I FIORETTI
Altre due Confessioni a vuoto... Giovanni Bardazzi /4
dal Numero 40 del 18 ottobre 2020

Per prima cosa, bisognava andare alla Santa Messa. Mi informo e mi dicono che alla chiesa delle Carceri, a Prato, la dicono alle 5. Dovevo tornare “fra due mesi” e volevo mettermi in regola. La domenica mattina vado alla Santa Messa. Entro in chiesa. Do un’occhiata in giro per accertarmi che nessuno mi abbia visto e mi metto dietro un confessionale per seguire la liturgia.

Dovete capire che a Prato mi conoscevano tutti per il mestiere che facevo e tutti erano al corrente della mia militanza attiva nel PCI. Ero stato anche a Mosca, nel 1947, con Togliatti. Farmi vedere in chiesa era una vergogna. Il rispetto umano gioca brutti scherzi: hai l’impressione che gli occhi di tutti siano puntati su di te. Quante persone, passando davanti a una chiesa, hanno il coraggio di fare un cenno, un saluto al Santissimo Sacramento? Quasi nessuno. E perché? Perché ci si vergogna di essere cristiani.

Insomma, passarono due mesi e presi otto Sante Messe. Non vedevo l’ora. Dico a mia moglie: «Vado da padre Pio!». «Vai, vai, vedrai che questa volta ti assolve!».

Prendo il treno: Prato, Bologna, Foggia. Per tutto il viaggio stetti senza bere, senza mangiare e ritto su un piede solo. Arrivo a Foggia alle 4.30 del mattino. Facevo così perché volevo il premio. Fantasticavo. Mi facevo le domande e mi rispondevo e davo tutto per scontato. Le risposte che ci diamo da soli ci convincono più di quelle che ci danno gli altri.

“Ora – mi dicevo – appena mi vede mi abbraccia. Bravo Giovanni. Vieni qua: finalmente hai capito!”. E via di questo passo.

Più felice di me non c’era nessuno. Con otto Sante Messe volevo cancellare tutto il passato. Mi piazzo, con altre persone, al passaggio del Padre: passa e non mi guarda nemmeno. Non mi ha riconosciuto. Mi sposto un poco più avanti: niente.

“Allora, non vede proprio nulla!” dissi fra me. Deluso, mi sposto nel pianerottolo. Arriva padre Tarcisio: «Giovanni, non vieni da padre Pio?». «Che vengo a fare, non mi ha neanche guardato!».
E dire che mi ero messo perfino gli stessi vestiti della prima volta per essere riconosciuto. Non avevo finito di pronunciare l’ultima sillaba che si gira, mi guarda e dice: «Vuole essere coccolato, abbracciato: crede di essere diventato santo!».

Arriva la Confessione. Mi metto in ginocchio e sento dire: «Da quanto tempo è che non ti confessi?». Rimasi deluso. Aspettavo sempre le congratulazioni perché ero andato alla Santa Messa, e invece mi sento dire così. Pensai che, forse, le congratulazioni me le avrebbe fatte in privato, in un’altra occasione. Sento ripetere: «Da quanto tempo...».

Ero già su di giri e a sentirmi ripetere la stessa domanda, sbottai: «Ma... insomma, Padre: mi riconosce o no?». «Certe facce non le dimentico. Alla Messa ci sei stato?». Si ricordava che mi aveva ordinato di andare alla Santa Messa. Si ricordava. Allora ci vedeva, anche. Eccome ci vedeva! Ora sì che siamo sulla strada buona! «Sì! – rispondo sicuro – E presto!». «Perché, non ci sono più tardi al paese tuo?». «Ci sono, Padre, ma mi vergogno!». «Fuori! – tuonò – Sei peggio di prima. Torna fra due mesi!».

Tenete conto di quello che vi dico perché sono cose sue: è la verità. La mia persona non conta nulla.


La giusta via

Dopo altri due mesi, eccomi in ginocchio al confessionale. «Oh, finalmente ti trovo qua. Alla Messa ci sei andato? Hai fatto la Comunione?». «Sì, Padre». «Ti senti meglio?». «Sì, Padre». Sono complimenti che non si dimenticano. Detti poi con quella dolcezza...

