I FIORETTI
Padre Pio con il clero, quando dolce e quando amaro
dal Numero 9 del 28 febbraio 2021

Stavo per partire da San Giovanni Rotondo e, come al solito, salgo su dal Padre per prendere «le consegne» che, come ho già detto, consistevano nella benedizione e nell’intercessione presso l’Angelo custode.

Quella volta, prima delle «consegne» mi dice: «Senti un po’: per tornare a casa tua, devi passare da Firenze o ci devi andare apposta?». «Ci devo passare Padre. Una volta sceso il passo del Muraglione e passato il paese di Pontassieve, la strada è obbligatoria». «Allora, mi devi fare un favore. Vai in Duomo, a Firenze, e cerca di mons. Bonardi. Digli così: “Padre Pio la ringrazia tanto per quello che ha fatto per lui”».

Mons. Arturo Bonardi era canonico del Duomo di Firenze, il fratello Giovacchino era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Firenze. Questo episodio, all’apparenza banale, successe il venerdì. Mons. Bonardi l’avevo conosciuto a San Giovanni Rotondo: me lo aveva presentato il Padre mentre camminavamo nel corridoio del convento. Il monsignore da una parte e io dall’altra, padre Pio nel mezzo che ci teneva a braccetto. «Questo è un tuo conterraneo – mi disse, ammiccando verso il sacerdote –, e un giorno non so se mi appoggerò più di qua (verso me) o più di qua (verso lui)». Raggiunta la cella, si completò la conoscenza e tutto finì lì.

Parto e il lunedì successivo vado a portare l’ambasciata. Domando di mons. Bonardi. Mi fu indicato un confessionale con la luce rossa accesa. «È lì dentro a confessare» mi fu detto. Mi metto a sedere su una panca davanti e aspetto. Quando ebbe licenziato il penitente e si stava girando per confessare l’altro, notò la mia presenza. Si alzò subito e venne da me: «Voleva me?». «Sì – risposi –: mi manda padre Pio...». Non mi fece nemmeno finire. Mi prese sottobraccio e mi portò in sacrestia. Chiuse la porta a chiave e mi invitò a continuare. «Mi manda padre Pio e la ringrazia tanto per quello che ha fatto per lui». Appena ebbi finito di parlare, mi abbracciò e scoppiò in un pianto dirotto. Quando si fu un po’ calmato, proseguì: «Dato che lei è il latore del messaggio, deve sapere anche l’antefatto». Ci sedemmo uno di fronte all’altro e continuò: «Fra le migliaia di persone che continuamente si recano a San Giovanni Rotondo ci sono molti nostri diocesani. Alcuni dei quali si confessano dal Cardinale – era allora cardinale di Firenze Elia dalla Costa, prelato di chiarissime virtù e scrupoloso custode dell’ortodossia cattolica, un santo uomo –, e gli raccontano i fatti straordinari che succedono intorno a padre Pio.

Il Cardinale era molto scettico e poco incline a credere a quello che gli raccontavano: comprese le stimmate. Siccome fra i penitenti c’erano fior di professionisti e persone degnissime di fede, ci volle veder chiaro e mi inviò a San Giovanni Rotondo per verificare se le cose rispondevano a verità. Partii senza indugio, mi trattenni qualche giorno e osservai attentamente quello che avveniva intorno al personaggio padre Pio. Al ritorno feci la mia relazione: “Eminenza, chi non ha mai pregato impara a pregare, chi non ha mai piegato le ginocchia, le piega. Confessioni e conversioni non si contano, e noi sacerdoti si dovrebbe imparare a dire la Santa Messa”. Queste poche parole e altre impressioni di cui lo feci partecipe convinsero il Cardinale che a San Giovanni Rotondo c’era veramente il “Dito di Dio”».

