I FIORETTI
L’incontro tra Padre Pio e Titina De Filippo
dal Numero 31 del 29 agosto 2021

L’episodio che sto per esporre vuole essere la dimostrazione concreta di come il Padre si facesse carico delle sofferenze altrui, ma si adoperava anche ad elargire parole di conforto e pregare per le guarigioni, soffrendo di persona.

Padre Pellegrino aveva terminato di accontentare o, meglio, di scontentare le donne che chiedevano il biglietto di prenotazione per la Confessione con padre Pio; l’ufficio finalmente era diventato silenzioso, quando entrò un suo amico. Era seguito da una piccola simpatica donna; gli si avvicinò e, con fare misterioso, gli sussurrò all’orecchio: «Questa signora è Titina De Filippo». L’amico rimase sconcertato; si aspettava una risposta ugualmente all’orecchio: “Fatti i fatti tuoi”, ed invece quale non fu la sua sorpresa nel vedere padre Pellegrino tutto cerimonioso. Poi, avendo capito che la sua presenza non serviva, se ne ritornò sul piazzale a parlare di Filumena Marturano. A dir la verità, anche Titina rimase sconcertata perché non immaginava di essere conosciuta e stimata anche in convento e da un frate con tanto di saio e di barba. 

Padre Pellegrino la scrutò e il suo entusiasmo pian piano si affievolì nel costatare come la sua interlocutrice fosse seria, anzi triste. Capì, era venuta con il cuore pieno di sofferenza che desiderava manifestare solo a padre Pio. Ebbe un sussulto di grande commozione e, prima che la celebre attrice aprisse bocca, già in mente, in un baleno, aveva esaminato varie possibilità per interessare padre Pio. Sì, padre Pellegrino era un grande ammiratore degli artisti napoletani: Eduardo, Peppino e Titina. Leggeva con interesse le loro commedie e le accettava volentieri se qualcuno gliele regalava. Mettiamo, però, le cose in chiaro; con questo non è che avesse dei vantaggi. Egli era talmente preso da queste opere teatrali che spesso in camera, solo solo, declamava, interpretando le parti dei vari personaggi, a seconda dell’umore del giorno. Quando padre Pio venne a conoscenza del suo comportamento, gli fece notare che doveva avere maggiore considerazione per gli artisti: «Ma che cride che ‘ssa povera gente fatie sule pe fà sfezià e spassà a nu pazze comme a tte?!» (Ma che credi che questa povera gente lavori soltanto per divertire un pazzo come te?).

La signora Titina era lì davanti a lui e nella testa di padre Pellegrino si affacciavano tutti i discorsi avuti con il Padre sull’arte e sugli artisti. Ed ora doveva andare a raccomandare un’artista! [...].

Fu Titina a rompere il silenzio. «Sto poco bene – disse con tale accento da far ritornare padre Pellegrino con i piedi per terra – e desidero chiedere a padre Pio una preghiera e una benedizione per me». Forse l’artista intuì la gioia e anche le difficoltà e continuò: «Padre, desidero sapere soltanto come debbo fare per avvicinare padre Pio, disposta a fare la fila come chiunque». Di fronte a questa semplice ed umile richiesta, si scosse e, con il coraggio che aveva da vendere, organizzò l’incontro con il Padre. Accompagnò l’attrice nel chiostrino e si diresse verso la cella di padre Pio, entrò e cominciò ad esporre il fatto. Il Padre lo scrutò e tagliò corto: «Debbo contentarti per forza, altrimenti oggi ti avveleno la giornata». Chiuse il breviario e aggiunse: «Quanto più so di servire a niente, tanto più mi sento obbligato a convincermi che, nelle mani di Dio, posso davvero servire a qualche cosa d’importante». Padre Pellegrino interpretò questa espressione come “niente da fare per Titina”. Ma nell’uscire dalla cella, padre Pio, forse per consolarlo, esternò tutto il suo pensiero: «Vengo, perché so che questa amica è malata come me. Sono sempre disposto a mettere la firma sulle sofferenze che uniscono gli uomini, mai su quelle che li separano».

Durante il tragitto, assiepato da tanta gente che presentava le proprie necessità, padre Pellegrino, più affabile e cerimonioso del solito, sottovoce ripeteva: «Padre, la benedica bene!». Il Padre era più compenetrato della malattia di Titina e, per quel modo di agire del suo accompagnatore, scoppiò a ridere. Per calmarlo gridò: «E smettila di fare il pagliaccio!». Poi, continuando il cammino verso il chiostro dove Titina era ad attendere, tra un ascolto e l’altro dei pellegrini, disposti lungo il corridoio, gli diceva sottovoce: «Tu sei potente, figlio!». E più in là: «Perché vieni a seccare me per ottenere benedizioni “dette male”, quando tu con le tue benedizioni “dette bene” puoi ottenere tutte le grazie che vuoi?». E più avanti: «Sai dirmi piuttosto come si fa a benedire “male” una povera inferma?». Proseguendo si accorse della sua espressione imbronciata e commentò: «Scusami, ma devi riconoscere che non sei capace di offrire un fioretto al Signore per ottenere qualche grazia in favore dei tuoi amici». Per le scale continuò ad ascoltare i visitatori, e prima che padre Pellegrino aprisse la porta per accedere all’appuntamento, sorridendo, gli disse: «Non te la prendere, so benissimo che da un essere come te, limitato in tutti i sensi, non posso pretendere troppo!».

L’incontro tra padre Pio e Titina fu di grande intensità, anche se durò pochi minuti. Il Padre le rivolse uno sguardo paterno e Titina, immensamente commossa, si trasformò subito nel volto, divenendo sorridente, come se avesse ricevuto l’ordine perentorio di allontanare ogni timore. Di fronte alla richiesta di preghiera, appena sussurrata, padre Pio le disse con semplicità che da quel momento lei poteva contare su tutte le sue preghiere. L’offerta fu accolta con gioia da Titina, nella speranza della guarigione. Padre Pio le mise la mano guantata sulla testa, salutò e si avviò verso la porta. Lei gli chiese di poter baciare la mano e il Padre tornò indietro e si lasciò baciare e ribaciare le mani dall’artista. No, non era un atto formale; difatti, per lo sforzo causato dall’emozione cominciò a spuntare da sotto i guanti qualche goccia di sangue. Non conosco quali furono i sentimenti di padre Pellegrino in simile situazione, forse dovette comprendere che, se si vuol bene veramente, bisogna anche fare qualche sacrificio per chi si ama. Non solo dire parole di conforto e preghiere a fior di labbra, ma offrire ed offrirsi per i sofferenti. Padre Pio, intanto, la benedisse di nuovo e, mentre si allontanava, si rigirò tre volte verso di lei per salutarla con gesti delle mani e sorrisi.

Una volta soli, asciugò con un fazzoletto un rivoletto di sangue sgorgante da sotto il guanto e commosso esclamò: «Non mi ribello, Signore, però convieni anche Tu che è un po’ troppo amaro non poter esprimere a fatti verso una povera inferma il sentimento di generosità che Tu stesso hai messo nel mio cuore. Certamente io non posso dare niente a nessuno, se prima non ricevo da Te. E questa situazione, per amore o per forza, l’accetto con umiltà. Ma Tu mi fai soffrire non tanto perché non dai, quanto perché non mi metti in condizione di offrire qualcosa né a Te né ad altri. Tuttavia sia fatta la tua volontà, Signore». 

 

Padre Marciano Morra,

Il mistero del dolore in Padre Pio

e gli angeli del conforto

pp. 42-44, 45-48

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