«Grazie di tutto, Padre!». «Ringrazia il Signore che ti ha sempre voluto bene e ti ha tenuto in braccio anche quando pure l’offendevi. Ora dovrai camminare da solo e sarà duro e faticoso! Che hai fatto?». «Mi sono un po’ arrabbiato». «Ti sei frenato, ti sei pentito?». «Sì, Padre». «Pensieri, pensieri brutti?». «Oh, tanti!». «Li cacci?». «Sì, Padre. Però a pregare vado davanti a Gesù, perché dalla Madonna non ci posso andare». «E perché?». «Perché il demonio me la fa vedere in pose poco edificanti e io scappo». Credete che me ne abbia fatte una berlicche [il demonio]? Ecco perché dico che bisogna chiedere l’aiuto del Cielo, perché da soli non possiamo nulla contro di lui. Esiste! Eccome esiste, ma non gli va data importanza. «I comandamenti di Dio li sai?». «No!». «Dilli assieme a me... Quanti ne hai offesi di questi?». «Ora, Padre, non li voglio offendere più, ma se ci sono questi soli... non sapevo nemmeno che esistessero». «Ma dove hai vissuto fino a ora, in una foresta? Poi ... altro?». «In atto di rabbia, mi scappa qualche bestemmia».

Il tono della voce cambiò all’improvviso e da morbido che era stato, divenne duro: «Vattene! Vattene via! E torna fra due mesi».

Rimasi di sasso. Raccolsi un po’ di fiato e azzardai: «Padre, mi caccia per una bestemmia. Allora, quando le dico che sono comunista, mi leva dal mondo!».

Il tono della voce ritornò affabile e mi disse: «Figlio mio, non è il colore che ci divide: è che tu sei sozzo nell’anima!».

Fuori, nel piazzale della chiesa, ad accendere una sigaretta dietro l’altra. Ci fosse stato uno che mi avesse detto che per avere l’assoluzione da padre Pio occorreva buttarsi nel fuoco, mi ci sarei buttato. Cercavo un’indicazione, un segnale per uscire da questa situazione e trovare la strada per essere assolto. Avevo le antenne tutte fuori. Il giorno seguente, dopo aver ascoltato la Santa Messa, esco nel piazzale e noto due donne che parlottano fra loro. Mi avvicino. Accendo l’ennesima sigaretta e faccio finta di guardare altrove, mi metto in ascolto. Sento nominare il nome di padre Pio. Mi faccio più attento. Parlavano di un certo signore a cui il Padre aveva negato l’assoluzione. Questi, dopo essere andato a supplicare i genitori del Padre al cimitero di San Giovanni Rotondo, era tornato a confessarsi ed era stato assolto. Questa era musica per le mie orecchie. Non persi tempo. Mi informai dov’era il cimitero e dal custode seppi dove trovare la tomba. Compro due lumini e mi presento. Non sapendo pregare, feci loro questo discorso: «Sentite, sono stato a confessarmi dal vostro figliolo, ma mi ha cacciato. Ho sentito dire che vi date da fare e intercedete per i disperati. Più disperato di me non c’è nessuno. Ditegli qualche cosa anche per me. Arrivederci».

Mi feci il segno della croce e venni via. La cosa funzionò e ne ebbi il riscontro. Ero ad aspettarlo in ginocchio, a un passaggio, con altre persone. Quando passa davanti a me si sofferma un attimo e, battendomi la mano sulla testa, mi dice: «Questa volta, la strada l’hai trovata giusta!».

Per la terza volta, tornai a casa senza assoluzione e, con qualche bugia, facevo contenta anche mia moglie.

