FEDE E CULTURA
1968: un anno “formidabile”?
dal Numero 19 del 13 maggio 2018
di Carlo Codega

Dalla California al Giappone, passando per Francia, Germania e Italia, il corpo sociale contrasse il virus ideologico sessantottino, e ancor oggi, a 50 anni, ne siamo tutti in qualche modo contaminati. Il ’68 non va ignorato né relativizzato, ma compreso e spiegato, per rileggere alla sua luce i problemi contemporanei.

I cinquant’anni dalla contestazione “giovanile” del 1968 non sembrano per il momento aver dato adito a molte rievocazioni anche se probabilmente, a partire da questo maggio, i mass media ci propineranno continue celebrazioni “epiche” di questo evento. Scommettiamo infatti che l’anno “formidabile” delle università occupate – come lo definì il leader indiscusso degli studenti, Mario Capanna –, dei sanpietrini contro la polizia, degli scontri di piazza e dei ciclostilati deliranti farà secernere nuovamente adrenalina dalle ghiandole degli ormai bolsi e attempati pensionati ex-sessantottini – sprofondati nelle loro poltrone o intenti a coltivare il loro orticello – ridestando il loro spirito guerriero e ribelle, fiaccato ormai da decenni di vita piccolo-borghese. Immaginiamo quanti di questi reduci potranno con orgoglio vantarsi con i loro nipotini – se ne hanno, dato il trend demografico in seguito alle conquiste del ’68 (divorzio e aborto) – che loro erano là, in mezzo ai tafferugli, alle vetrine infrante, alle cariche di polizia, a fare la storia e a gridare con stolta ferocia la loro ribellione contro il sistema.
Al di là della valutazione che si voglia dare, ciò su cui possiamo concordare è comunque la centralità della Rivoluzione sessantottina nella storia contemporanea e la pervasività dei suoi effetti epocali: il 1968 è infatti più che ogni altro l’evento che ha plasmato il mondo e la società così come si presenta ai nostri occhi. Non possiamo capire il mondo in cui viviamo e i disvalori della nostra società se non ci confrontiamo con il Sessantotto, fenomeno che non può essere né ignorato, né relativizzato ma che va spiegato alla luce di una corretta visione teologica della storia umana. Proprio per questo tratteremo approfonditamente della Rivoluzione sessantottina per cercare di comprendere da dove derivino i problemi della nostra società, e dove trovare l’antidoto al veleno sessantottino che scorre nelle vene di ciascuno di noi.

Cominciamo dai fatti

Effettivamente la mera analisi dei fatti – senza entrare per il momento in merito agli effetti e al significato profondo – ci fa confermare senza ombra di dubbio la definizione di Capanna, sennonché con un significato completamente opposto. “Formidabile” è un termine usato normalmente per indicare una cosa grandiosa, ma nel suo significato etimologico – quello che ci fa pienamente aderire alla definizione – significa “spaventevole” (dal latino “formido”). Il ’68 fu effettivamente un anno spaventoso! Anno non da intendere in senso strettamente cronologico, giacché il fermento della contestazione giovanile iniziò qualche anno prima negli Stati Uniti – con la famosa rivolta all’Università di Berkeley in California (1964) – per poi diffondersi gradatamente in Europa, dove trovò il suo culmine negli scontri di Valle Giulia a Roma (1° marzo 1968) e soprattutto in quelli del Maggio parigino. Mentre altrove il movimento si spense da solo o ricevette una violenta repressione governativa, in Italia le mezze misure di politici e rettori delle università ne allungò l’esistenza: paradossalmente fu infatti la strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969 a far finire il Sessantotto, lasciando però ancora vivere per un decennio il suo figlio primogenito, il terrorismo e l’estremismo politico degli “anni di piombo”, chiusi con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Lasciando da parte il ’68 di Praga – che si svolse in tutt’altro contesto – l’intero mondo Occidentale fu scosso dal terremoto rivoluzionario dall’Italia agli USA, dal Giappone alla Francia. Le rivolte riguardarono principalmente gli studenti universitari, ma non esclusero anche i licei cittadini, mentre non ovunque il movimento studentesco riuscì a fondersi con la protesta popolare dei lavoratori, come fu a Parigi o negli scontri a Tokyo contro la costruzione del nuovo aeroporto di Narita, che vide accomunare i coltivatori di angurie agli studenti dello Zengakuren. Pur scuotendo tutto il mondo occidentale, il Sessantotto ebbe la sua genesi negli USA, raggiunse il suo apice in Francia, trovando nel frattempo una singolare espressione anche in Italia, in Germania e in Giappone. Altrove solo il Messico vide la nascita di un potente movimento studentesco, represso nel sangue dall’esercito con il massacro di Tlateloco (2 ottobre 1968) in cui persero la vita oltre un centinaio di giovani.