Padre Pio conquistava. Conquistava tutti perché non aveva preferenze per nessuno. Il nobile era trattato al pari del proletario. Il ricco al pari del povero. L’industriale al pari dell’operaio. L’attore famoso come lo sconosciuto. E non era morbido nemmeno con i rappresentanti del clero. Ho assistito a qualche fatterello che la dice lunga in proposito. Eccone un paio.

È noto che il Padre aborriva la curiosità e, purtroppo, anche alcuni consacrati si recavano a San Giovanni Rotondo per curiosità. La stessa curiosità, tanto per intenderci, che ebbe Erode quando gli condussero Gesù, perché sperava di assistere a un miracolo in diretta.

Disapprovava senza mezzi termini i sacerdoti che si presentavano senza l’abito talare. Durante una pausa dei lavori del Concilio Vaticano II, un gruppo di alti prelati si recò a San Giovanni Rotondo. Furono accolti con la consueta cortesia cappuccina ed ebbero modo di avvicinare il Padre per fargli qualche domanda. Era presente il compianto padre Alessio Parente, allora giovanissimo sacerdote, che aveva avuto dai superiori il grande onore di assistere padre Pio. Alle prime domande, il Padre, infastidito, non rispose: quando non voleva rispondere, faceva finta di non sentire. Poi, siccome insistevano, chiama padre Alessio: «Ale’, ma questi ‘signori’ cosa vogliono?». «Padre, vorrebbero sapere che cosa pensa il Signore di loro, delle loro diocesi, ecc.». «Ah! È questo che volete sapere? Pure vestiti di rosso all’inferno ci stanno!». Se ne andarono via subito, come il vento.

Non andò diversamente a un nutrito gruppo di sacerdoti. Si erano piazzati sulla rampa delle scale. Arriva il Padre per salire e, vedendosi il passaggio impedito, scruta gli ospiti per qualche istante e li apostrofa: «A oh! Mi volete far passare? O tutti di qua o tutti di là». Si tirarono tutti da una parte e il Padre, piano piano, aggrappandosi al corrimano, poté salire. Quando fu in cima alla scala, si gira e mi vede: «Mi sembrava impossibile che non ci stessi! Hai visto quanti personaggi? Digli che cosa pensi di loro». Mi mise a disagio e glielo dissi. «Padre, non posso. È una brutta parola». «Dilla lo stesso!». Vidi che non era il caso di rifiutare. Mi affacciai sul pianerottolo e recitai a voce alta un articolo del programma che mi ero dato quando ero nel PCI: «Oh! Io, di un prete, ne farei quattro!». E il Padre concluse: «Avete sentito come la pensa? E con questo, buona giornata a tutti!».

In un’altra occasione ci rimise le penne anche un vescovo. Eravamo in conversazione nella solita stanzetta, dopo le funzioni. Fra i tanti mali che affliggevano il Padre c’era anche una sinusite cronica, ribelle a tutte le cure. Il dottore gli aveva consigliato di prendere ogni tanto qualche presa di tabacco da fiuto. Lo teneva in una scatolina della Magnesia San Pellegrino. Se ben ricordo, un signore gli aveva regalato una bella tabacchiera in cui, all’interno del coperchio, aveva fatto riprodurre l’effigie di mamma Giuseppa. Un oggetto che mi sembra non abbia mai adoperato. Usava la scatolina della magnesia. Ogni volta che voleva servirsene, era una cerimonia. La tirava fuori, se la rigirava fra le mani, faceva il gesto come se la volesse aprire e, più di una volta, la riponeva senza farne uso. Quella sera, invece, dopo la solita scena, prese un pizzico di tabacco, lo mise sul dorso della mano, accostò la mano al naso e lo aspirò. Il vescovo che, come tutti i presenti, aveva seguito tutto, volle dire la sua. «Eh, Padre, non sapevo che avesse questo vizio!». Il Padre, che è stato un maestro anche nelle battute, senza punto scomporsi ribatté: «Se questo fosse un vizio, pure questo avresti!».

Giovanni Bardazzi,
Un discepolo di Padre Pio, pp. 108-112

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