I FIORETTI
Da Padre Pio, passando per la stalla / Giovanni Bardazzi /12
dal Numero 8 del 21 febbraio 2021

Entrando nel convento di San Giovanni Rotondo, nel corridoio a sinistra c’era un locale di servizio in cui si entrava attraverso una porta che aveva le cerniere a molla: appena passati, si richiudeva da sé. Entro e sento che qualcuno si sta lavando. Senza nessuna precauzione sorprendo il Padre che si stava lavando i piedi. È un’esplosione: «Che ci fai quìììì!» urlò. Fu un attimo, ma feci a tempo a vedere la tremenda ferita del piede che si stava lavando. Rimasi stecchito. Continuò: «Non siamo padroni di fare i nostri comodi! Si va a dormire, stai dietro; al gabinetto, stai dietro; stai sempre dietro... E vattene al paese tuo!». Le ultime parole mi rincorsero nel corridoio. Uscii fuori e mi resi conto che l’avevo combinata grossa.

Seguirono tre giorni di inferno, senza poter avvicinare il Padre e senza poter partecipare alla conversazione della sera. Alla terza sera, un medico della Casa Sollievo della Sofferenza notò la mia assenza e domandò se ero già partito. «Non credo – rispose il Padre –. Non gli ho ancora dato le consegne. Sta nel piazzale. Vai a chiamarlo». Infatti ero lì. Fumavo una sigaretta dietro l’altra riflettendo sul disastro che avevo combinato, pensando che il Padre non mi volesse più vedere: era questa l’angoscia che mi tormentava.

Mentre mi torturavo in questi pensieri, mi sento chiamare dal dottor Delfino: «Giovanni, padre Pio ti vuole!». «Ma vai a fare una girata!» risposi seccato. Credevo che fosse venuto a prendermi in giro. Mi ripeté l’invito più volte e, alla fine, mi convinse ad andare. Trascinando l’anima per terra, mi presentai davanti a lui. Dal suo volto era scomparsa ogni traccia di sdegno ed era tornato il Padre affettuoso di sempre. Io non proferii parola e mi inginocchiai davanti a lui. Mi prese la testa fra le ginocchia, rifilandomi una sfilza di affettuosi scapaccioni. Piangevo dalla commozione e la pace era fatta. Ero tornato in Paradiso. Il desiderio, l’ansia di stare il più possibile vicino a quella grandissima figura mi giocava questi scherzi. Ma non è finita.

Era stato sostituito padre Carmelo da Sessano. Per me fu una grande perdita, perché avevo stretto con lui un rapporto di amicizia e stima. Durante il suo guardianato, durato sei anni (1953-’59), fu concessa a padre Pio la massima libertà nell’adempimento del ministero sacerdotale, a gloria di Dio e per il bene delle anime, specialmente nel secondo triennio quando fu eletto provinciale padre Agostino da San Marco in Lamis. Questi due superiori illuminati avevano eretto una barriera protettiva intorno a padre Pio, tenendolo al riparo dagli attacchi incessanti degli avversari. Fra l’altro, padre Carmelo era stato alunno di padre Pio, da lui incoraggiato e confermato nella vocazione. Purtroppo, dopo la sostituzione di questi due religiosi, che hanno onorato l’Ordine Cappuccino, iniziò per il Padre un periodo tempestoso che, fra varie e dolorosissime vicende, lo condurrà fino alla morte.

Ignoravo il cambio del guardiano e, come al solito, entro in convento. Passo davanti alla sua cella e mi sento dire: «Dove va lei!». «Vado da padre Pio». «Fuori!». «Ma io sono sempre andato!». «Fuori!». «Ma io...». «Fuoriii!». L’ordine del guardiano non ammetteva repliche e dovetti uscire. Naturalmente, mentre uscivo, pensavo già a qualche trucco che mi permettesse di aggirare l’ostacolo. Qualcuno mi suggerì che, con un permesso scritto del provinciale, sarei potuto di nuovo entrare in convento. «E il provinciale dove sta?» domandai. «A Foggia». L’interlocutore non aveva ancora finito la parola che ero già in macchina. Non mi fu difficile avvicinarlo e, dopo avergli spiegato il motivo per cui mi ero permesso di disturbarlo, mi concesse il sospirato permesso. Aveva scritto: «Si autorizza il buon Giovanni da Prato a entrare in convento, quando vi è padre Pio. Quelle due righe in quel pezzetto di carta non avevano prezzo e mi permisero di entrare di nuovo in convento e avvicinare il Padre. Però volle controllare. Prese il biglietto e, assumendo un’aria seriosa, lo lesse attentamente. Eravamo nel corridoio. Finita la lettura, con una scusa, si ritira nella cella per uscirne qualche istante dopo: «Giova’ – dice mostrandomi il biglietto –, ma questo non ti autorizza a niente». Mi sentii cascare il mondo addosso. «Senti che dice: “Si autorizza il buon Giovanni da Prato a entrare in convento quando via va padre Pio”». Aveva corretto il “vi è” in “via va” e tutto finì in una risata generale.

Al successivo cambio del guardiano, però, andò peggio. In seguito, riuscii ad ammorbidire anche questo, però il primo approccio fu un disastro. Mi afferrò per il bavero della giacca e per il fondo dei pantaloni e mi scaraventò fuori. Non era facile per i frati, e per il superiore in particolare, tenere alla larga le persone che con infiniti trucchi cercavano di avvicinare padre Pio. Bisognava proteggerlo a tutti i costi e, qualche volta, era necessario andare per le spicce. I frati non erano padroni di camminare fra le gente, dalla quale arrivava una domanda continua. Chi tirava per un braccio di qua, chi tirava il saio dall’altra parte, chi voleva una risposta, chi voleva consegnare una lettera. È facile comprendere che, qualche volta, la pazienza scappava. Intanto, però, ero fuori.
Questa volta mi venne in aiuto il mulo. Il mulo, animale altamente meritorio, veniva adoperato dal frate laico per andare in giro a fare la questua per il convento. La stalla era proprio sotto la veranda prospiciente la cella del Padre. Vi si accedeva attraverso una botola e una scala a chiocciola. Per entrare nella stalla non c’era nessuna difficoltà: era sempre aperta. Il guaio era passare attraverso la botola senza farsi vedere. Detti un’occhiata per vedere se c’erano degli attrezzi che impedivano il passaggio e cominciai a salire piano piano. E se trovo di nuovo il guardiano? Mi feci coraggio e, con ogni precauzione, provai ad alzare la botola quel tanto che mi permettesse di vedere se c’era qualcuno. E qualcuno c’era davvero. Dritti, verso di me, c’erano puntati gli occhi di padre Pio. Giù il coperchio e chiudo. Aspetto un po’ e ritento: stesso risultato. Al terzo tentativo, sento la voce del Padre: «Vuoi uscire di là o no?». Non aspettavo altro. Detti su alla botola e un po’ imbarazzato esco fuori. Il Padre non era solo. Non sapeva se ridere o star serio. Tutti gli occhi dei presenti erano puntati su di me e mi sento dire: «A questo punto ti sei ridotto?». «Padre, il guardiano mi ha cacciato!». «Eh!... Però, in questo modo, se viene e ti trova qui, punisce pure me». «Se è così, Padre, me ne vado subito». Pausa. Rivolto ai presenti, il Padre domanda: «Che facciamo?». Dopo un’altra breve pausa, dice: «Mah! Mettiti a sedere, correremo questo rischio».

Quella botola mi ha fatto comodo altre volte e ci sono passato anche con qualche altra persona. 


Giovanni Bardazzi,
Un discepolo di Padre Pio,
pp. 118-123

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