FEDE E CULTURA
Un magistrato amico dei Gesuiti
dal Numero 7 del 17 febbraio 2019
di Claudio Meli

Nonostante l’oblio a cui furono condannati dalla classe intellettuale illuministico-giacobina, gli scritti del conte de Maistre possono stare tra i classici del pensiero di tutti i tempi e meritano d’essere riportati alla luce.

Lo scrittore cattolico Domenico Giuliotti ha parlato del Joseph de Maistre predemestriano, quello il cui genio cioè non era ancora stato risvegliato dalla Rivoluzione francese, come di un personaggio di scarso interesse (1); eppure proprio l’estrazione, la formazione e le esperienze precedenti il suo esordio come pubblicista caratterizzeranno la riflessione di uno dei campioni della Fede cattolica suscitati allora dalla Provvidenza.


Provvidenza e giustizia

Il conte de Maistre, nato a Chambéry il 1° aprile del 1753, apparteneva a una famiglia della nobiltà di toga che deteneva in via ereditaria un seggio al Senato di Savoia, una delle corti di giustizia del Regno di Sardegna: anzitutto da magistrato pertanto egli considerò questioni quali la giustizia divina e il rapporto fra Dio e potere temporale. Nello scritto incompiuto dal titolo Studio sulla sovranità (1794-1796) infatti il gentiluomo accusa la filosofia che, ponendo all’origine della società una deliberazione, nega la sua dipendenza dal Creatore; essendo viceversa la società voluta da Dio, è Dio stesso l’autore della sovranità che la rende possibile. Non deve apparire contraddittorio che per Joseph de Maistre sia la stessa natura sociale dell’uomo a comportare la necessità di un governo. Egli sapeva infatti che l’uomo, morale e corrotto a un tempo, «deve essere governato proprio come deve essere giudicato, e per la stessa ragione; ossia perché dove non vi è sentenza, vi è scontro»: questo affermerà ne Il Papa (1819), stabilendo l’importantissima analogia fra tribunale e governo, fra decisione giuridica e decisione sovrana che avrà grande fortuna nel ’900 grazie all’opera di Carl Schmitt, uno dei suoi successori spirituali; il giurista tedesco si gioverà pure, nella sua lotta contro il positivismo, di quella maistriana contro il sistema protestante della sola Scriptura che, dice Maistre nella Lettera sullo stato del Cristianesimo in Europa (1819), «mette la legge al posto del giudice, mentre la legge non esiste e non parla che attraverso il giudice». L’impostazione giuridica permise al Savoiardo di cogliere nella libertà il nesso fra Provvidenza e giustizia divina. Nelle Serate di Pietroburgo (1821), sua opera principale, i mali fisici in quanto castighi conseguenti al peccato dell’uomo sono definiti non necessari; da qui l’importanza della preghiera e il senso del sacrificio cristiano, che vale per gli uomini come merito di fronte alla stessa giustizia di Dio, per la revoca non solo del reato della colpa, ma anche di quella delle pene temporali: questo grazie al principio della «reversibilità delle sofferenze dell’innocente a favore dei colpevoli».


Maistre e la massoneria

Si è voluto scorgere nella teodicea maistriana un retaggio pagano dovuto alla prolungata frequentazione (dal 1779 al 1791), da parte del nostro scrittore, delle logge massoniche, la quale ha molto scandalizzato, soprattutto in considerazione del suo essere stato allievo dei Gesuiti e loro costante sostenitore. In Joseph de Maistre tuttavia il massone si è risolto nel pensatore gesuitante, e non per caso: il primato del libero arbitrio, che “condiziona” la Provvidenza, e la funzione delle pene medicinali sono idee che possono essere fatte risalire al grande teologo alessandrino Origene, e lo stesso Maistre chiarisce, nell’undicesimo colloquio delle Serate, l’origenismo essere una delle componenti della dottrina esoterica degli Illuminati. Quello di cui ci si dimentica però è la rinascita origeniana promossa dai Gesuiti nel ’600 in chiave antiprotestante e antigiansenista: quello di Origene infatti può essere considerato un sistema di grazia post praevisa merita anticipatore del molinismo (2): il conte de Maistre, acerrimo nemico di protestanti e giansenisti, non fa che continuare tale linea.


La Rivoluzione francese

È comunque questo il quadro in cui si inserisce la sua concezione della Rivoluzione francese. Nelle Considerazioni sulla Francia (1796), che uscite anonime in Svizzera, dove era emigrato a seguito dell’invasione francese della Savoia, renderanno famoso il loro autore, la rivoluzione, «opera diabolica», è allo stesso tempo strumento provvidenziale: essa è infatti da una parte punizione dei francesi per la loro complicità nel crimine di attentato alla sovranità, dall’altra mezzo per rafforzare la Francia in vista della ripresa della sua missione religiosa; in tutto questo il rapporto di libertà con l’opera della Provvidenza è esemplificato sia dal non venir meno la responsabilità degli agenti della Rivoluzione, la cui epurazione passa dalla stessa violenza da loro scatenata, sia dall’offerta in sacrificio, da parte di Luigi XVI e di madame Elisabetta, della propria vita per il bene del Paese. La Rivoluzione inoltre è secondo Maistre il «prodotto immediato della filosofia» del secolo XVIII, il quale per la prima volta nella storia ha visto l’empietà trasformarsi in «insurrezione contro Dio», nel tentativo di espungere il principio religioso che invece presiede alle creazioni politiche, come dimostrato nel Saggio sul principio generatore delle costituzioni politiche e delle altre istituzioni umane (1814).


