I FIORETTI
Leggeva nel pensiero...
dal Numero 03 del 16 gennaio 2022

«Sono stato a confessarmi da padre Pio. Mi sono inginocchiato davanti a lui. Stavo per dirgli i miei peccati, ma lui ha cominciato a parlare prima di me e mi ha raccontato tutta la mia vita. Sapeva tutto di me, anche cose che io da tempo avevo dimenticato».

Queste affermazioni sono state ripetute da molte persone dopo che avevano incontrato il Padre. Nelle pagine prece­denti le abbiamo sentite dire dai grandi convertiti. È un’esperienza sconvolgente che hanno fatto migliaia di devoti del Padre.

La facoltà di leggere nel pensiero, di conoscere l’animo di chi lo avvicinava, era una delle caratteristiche più eclatanti di padre Pio. Sembrava che per lui l’animo umano non avesse barriere. Il Padre parlava delle vicende personali e segrete di chi gli stava di fronte come se leggesse in un libro. Le sue affermazioni erano precise, esatte, anche se il tempo aveva offuscato il ricordo di quelle vicende nella mente dell’interlocutore. Niente sfuggiva alla sua intuizione misteriosa.

«Leggere nel pensiero» è una facoltà conosciuta dagli stu­diosi di parapsicologia. Molti sensitivi, maghi, stregoni affermano di possederla e ne fanno uso per impressionare i loro clienti. Ma non ha niente a che vedere con quanto riscontrato in padre Pio.

La facoltà del «frate delle stimmate» di «leggere nel cuore» trova riscontro solo nella Mistica. Viene definita «cardiognosia», o scrutazione dell’animo e anche «discernimento degli spiriti». Non è una «intuizione» vaga di ciò che, in quel momento, passa per la mente della persona, ma «conoscenza piena del cuore», cioè percezione totale dei pensieri, dei sentimenti, delle passioni, dei desideri, dei propositi della persona.

Una facoltà di altissimo valore spirituale che solo Dio può concedere. Il teologo Rojo Marin, spagnolo, la definisce: «La conoscenza soprannaturale dei segreti del cuore comunicata da Dio ai suoi servi». E Adolfo Tanquerey, francese: «Il dono infuso di leggere nel segreto dei cuori e discernere il buono dal cattivo».

L’aggettivo «infuso», nel linguaggio dei teologi, significa che è un qualche cosa che viene dato gratuitamente da Dio.

Che questa facoltà sia un carisma grandissimo, lo mette in evidenza anche il più grande degli studiosi di teologia, san Tommaso d’Aquino definito il «dottor Angelico». Egli afferma che il «santuario dell’anima», costituito dall’intelletto e dalla volontà, resta inaccessibile a tutte le forze create. Perfino gli angeli, cioè entità e intelligenze superiori alla natura umana, non possono conoscere i segreti del cuore se non interviene una speciale rivelazione di Dio.

 

Sapeva tutto

Molti grandi santi sono stati dotati di questa prerogativa. Soprattutto coloro che hanno svolto il ruolo di «guide spirituali».

In padre Pio questa facoltà si esplicava a volte nella perce­zione precisa, quasi materiale, del pensiero di chi gli stava accanto. Cominciò a manifestarsi quando egli era giovane, diversi anni prima di ricevere le stimmate.

Nel 1911 si trovava nel convento di Venafro, ammalato. Il suo direttore spirituale, padre Agostino da San Marco in Lamis, andò a trovarlo. «Questa mattina faccia una particolare preghiera per me» disse padre Pio.

Scendendo in chiesa, padre Agostino decise di ricordare il confratello in maniera particolare durante la Messa, ma poi se ne dimenticò.

Tornato da padre Pio, questi gli domandò: «Ha pregato per me?».

«Me ne sono dimenticato» rispose padre Agostino.

E padre Pio: «Meno male che il Signore ha accettato il pro­posito di pregare per me che lei ha fatto mentre scendeva le scale».

In un’altra occasione, padre Agostino, vedendo che padre Pio stava male e delirava, si recò in chiesa a pregare per lui nel timore che morisse.

Dopo circa un quarto d’ora ritornò nella stanza del Padre e lo trovò rasserenato. Questi gli disse: «È andato a pregare per me e ha fatto bene. Pensava anche al mio elogio funebre, ma c’è tempo».

Dopo che padre Pio aveva ricevuto le stimmate e iniziato la sua grande missione di apostolato, questa facoltà si manifestava continuamente. Nel confessionale, [...] ma anche fuori del confessionale. A volte anche in modo divertente.

Un giorno Carlo Campanini aveva accompagnato a San Giovanni Rotondo un suo collega, curioso ma scettico. Volle che assistesse alla Messa.

La chiesa era zeppa. Mentre si avvicinavano all’altare, il collega di Campanini, guardandosi intorno disse: «Quanti imbecilli vengono qui a prestar fede a questo buffone che finge di fare il santo». In quel momento padre Pio, dall’altare, si girò verso la gente e guardando diritto verso quel signore disse forte: «Pregate fratelli, non per me, ma per quel povero figliolo che in questo momento sta dicendo che sono un buffone».

Un medico di San Marco in Lamis aveva proibito alle due figlie di baciare la mano a padre Pio. Riteneva che quelle piaghe fossero la conseguenza di una brutta malattia e temeva il contagio.

Le due ragazze un giorno erano andate al convento insie­me ad altre amiche. Vedendo che tutte le loro compagne baciavano la mano al Padre, per non essere da meno si avvicinarono per fare altrettanto. Ma il Padre, mettendo le sue mani dietro la schiena, disse: «No, obbedite a vostro padre».

Il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, mi rac­contò questo episodio. «Da molto tempo ero perplesso su una grave decisione che dovevo prendere circa un’importante questione nella mia diocesi di Genova. Le soluzioni possibili erano due, ma non sapevo quale fosse la migliore. A un certo momento, dovendo agire, decisi per una delle due. Ebbene, il giorno dopo ricevetti un telegramma da padre Pio in cui mi diceva che la decisione da me presa era quella giusta e mi esortava a continuare su quella strada. Avevo vissuto quel travaglio di incertezze senza mai parlare con nessuno. Come era riuscito padre Pio a sapere tutto?».

 

Renzo Allegri, I miracoli di Padre Pio, pp. 238-242

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