Da Berkeley a Chicago: il movimento studentesco negli USA

Gli Stati Uniti sono la patria del Sessantotto per due motivi: in primo luogo perché videro un ’68 ante litteram nel 1964 all’Università di Berkeley, in secondo luogo perché furono la patria d’adozione dell’ispiratore della rivolta studentesca. L’università di Berkeley in California – la più grande degli Stati Uniti – era un po’ il paradigma del mondo accademico statunitense che, nel suo pragmatismo, concepiva anche la cultura e l’istruzione come un ingranaggio di un grande meccanismo. In un momento in cui il movimento per i diritti civili metteva in luce alcune contraddizioni dello stato “liberale” per eccellenza e in cui il Vietnam si scopriva essere un “pantano” nel quale molti giovani americani perdevano la vita, il rettore Kerr proibì ogni attività politica in università, richiese alla polizia di garantire l’ordine pubblico nel campus e – con ben poca avvedutezza – ricordò agli studenti che “l’università è una macchina”. L’arresto di uno studente che aveva iniziato un volantinaggio scatenò la prima protesta: Mario Savio, uno studente newyorkese di giurisprudenza di origine italiana, salendo in piedi sulla macchina della polizia, prese la parola per contestare le autorità accademiche e domandare libertà di espressione, da cui il movimento prese il nome di Free speech movement. In realtà però le proteste a Berkeley non sfociarono nella violenza e si placarono con le prime concessioni dell’università: lo stesso Savio – abile retore – aveva avuto la delicatezza di togliersi le scarpe prima di salire sul tettuccio della macchina della polizia, per non rovinare un bene pubblico! Il decorso del movimento studentesco non sarebbe stato altrettanto garbato: influenzato dall’ideologia della “Nuova sinistra” e sempre più incentrato nella protesta contro la guerra in Vietnam, il SdS (Students for a democratic society) – il principale organismo della contestazione studentesca – subì una radicalizzazione in senso violento, trovando appoggio e solidarietà anche nel movimento degli hippy e nelle ideologizzate “Pantere nere”. L’esito più radicale fu quello dei “giorni della rabbia” di Chicago (8-11 ottobre 1970) quando un raduno anti-imperialista – ovvero contro la guerra in Vietnam – fu sfruttato dalla fazione terroristica del movimento studentesco – i Weathermen – per innescare una vera e propria guerriglia urbana nei quartieri di Chicago, distruggendo macchine, infrangendo vetrine e ferendo poliziotti.
La matrice statunitense della contestazione giovanile influenzò comunque il ’68 europeo in almeno tre direzioni. Il pensatore guida del Sessantotto fu in effetti quell’Herbert Marcuse che, insieme agli altri membri della cosiddetta “Scuola di Francoforte” (tutti ebrei marxisti), scappò dalla Germania dopo l’elezione di Hitler per rifugiarsi negli Stati Uniti, facendo una brillante carriera universitaria e ispirando con i suoi libri (Eros e civiltà e L’uomo a una dimensione soprattutto) la rivolta studentesca. Una delle più fortunate espressioni del ’68 fu infatti quel “Ma-Ma-Ma”, con cui si accostavano Marx, Marcuse e Mao-Tse-Tung, cosa che avrebbe lasciato contrariati (se non inorriditi) tutti e tre questi personaggi!
Il secondo aspetto che il movimento studentesco europeo riprese dal clima sociale degli Stati Uniti fu l’icona del Vietnam. In maniera semplicistica e approssimativa, la guerra del Vietnam fu presa come una legittima ed eroica resistenza di un popolo (i vietnamiti del Nord, ovvero i comunisti) dall’imperialismo statunitense, chiudendo gli occhi di fronte all’aiuto offerto dal comunismo russo e cinese (non meno “imperialisti” degli Stati Uniti) e dalle terribili violenze dei seguaci di Ho Chi Minh contro i vietnamiti del Sud (cioè anche quelli precedentemente scappati dal Nord per evitare le persecuzioni). L’impantanamento dell’esercito americano contro il debole Vietnam fu preso però come un esempio di rivolta a disposizione di tutti, anche degli studenti occidentali che, nel loro piccolo, avrebbero potuto fare qualcosa di simile: «Uno, dieci, cento Vietnam» come aveva detto Che Guevara!
Il terzo aspetto è quello mutuato dalla corrente degli hippy e dalla beat generation: l’esperienza di nuove forme di socialità giovanili, più libere e trasgressive, che disprezzavano apertamente il concetto di autorità e rifiutavano a priori la “famiglia borghese”, in favore della libertà sessuale fino a manifestazioni oscene e perverse (rivoluzione sessuale), è uno degli aspetti più importanti e profondi del ’68, con tutte le sue terribili conseguenze come la diffusione di droghe (rivoluzione psichedelica) e il diritto al divorzio e all’aborto. Di fatti quella del ’68 fu la prima generazione a non essere educata né da preti e teologi, ma nemmeno da filosofi e scrittori, bensì da chitarristi e cantautori!