Non un evento, ma un’epoca

Lo sguardo profetico del conte de Maistre andava oltre la contingenza storica. Già nel Discorso alla marchesa de Costa sulla vita e la morte di suo figlio Eugène (1794), che contiene l’invito a essere, di fronte ai «crimini del mostro rivoluzionario», non solo «pazienti», ma «vittime», egli scrive: «A lungo non abbiamo compreso la rivoluzione di cui siamo testimoni; a lungo l’abbiamo presa per un evento. Ci sbagliavamo: essa è un’epoca». Con questo in fondo non stava preconizzando altro che l’inversione definitiva delle categorie di legittimità fondate sull’azione del tempo («primo ministro di Dio al dicastero di questo mondo»), vale a dire la legittimazione della stessa Rivoluzione e, come è stato notato, il nefasto stabilizzarsi dell’improbabile regno artificiale dell’uomo astratto (3).


In Russia

Dopo aver trascorso, in qualità di reggente la Reale Cancelleria, un periodo in Sardegna (1800-1803), di cui gli resterà un pessimo ricordo per essersi trovato fra l’incudine dei patrioti sardi e il martello del viceré Carlo Felice, il conte de Maistre venne inviato a San Pietroburgo come ambasciatore presso lo zar Alessandro I. La Provvidenza aveva voluto che proprio nella Russia scismatica la Compagnia di Gesù, scacciata e soppressa nell’Europa cattolica, venisse prima mantenuta e poi ufficialmente ristabilita. Assicurandogli il genio grande credito a corte, nonostante le difficoltà della sua missione, Maistre sviluppò allora una propria diplomazia personale: la sua stessa conoscenza del mondo massonico gli permise di denunciare (come nei Quattro capitoli sulla Russia, del 1811) la minaccia rappresentata per la Russia dal «vero illuminismo», quello alleato di tutte le sette per la distruzione del trono e dell’altare; in relazione a ciò egli sostenne, di concerto col generale dell’Ordine Bzrozowski, la battaglia dei Gesuiti per la libertà dell’insegnamento, il che significava per loro non essere subordinati alle Università in cui regnava il razionalismo; per questo l’erezione a Università del Collegio gesuitico di Polock in Bielorussia (1812) fu un trionfo per il Conte. Egli venne però coinvolto pochi anni dopo nella caduta della Compagnia, provocata dall’attacco concentrico dell’ortodossia nazionale e della corrente latitudinaristica che ispirava in quel momento lo zar.


La restaurazione dei Gesuiti

Il Savoiardo venne congedato (1817); ma se i Gesuiti venivano espulsi dalla Russia, erano stati nel frattempo restaurati nel mondo cattolico dalla bolla di Pio VII Sollicitudo omnium Ecclesiarum (7 agosto 1814). Al cognato Saint-Réal che criticava quest’atto Maistre replicava: «Per quale ragione, per quale legge, per quale convenienza, una cosa eccellente, una volta abbattuta, non dovrebbe essere più rialzata? [...]. Intanto ti darò una regola sicura e facile per giudicare gli uomini come le istituzioni. Questa regola è infallibile: tu devi soltanto osservare da chi sono amati e da chi sono odiati. Da parte dei Gesuiti, io ti nominerò tutto ciò che il mondo ha prodotto di più eccellente nel campo della santità, della scienza e della politica. E quali sono i loro nemici? Tutti i nemici di Dio, tutti i nemici della Chiesa, tutti i nemici dello Stato. [...]. Insomma, caro amico, io non amo nulla quanto lo spirito di famiglia: mio nonno amava i Gesuiti, mio padre li amava, la mia sublime madre li amava, io li amo, mio figlio li ama, suo figlio li amerà, se il Re gli permetterà di averne uno».


A Torino

Negli ultimi anni, vissuti a Torino da ministro di Stato, ma senza alcuna autentica influenza politica, il conte fu membro dell’Amicizia Cattolica, associazione impegnata a combattere lo spirito rivoluzionario con le sue stesse armi (4), in particolare attraverso la buona stampa. Intanto l’uscita de Il Papa contribuiva a sbandire ogni residuo di gallicanesimo dalla Francia. Questo libro prospetta il papato come tribunale di ultima istanza tanto contro l’abuso di potere dei governi (da Maistre pure ritenuti «sempre buoni una volta stabiliti»), quanto rispetto alle questioni teologiche dubbie, che a ben vedere non possono essere che quelle non ancora decise dal Magistero: per questo l’idea che sia il Papa a definire di volta in volta cos’è la Tradizione non può rifarsi che abusivamente a Joseph de Maistre. Egli lasciò questo mondo il 26 febbraio 1821, dicendo: «Muoio con l’Europa». La brutalità dei poteri di fatto che devastano il continente mercé il «protestantesimo politico» denunciato dal Conte ci restituisce intero il senso di quelle parole.  


NOTE
1) Domenico Giuliotti, De Maistre, L’arco, Firenze 1948, p. 7.
2) Gaetano Lettieri, voce Origenismo (in Occidente, secc. VII-XVIII), in Adele Monaci Castagno (a cura di), Origene. Dizionario, Città Nuova, Roma, pp. 314-315; Idem, Il nodo cristiano, Carocci, Roma 2009, pp. 182-183. Il molinismo è un «sistema teologico legato al nome di Ludovico Molina, gesuita e teologo spagnolo del secolo XVI», secondo cui «Dio esplora il libero arbitrio umano secondo i vari ordini creabili e la sua eventuale corrispondenza alla grazia: in tal modo stabilisce la Predestinazione, subordinatamente alla previsione dei meriti (post praevisa merita)». Cf. P. Parente - A. Piolanti - S. Garofalo, Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, 1952, p. 228.
3) Roberto Calasso, La rovina di Kasch, Bompiani, Milano 1989, pp. 88-89.
4) Roberto de Mattei, Idealità e dottrine delle Amicizie, Roma Bibliotheca romana 1981, p. 48.