuttavia, un bit non può ancora essere comparato a un segmento di DNA. Gli scienziati ci hanno portati a credere che gli esseri umani siano macchine sofisticate, ma, se questo fosse vero, saremmo in grado di costruire robot che possano competere con noi in ogni ambito [...] un simile dispositivo non può esistere, [...] importante conclusione alla quale sono giunto è sicuramente una: un computer non potrà mai essere consapevole» (2).
La singolarità di Faggin, come studioso, consiste nel suo “spendersi” senza riserve per la causa nobile di una scienza obiettiva, avulsa da preconcetti, non chiusa alla trascendenza e che non rifugge sdegnosamente di accettare la dimensione metafisica del creato. Ai ragazzi del liceo Malpighi di Bologna, entusiasti di ascoltarlo in una sua conferenza, ha riaffermato con chiarezza stentorea: «Ma non state tutto il tempo davanti allo smartphone! Voi siete di più, molto di più! Guardatevi negli occhi! Parlatevi! Ascoltate il vostro spirito!». Deve essere stata una sorpresa per l’uditorio sentir parlare uno scienziato di spirito, di anima, di una realtà incorporea che ci lega indissolubilmente e ontologicamente – si può dire – all’Eterno, a Dio, agli spiriti angelici, all’Aldilà. Ed in effetti Faggin, con tutta la sua autorità di pioniere dell’Intelligenza Artificiale, si schiera apertamente contro il paradigma di pensiero dominante che ritiene la “coscienza”, l’io, la mente (se volete la consapevolezza dell’individuo), come una sorta di “sottoprodotto” dell’attività elettrica neuronale. Questa è una visione immanente o meglio immanentista, riduzionista, atea, palesemente contraddetta dai fatti e dagli esperimenti che però ha assunto il ruolo di “dogma di fondazione” nelle Neuroscienze. Altri studiosi del problema mente-corpo non fanno mistero di ritenere come inevitabile il presupposto che la coscienza “emerga” spontaneamente dalla complessità delle interconnessioni cerebrali. E questo era anche il sogno vagheggiato dai primi esploratori della I.A. (Intelligenza Artificiale) e cioè: “Facciamo un computer abbastanza complesso in grado di eseguire algoritmi di reti neurali e vedremo che la coscienza salterà fuori da sola”. In altri termini un computer, complesso, acquisterà un “io” pensante.
Ebbene, nonostante l’evoluzione dell’hardware e nonostante i decenni di tentativi infruttuosi, i fautori dell’idea uomo = macchina-ipercomplessa non demordono e rimangono convinti che “da qualche parte nel cervello ci deve stare la coscienza”. Molti speravano di vedere prima dell’anno 2000 un computer dotato della consapevolezza, almeno quella di un topolino, ma niente da fare, l’obiettivo è rimasto latente e fuori della portata di qualsiasi aggeggio meccanico-elettronico. Poiché Federico Faggin è un uomo di grande logica e di impressionante coerenza, ha compreso benissimo che se esiste uno spirito, una trascendenza dell’essere umano, allora è inevitabile credere ad uno Spirito onnipotente e creatore di tutte le cose visibili ed invisibili. Uno Spirito che non soggiace alla realtà effettuale ma che la trascende: Dio-Amore.


“Investito da un amore immenso”