Il Maggio francese

Prima di passare all’Italia, diamo uno sguardo a quello che fu l’apice, il paradigma e l’emblema stesso del Sessantotto: il Maggio francese. Da qui vengono le fortunate sentenze che divennero un po’ lo slogan universale del movimento sessantottino: fu infatti proprio sui muri della Sorbona occupata che furono vergate le famose “C’est interdit d’interdire” (“Vietato vietare”) e “Imagination au pouvoir” (“Fantasia al potere”), mentre nelle manifestazioni si innalzava spesso il grido “Ce n’est qu’un debut, continuons le combat” (“Non è che l’inizio, continuiamo il combattimento”). Tutto nacque dal “Movimento 22 marzo”, guidato dallo studente di sociologia Daniel Cohn-Bendit, che in quel giorno occupò gli uffici amministrativi dell’Università di Paris Nanterre per protestare contro l’arresto di un loro militante durante una manifestazione pro-Vietnam, arresto peraltro motivato non da poetici motivi politici-ideologici ma per il più prosaico saccheggio della sede dell’American Express. Ad ogni modo Daniel Cohn-Bendit, soprannominato “Dany il Rosso”, più che uno studente era un agitatore di professione, cresciuto negli ambienti dell’anarchia – la sua famiglia era ebrea e tedesca, emigrata in Francia dopo la presa di potere di Hitler – e grande propagatore della “liberazione sessuale”, da intendersi come pratica di ogni tipo di sessualità, anche nelle forme più perverse, non esclusa la pedofilia.
Il 2 maggio la polizia intervenne per sgombrare Nanterre, così Dany il Rosso e la sua teppa “borghese” decisero di continuare la loro comune rivoluzionaria (e sessualmente libera) occupando questa volta i locali della più prestigiosa Sorbona. Mentre sia il presidente De Gaulle che il primo ministro Pompidou si trovavano all’estero, la polizia diede l’attacco anche alla principale Università parigina, ma qui trovarono un’opposizione ben decisa degli studenti. La tensione crebbe fino a quando, nella notte tra il 10 e l’11 maggio, lo scontro divenne una vera e propria guerriglia tra i rivoltosi e la polizia: le barricate erette nel quartiere latino bloccarono la polizia lasciando sulle strade più di cento feriti. Ma la situazione si inasprì ancor più con l’entrata in scena del movimento operaio: vera peculiarità del Maggio francese – e causa del suo effimero successo – fu infatti l’effettiva alleanza tra il movimento studentesco e quello operaio. Nonostante l’iniziale opposizione dei sindacati, il 13 maggio 800.000 scioperanti occuparono le strade di Parigi, dando man forte agli studenti, e impegnando la polizia sui due fronti. Nei successivi dieci giorni si moltiplicarono le fabbriche occupate (addirittura 50, tra cui la Renault) e gli scioperi selvaggi: il 22 maggio furono 10 milioni gli scioperanti, paralizzando economicamente il Paese, con ripercussioni sugli stessi lavoratori. In questo maggio di fuoco però i rivoltosi, che occupavano la Sorbona e il teatro dell’Odéon, diedero vita anche a una utopica comunità aperta: discussioni assembleari, votazioni plebiscitarie si alternavano a comizi di istrioneschi filosofastri alla Sartre e dei vari capipopolo.
Tra le cariche di polizia e le interminabili discussioni – l’aspetto più “borghese” del ’68 – una nuova forma di socialità nasceva nel frattempo, contraddistinta dall’assenza di divieti in materia di moralità, in special modo in campo sessuale.
L’intelligenza della classe dirigente francese e l’abilità di Charles De Gaulle riuscirono però a spegnere la rivolta: mentre il movimento operaio veniva isolato con varie concessioni in materia retributiva e garanzie sociali, il Presidente decise di misurare il consenso alla sua politica del Paese reale, quello che ben si guardava dal coinvolgimento nelle piazzate. Dopo aver sciolto le camere e indetto nuove elezioni, una grande manifestazione di oltre mezzo milione di persone il 30 maggio invase le strade di Parigi per sostenere De Gaulle, che aveva dato ai suoi sostenitori un motto altrettanto efficace quanto quelli sessantottini: “Riforme, non carnevalate”. In effetti furono proprio le elezioni di fine giugno 1968, con il trionfo di De Gaulle, a mettere la parola “fine” al Sessantotto francese, accesosi tanto in fretta quanto spentosi... non senza lasciare conseguenze però!