L’ebbi alla quarta volta. Ma ebbi paura, perché mi parve che il Padre, nel pronunciare la formula di assoluzione, facesse un grande sforzo. Prima di tracciare il Segno della croce rimase con la mano sospesa a mezz’aria. Scandendo le parole, arrivò finalmente all’Amen. Ce l’avevo fatta. Quel giorno fu il giorno della mia seconda nascita. Uscii fuori. Non ci sono parole adatte per esprimere il mio stato d’animo. Le persone, il paesaggio, l’erba e perfino le piante mi sembravano diverse. Il Padre mi aveva fatto intravedere un mondo di cui non sospettavo nemmeno l’esistenza. Ero un uomo nuovo: quello vecchio non c’era più. Mi cambiò anche il nome: ero diventato «Giovanni da Prato».

La mia vita nuova

Da qui inizia la mia avventura, la mia collaborazione alle iniziative del Padre, i miei viaggi settimanali a San Giovanni Rotondo. Per me era diventato il padre, la madre, l’amico, il confidente, il confessore e da quel giorno non ho fatto nulla senza aver chiesto prima il suo consenso. Mi accettò come «figlio spirituale» e riversai su di lui i sentimenti di amore, di stima, di affetto, contraccambiati, di cui ero capace. Mi rifiutò l’ingresso nel Terz’Ordine francescano perché mi disse: «È sciupato pure l’abito». In seguito, fui accolto fra i terziari francescani a Loreto, da padre Remigio, custode della Santa Casa. Più avanti racconterò anche di lui.

Ogni settimana partivo da Prato, alle tre del mattino, con otto persone a bordo e arrivavo a San Giovanni Rotondo verso le 17. Ho fatto questa vita per tanti anni ed erano 14-15 ore di guida. Con ogni tempo e sulla strada normale: ancora non c’era l’autostrada. Quanto sonno perduto! Quanta stanchezza!

A ripensarci ora, non mi sembra nemmeno vero di aver fatto una vita simile, ma il Padre mi proteggeva e me ne dava la forza e il coraggio. Una volta, infatti, gli esternai l’apprensione per il rischio che comportavano questi viaggi settimanali. Mi rispose con estrema decisione: «Quando parti, chiudi le porte della macchina e sono già miei!».

In tutti questi anni, ho avuto un solo incidente. Grave. Più avanti ne parleremo. Non ho mai avuto bisogno delle catene da neve e sono partito con qualsiasi tempo. Avevo capito che il Padre aveva sete di anime e io, nel mio piccolo, cercavo di assecondarlo. Dopo tutto, era anche il lavoro che mi dava da vivere. Mi trattenevo 5 o 6 giorni: il tempo necessario per permettere alle persone di confessarsi.

Intanto, studiavo l’ambiente del convento. Ero diventato amico di alcuni frati e con qualche trucco riuscivo quasi sempre a sgattaiolare vicino al Padre. Cambiava il guardiano. Venivo a sapere che fumava il sigaro? Pronto subito un mazzo di profumati «Toscani». A qualche frate davo lezioni di guida, sempre allo stesso scopo: stare vicino al Padre. Siccome non gli sfuggiva nulla, un giorno mi chiama: «Vieni un po’ qua. Che cosa ti sei messo in testa? Vuoi far prendere la patente a tutto il convento? Vai a fare il maestro di guida e sciupi la macchina e per che cosa? Quei frati se ne andranno tutti di qua. Io solo rimarrò e allora non fare montare più nessuno. Non hai bisogno di loro».

Lezioni sospese all’istante. E la sera, fin quando il Padre non si era coricato, io non andavo a cena. Il Padre mi ha dato una mano anche per le Confessioni, perché ci volevano due e anche tre mesi per potersi confessare da lui. Chiamò in disparte i due frati che avevano il compito di distribuire i biglietti per le prenotazioni.

«Quando arriva Giovanni – disse loro – se potete, chiudete un occhio». «Se lo dice lei, li chiudiamo anche tutti e due».

Non solo. Le otto persone che portavo, le sistemavo nei punti strategici del percorso che faceva per venire in chiesa e quando se le trovava davanti, l’ho sentito più volte borbottare: «Ho capito, va! Ci dev’essere Giovanni da Prato!».

Così, ognuno aveva la possibilità di fargli una domanda, consegnargli un’offerta, un biglietto. 

/ continua

estratto da: Giovanni Bardazzi,
Un discepolo di Padre Pio, pp. 37-45

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