Ma come è arrivato a questa “conversione” spirituale ed intellettuale uno scienziato molto pragmatico che pensava di arrivare a “creare” lui per primo un computer pensante? Lo racconta lui stesso ad un’attonita platea di ascoltatori riuniti al teatro Duse di Bologna: «A 48 anni entrai in una crisi profonda. Avevo tutto: successo, fama, benessere economico, una bella famiglia. Ma quel tutto mi sembrava nulla. Che cos’è infatti la vita se poi finisce con la morte?», e più incisivamente: «Ma la vita ha un senso? Ed io chi sono?». «Una notte – ha continuato Faggin – nella casa in montagna che ho in California, mi sono sentito come investito da un qualcosa che è difficile spiegare a parole: direi come da un immenso amore che percepivo essere la sostanza di tutto, me compreso. Un amore che mi avvolgeva, mi conteneva, che usciva da me ma che era pure parte di me. In quell’istante ho capito, ho percepito, ho sentito che tutto è amore». In un attimo, sotto l’azione dello Spirito Santo, folgorato un po’ come san Paolo sulla via di Damasco, gli si apre la mente e comprende tutto, l’integralità dell’Essere umano e la reale Presenza divina che governa il Cosmo. Come dice Michele Brambilla nel suo articolo Federico Faggin, lo scienziato dello spirito: «Da quella notte insonne, Faggin sente di avere un solo vero, grande compito: confutare da scienziato – non da religioso! – lo scientismo che “oggi vorrebbe farci credere che l’uomo è una macchina e che il computer, l’intelligenza artificiale, lo può sostituire”. Follia, per Faggin. “No! No! – ha detto l’altra sera in teatro a Bologna – Il computer può fare molte più cose di quelle che può fare un essere umano, può fare miliardi di calcoli al secondo, ma non potrà mai avere una coscienza! Mai potrà avere la percezione di sé, mai potrà avere un libero arbitrio” [...]. E così quest’uomo che potrebbe essere sazio di vita, affetti e successi, gira il mondo con l’energia di un ragazzino e la passione di un neofita per gridare ai ciechi e ai sordi la sua scoperta più grande: “Il nostro pensiero e i nostri sentimenti non sono un insieme di contatti elettrici nel cervello. Quelli spiegano il come, ma non il perché. Quelli sono lo sviluppo, non l’origine di ciò che proviamo. L’io esiste! Ed è qualcosa di immateriale, quindi di immortale”».


Uomini di scienza e fede

Federico Faggin dimostra così che si può essere studiosi di chiara fama, veri scienziati, imprenditori e liberi pensatori ed essere immuni dai presupposti acritici dello scientismo. Proprio questa sua non “omologazione” al pensiero dominante solleva interesse, ammirazione e quasi un pizzico di invidia nella cultura scientifica, nel mondo accademico, e in quello della ricerca.
L’influenza nefasta del positivismo logico (dal 1926 con Rudolf Carnap e il Circolo di Vienna), del razionalismo prima (Hobbes, Bacone, Galilei, Cartesio...) e non ultimo dell’eredità darwinista, fa sì che risulti quasi incredibile che uno scienziato e tecnologo creda in Dio e nell’anima. Ci siamo dimenticati del prof. Enrico Medi, di Antonino Zichichi, di san Giuseppe Moscati, di Alessandro Volta, di Luis Pasteur, di Maxwell, di Marconi, di Mendel, di Augustin Cauchy, il fondatore dell’Analisi matematica (che si studia in tutte le università!). Di Karl Federich Gauss, il più grande matematico della storia: tutti credenti, tutti cristiani, tutti geni assoluti. George Boole l’inventore della logica alla base dei computer era un profondo credente. Per non citare John von Neumann, inventore della moderna architettura dei sistemi di calcolo. Eppure secondo le rilevazioni sociologiche compiute in questi anni alla Rice University, condotte da Elaine Howard Ecklund, in Italia quasi il 60% dei fisici e biologi crede in Dio e si dichiara cattolico mentre soltanto il 20% è ateo e il 23% agnostico. Più numerosi gli scienziati credenti, seppur di poco, anche negli Stati Uniti: il 36% afferma di credere in Dio contro il 35% degli atei e il 29% degli agnostici. Nel Regno Unito e in Francia sono invece maggiori gli scienziati che non credono in Dio...
Dunque i dati parlano chiaro: almeno in casa nostra la maggioranza degli uomini e di donne che si occupano di scienza professa una fede, un credo. Diciamo allora che c’è una minoranza di atei, alquanto “rumorosa”, ben radicata nelle istituzioni universitarie (vedi P. Odifreddi, M. Cattaneo, ecc.), di certo più presente nei media, che ha sposato la causa deleteria e scellerata della “crociata” della scienza in opposizione alla fede. Dimenticano – ahimè – che non esiste uno Scienziato più grande, un Ingegnere più sapiente, un Tecnologo più audace e creativo di Dio. L’Onnipotente.  

NOTE

1) MOS è l’acronimo di Metal Oxide Semiconductors: sono alla base delle CPU moderne rese possibili grazie alla large scale integration (LSI) e alla very large scale integration (VLSI).

2) Vedi Valeria Sforzini, Science Gallery Venice - Young Voices Board - www.unive.it/pag/14024 (Univ.Ca’Foscari).