La situazione italiana: un ’68 “cattolico”?

Se il Maggio francese fu la manifestazione più appariscente della rivolta sessantottina, il ’68 in Italia ebbe invero una durata maggiore: iniziò prima – con le occupazioni universitarie a Torino, Pisa e Milano nel 1967 – e si chiuse più tardi, lasciando poi le sue orme insanguinate lungo tutto il decennio terroristico. Una peculiarità del ’68 italiano fu la massiccia presenza “cattolica” (dove l’aggettivo merita di rimanere in due virgolette ben marcate): cattoliche le due principali università che diedero avvio alla contestazione (l’Università Cattolica di Milano e la facoltà di sociologia di Trento); cattolici (o sedicenti tali) molti dei leader studenteschi come Mario Capanna, Marco Boato, Paolo Sorbi; cattolico l’autore di uno dei libri più apprezzati dai contestatori, la “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani.
Se anche l’ispirazione della rivolta fosse “cattolica” è un tema aperto alla contestazione, ma autorevoli voci (come Roberto De Mattei e Roberto Beretta) l’hanno sostenuto: per quanto interpretate a loro modo, la Gaudium et spes del Concilio Vaticano II e la Pacem in terris di Giovanni XXIII sono frequentemente citate dagli innumerevoli appelli, documenti e manifesti del ’68 italiano. Il primo vero episodio significativo del Sessantotto fu infatti l’occupazione dell’Università Cattolica di Milano nel novembre del 1967. In seguito all’interruzione di finanziamenti pubblici alle scuole private (disposto dal governo democristiano di Aldo Moro), il rettore Ezio Franceschini fu costretto a innalzare le tasse universitarie, ma ciò fu colto come pretesto dagli studenti per avviare una contestazione. Il 15 novembre Mario Capanna, vero tribuno del Movimento Studentesco, con un megafono in mano e un impermeabile da sacerdote addosso – che gli aveva prestato un prete per coprirsi dalla pioggia – iniziò alle porte della Cattolica a criticare il rincaro delle tasse universitarie, e al contempo a chiedere partecipazione degli studenti alle scelte dell’Ateneo. Arrivato all’Università Cattolica come cattolico da Messa quotidiana – con una lettera di presentazione del suo vescovo – Capanna ne sarebbe partito come ateo, a suo dire a causa dello scandalo provocatogli dalle autorità ecclesiastiche. Più leader carismatico e tribuno eloquente che studente impegnato, forse sulla sua fede e sulla sua onestà intellettuale ci sarebbe da dubitare, se è vero – come scrissero alcuni suoi conoscenti – che prima della contestazione, aveva stilato un intero saggio per dimostrare alla sua fidanzata che la dottrina morale di san Tommaso d’Aquino consentiva i rapporti prematrimoniali! Ad ogni modo, anziché assumere un atteggiamento intransigente il rettore Ezio Franceschini – ex partigiano e insigne studioso, che aveva dedicato la vita per l’Università – instaurò un dialogo con gli studenti, fino a partecipare alle loro interminabili e verbose assemblee. Non poté tollerare però che Capanna e compagni la