FEDE E CULTURA
Discorso franco sull’aborto
dal Numero 42 del 4 novembre 2018
di Giovanni Apollinare

Per aprire gli occhi delle persone sulla gravità dell’aborto è necessaria una sana franchezza, che riporti l’attenzione su ciò che può sembrare ovvio ma che, di fatto, scardina molte pseudo-verità accettate pressoché universalmente e supinamente dalla cultura contemporanea.

La risposta alla questione dell’aborto dipende interamente da due domande. La prima è: il feto nel grembo materno è un essere umano, o no? Se non lo è, allora egli deve diventare un essere umano in qualche momento della gestazione. Ci sono due classi di persone che puntano su questa ipotesi.
Gli spiritualisti, i quali credono che questo accade nell’istante in cui l’anima “entra” nel corpo. Questa teoria, detta dell’“animazione ritardata”, era condivisa dalla medicina antica e, per derivazione, dai teologi medievali, a causa della loro scienza ancora molto imperfetta, in campo di biologia e genetica. Ma, dire questo, oggi, è assurdo, perché l’anima non è una cosa estranea al corpo vivente: è la vita stessa del corpo. Affinché l’anima possa entrare in un corpo già esistente, sarebbe necessario che il corpo, fino a quell’istante, fosse privo di vita, ossia, morto, cosa ampiamente smentita dall’embriologia contemporanea.
I materialisti, invece, dicono che un feto umano di tre mesi non si distingue, apparentemente, da un feto di scimmia: argomento che è un’autentica presa in giro. In questa logica, Charles Darwin, ben osservato, non dovrebbe appartenere alla stessa specie di Tom Cruise, ma a quella degli australopitechi.
Ogni tentativo di provare che il feto non è umano, si scontra con controsensi insormontabili; ma negare che l’altro sia un essere umano, è la più vecchia scusa di chi desidera ucciderlo. La scienza nazista provava, con simili argomenti, che i giudei erano privi della dignità umana.
Allontanata l’ipotesi folle che il feto non sia umano, sorge allora la seconda domanda decisiva: esiste una differenza sostanziale tra l’uccidere un essere umano nel ventre della madre, e ucciderlo dopo che è uscito?
Gli abortisti cercano di ingannare le donne con lusinghe, assicurando che tutto quello che sta nel corpo della donna le appartiene, e che possono fare liberamente quello che vogliono con ciò che appartiene loro. Questo ragionamento sottintende che il feto è un organo del corpo della donna, e non un essere umano indipendente. Ma, ammesso e non concesso che il feto sia un organo, cos’è un organo? È, per definizione, un qualcosa che non può esser tolto, senza danno per il corpo. Se è un organo, eliminarlo significa mutilare il corpo, e la mutilazione, per sé, non è una perfezione, ma un danno. Ma la dimostrazione definitiva che il feto non è un organo della madre, è l’irriducibile differenza cromosomica delle cellule fetali rispetto al corredo cromosomico della madre.
Esclusa, perché assurda, l’ipotesi che il feto sia un organo, resta da sapere, proprio perché è un’altra cosa, se esso appartenga totalmente alla donna che lo porta nel grembo. La risposta è no, perché il feto non è composto solo dal corredo cromosomico della madre, ma anche da quello del padre. Lo spermatozoo che ha fecondato l’ovulo materno, non è stato prodotto dalla madre, ma dal padre, che l’ha deposto nel corpo della madre. Ciò vale, sia pur indirettamente, anche nei casi aberranti di inseminazione artificiale. La madre, dunque, non è padrona dell’intero feto, ma solo di una sua parte. Dell’altra parte, quella che viene dal padre, la madre è solo tutrice o “depositaria”, e ha tanto diritto di gettare il feto nell’immondizia, quanto la banca ha il diritto di gettare nella spazzatura il denaro depositato dai cittadini.
Il rifiuto categorico del diritto all’aborto deriva da evidenze cristalline, che solo una mentalità turpe può negare. Ma il male non sta tanto nelle donne che abortiscono, ingannate dalla disperazione. Sta, piuttosto, in chi difende l’aborto e, con parole melliflue, le convince a commettere “l’abominevole delitto”. Nel caso che accettino la proposta, delle due l’una: o si stanno per creare un senso di colpa in più, unito a sofferenza e disperazione lacerante; oppure, dovranno soffocare in loro stesse ogni sentimento di colpa, diventando ciniche e disumane, come il loro perfido consigliere.
Facciamo un appello alla donna povera e disperata, che ha paura di mettere al mondo un figlio: non creda a questi falsi amici. Quando sente un deputato, un senatore, un intellettuale ben sistemato nella vita, che difende l’aborto, perché ha pena delle donne povere, gli chieda: “Ma, dottore, se lei è così buono e generoso da offrirsi per aiutarmi a uccidere il mio piccolo figlio, perché non mi dà un po’ del suo denaro per aiutarmi a farlo vivere?”.