sera del 17 novembre occupassero l’Università, impedendo l’entrata e lo studio agli studenti dopo-lavoristi dei corsi serali: nella notte il rettore – come avrebbe poi dovuto fare altre due volte nel corso del 1968 – chiese l’intervento della polizia perché sgombrasse l’Università, senza per questo fermare il suo paterno dialogo con gli studenti, aprendo ad alcune concessioni ed evitando provvedimenti contro di loro (vi fu costretto solo dopo il ferimento di due bidelli). Questi nel frattempo incominciarono ad avanzare proposte ben più radicali – fino a proporre la “de-cattolicizzazione” della Cattolica – tentando peraltro con ben mirati appoggi agli alti piani della gerarchia ecclesiastica di strappare qualche consenso e forzare così il rettore a cedere, ma – dopo un silenzio forse troppo lungo – sia il cardinal Giovanni Colombo che la Santa Sede si pronunciarono contro i contestatori.
Iniziò così la fase più dura del ’68 alla Cattolica, ma prima è meglio dare uno sguardo all’altro ganglio del Sessantotto italiano: la facoltà di Sociologia di Trento o meglio l’allora “Istituto superiore di Scienze Sociali”. Nato nel 1962 su spinta del governo democristiano, che avrebbe voluto farne un istituto nel quale si formassero i quadri dirigenti per il partito e per le strutture amministrative italiane, con una formazione incentrata sulla scienza allora all’avanguardia, la Sociologia. Non essendo una vera università (lo sarebbe diventata solo negli anni ’70) si distingueva per non essere riservata agli studenti provenienti dai licei: questo anziché un vantaggio si rivelò una grande tara, in quanto radunò da tutta la penisola un’enorme e variopinta massa di studenti, che a lungo ebbero un effetto dannoso per la stessa “bianca” città di Trento... non a caso i buoni cattolici trentini, un po’ esacerbati da questi irrequieti giovani, avrebbero inventato la ben azzeccata definizione di “sozzologi”!
L’Istituto non solo si rivelò poco vantaggioso per Trento ma ben presto tradì lo stesso scopo cristiano (o meglio “democristiano”) per cui era nato: nel 1968 un allievo di padre Gemelli – il fondatore dell’Università Cattolica – il sociologo Francesco Alberoni divenne rettore dell’Istituto, prefiggendosi lo scopo ben preciso di fare di Trento la fucina dove fondere insieme la cultura cattolica e quella marxista. La cosa ben riuscì, ma forse non nel senso inteso da Alberoni, in quanto gli studenti entravano cattolici e uscivano marxisti o, come fa notare Renzo Gubert – studente anti-68 in quegli anni a Trento – «condusse ai cristiani per il socialismo anziché ai socialisti per il Cristianesimo». La cosa è meno innocua di quanto si pensi in quanto proprio dal movimento cristiano-marxista di Trento sarebbe nata l’ala terroristica del ’68: proprio i “cattolici” Renato Curcio e Mara Cagol, sposando una certa “intransigenza” cattolica con dei contenuti apertamente marxisti, furono i fondatori di quelle Brigate Rosse che avrebbero insanguinato l’Italia negli anni ’70!


La fase violenta del ’68 italiano

Che il terrorismo rosso sia la prosecuzione più coerente delle rivolte sessantottine è una conclusione a cui si giunge notando la stessa evoluzione dei fatti e la continuità di associazioni e di personaggi: il ’68 fu già un movimento violento e quando la violenza disorganizzata e romantica di piazza si rivelò inefficace allora si passò alla violenza organizzata, mirata e spietata delle cellule terroristiche, vere eredi della strategia di Guevara! D’altronde non avrebbe potuto essere diversamente quando lo stesso leader indiscusso del movimento studentesco, Mario Capanna, la collegava addirittura al Vangelo: «Sono convinto che si vive l’esperienza evangelica in ogni momento dell’esistenza, quindi non solo e non necessariamente solo a Messa ma dovunque nelle assemblee, ad esempio, picchiando i fascisti». Difatti le occupazioni, che vantavano la loro ispirazione gandhiana, di lì a qualche mese divennero focolai di violenza: Capanna stesso, espulso dalla Cattolica, si trasferì all’Università Statale di Milano dove accostò al movimento studentesco un “servizio d’ordine” che prese il nome di katanga. Armati di spranghe e delle Hazel 36 (chiave inglesi di numero 36), coperti con un casco da motociclista, questi divennero autori di diversi pestaggi di poliziotti e di “fascisti” (termine da intendersi in senso piuttosto largo), oltre a trasformare le manifestazioni in vere e proprie battaglie.
A Milano il 25 marzo per la prima volta si assistette a una scena di guerriglia urbana, in quanto la polizia che presidiava ai cancelli dell’Università Cattolica per far rispettare la chiusura sancita dalle autorità accademiche, tentò di sgomberare alcune migliaia di studenti assiepati provocatoriamente ai cancelli, mentre Capanna intimava alla polizia di arrendersi: alle cariche degli agenti gli studenti risposero però con il lancio di sanpietrini divelti dal selciato di piazza Sant’Ambrogio. Mentre fuggivano verso il centro però questi pensarono bene di lasciarsi andare ad atti vandalici contro negozi e macchine, scena che si sarebbe ripetuta più volte in quegli anni.
Ancor più barricadera fu la notte tra il 7 e 8 giugno quando gli studenti che occupavano la Cattolica, tentarono una sortita notturna in via Solferino, sede del Corriere della Sera, per impedirne la distribuzione: ne nacque una vera e propria guerriglia urbana, con macchine rovesciate e infiammate per proteggersi dalle cariche della polizia.
Se Milano picchia, Roma non se ne sta con le mani in mano: il 1° marzo 1968 passò alla storia come la “Battaglia di Valle Giulia”, in quanto il movimento studentesco di sinistra – in compagnia anche di studenti di estrema destra in polemica con l’MSI – attaccarono la sede della facoltà di Architettura, chiusa e presidiata dai poliziotti. Fu una vera e propria battaglia, in cui fecero le spese soprattutto i poliziotti (150 feriti) che, per comando dei superiori, erano scesi disarmati allo scopo di evitare conseguenze peggiori. Fu proprio in questa occasione che lo scrittore comunista Pasolini – con molto buon senso – disse di preferire di gran lunga i poliziotti, «figli di poveri», agli studenti «piccoli borghesi e figli di papà»! In questa escalation di tensione scapparono i primi morti: il 29 dicembre 1968 una manifestazione di Potere Operaio – movimento composto perlopiù... da studenti di Pisa (tra cui Adriano Sofri) – attaccò con lancio di oggetti la Bussola di Viareggio, un locale mondano per ricchi, ma nei convulsi eventi un giovane manifestante, Soriano Ceccanti, morì, probabilmente per fuoco amico; l’anno successivo, nel novembre del 1969, una manifestazione del movimento studentesco a Milano portò alla morte del giovane poliziotto Antonio Ammarumma, colpito alla tempia dal lancio di un tubolare utilizzato come una lancia. Al funerale del giovane comparve anche Capanna che fu salvato dal linciaggio dei colleghi del defunto, solo per il provvido intervento del commissario Luigi Calabresi, che di lì a pochi anni avrebbe trovato la morte per mano dei militanti di Lotta Continua, eredi del movimento studentesco. Battaglie, violenza, semplificazioni ideologiche, immoralità sessuale e irresponsabilità cronica: in questo crogiuolo di disvalori è nata la società contemporanea!