I FIORETTI
Un attore famoso ai piedi del Padre
dal Numero 10 del 8 marzo 2020

Un giorno del 1939, parlando con un collega – Mario Amendola, diventato poi un noto regista – [Carlo] Campanini disse: «Una volta era facile credere in Dio. C’erano grandi santi come san Francesco, sant’Antonio, san Giovanni Bosco, che compivano dei miracoli. Oggi i santi non esistono più e non ci sono più miracoli». «Non è vero – rispose Amendola –. In Puglia c’è un frate santo che fa cose straordinarie».

Amendola raccontò un fatto accaduto a un suo cugino qualche anno prima. «Era un povero diavolo, senza una lira, senza lavoro, e per fare qualche cosa era andato volontario nella guerra di Spagna. Tornato, sua moglie gli disse: “Se sei qui, lo devi a padre Pio, che ha pregato per te. Gli ho fatto voto che saresti andato a ringraziarlo”. Quel mio cugino andò a san Giovanni Rotondo ed espose al Padre la sua disastrosa situazione. Padre Pio gli disse laconicamente: “Vai a Falconara”. “Non è possibile – rispose mio cugino –. A Roma ho degli amici che ogni tanto mi aiutano; a Falconara morirei di fame”. “Vai a Falconara” ripeté padre Pio.

Mio cugino si trasferì nella città marchigiana con moglie e figli. Lì incontrò sua madre, che alcuni mesi prima se ne era andata da Roma per non pesare su di lui e ora cercava di sopravvivere chiedendo la carità sulla porta delle chiese. Si misero insieme e trascorsero due mesi tra incredibili difficoltà.

Una mattina arrivò da Ancona un signore in cerca di mio cugino. Gli disse: “Vengo da parte del Federale, che vi aspetta nel suo ufficio domattina”. Mio cugino andò all’appuntamento. Il Federale gli chiese se sapeva parlare spagnolo. “Sì” rispose mio cugino. E sull’istante gli venne fatto un contratto di cento lire al giorno, tremila al mese. Era il tempo in cui si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese”».

«Quell’episodio mi impressionò e mi fece sognare» mi ha detto Campanini. «Durante la Settimana Santa ero a Bari con la compagnia teatrale. Ci diedero due giorni di riposo: il giovedì e il venerdì. Non era mai accaduto prima, perché si riposava solo di Venerdì Santo. “San Giovanni Rotondo è da queste parti – dissi ad Amendola –. Perché non facciamo una visita a quel frate santo?”. “Partimmo il giovedì mattina. San Giovanni Rotondo era un paese povero e quasi deserto. Cercammo la chiesa di padre Pio. “Non può ricevervi – ci venne risposto –. Le sue ferite provocano dolori e sanguinano tutto l’anno, ma durante la Settimana Santa riducono il Padre in uno stato pietoso: per questo motivo non riceve nessuno”. “Ma noi siamo attori, veniamo da lontano, non abbiamo che questi due giorni liberi, dobbiamo vederlo”.

Restammo, e andavamo in giro per il convento nella speranza di incontrare il Padre. Io però ero un tipo frivolo, sfacciato, non pensavo che a ridere. Continuavo a raccontare barzellette anche in convento. Nel pomeriggio di quel giovedì, mentre io e Amendola stavamo facendo chiasso, dalla chiesa uscì un frate che a me parve gigantesco: “Neanche in questi giorni mi lasciate pregare” disse con voce lamentosa. “Cosa volete?”. “Padre, siamo due poveri artisti”. “Tutti siamo poveri”. “Vorremmo confessarci” aggiunsi per giustificare la nostra presenza. “Andate a prepararvi – rispose padre Pio – vi confesserò domattina dopo la Messa”.

Ricordo quella Messa come un incubo. Non finiva mai. Dovevo stare inginocchiato altrimenti quelli dietro non vedevano e quella posizione mi provocava dolori insopportabili. Al termine andai a confessarmi. Il Padre non mi lasciò parlare, sapeva tutto di me. Mi fece promettere di cambiare vita, poi mi diede l’assoluzione. Non ebbi il coraggio di chiedergli niente, ma dentro di me continuavo a ripetere: “Padre, fatemi trovare un lavoro vicino a casa, anche quello di magazziniere, purché possa vivere accanto ai miei figli”.

Tornai a Bari, e poco tempo dopo andai a Roma. A Cinecittà stavano per iniziare le riprese del film Addio giovinezza. Allora le parti erano assegnate dal Ministero della Cultura Popolare. Per il ruolo di Leone erano candidati quattro attori famosi: Nino Besozzi, una specie di Mastroianni del tempo; Umberto Melnati, che lavorava con De Sica e trionfava in tutta Italia; Paolo Stoppa e Carlo Romano. Io non ero conosciuto in quegli ambienti ma, non si sa perché, la parte venne affidata a me. Non solo; da allora feci centosei film uno dietro l’altro, diventando ricco e famoso. Potei avere una casa e vivere con i miei figli, come avevo tanto desiderato».

Padre Pio aveva raccomandato all’attore di cambiare vita, ma Campanini non l’aveva fatto. I soldi e la fama lo avevano peggiorato. «Conducevo una vita dissoluta, avevo relazioni illecite, aggrovigliate, non andavo a Messa, e non volevo saperne di pregare – ricorda –. Però mi sentivo colpevole: il Padre aveva esaudito la mia preghiera, io lo avevo deluso. Per questo non volevo tornare da lui.

[...] Una sera tornai a casa e mia moglie mi disse: “È venuto il viceparroco e ci ha chiesto di consacrare la nostra casa al Sacro Cuore. La cerimonia è fissata per l’8 gennaio. Il viceparroco ha raccomandato di prepararci, perché desidera che facciamo tutti la Comunione”. Questo particolare mi mise all’erta. Non potevo fare la Comunione con la vita che conducevo. Mia figlia piccola insisteva, mia moglie pure, e io non sapevo quale scusa inventare.

La mattina del 6 gennaio 1950, festa dell’Epifania, mentre girovagavo per Roma inquieto e triste entrai per caso nella chiesa di Sant’Antonio in via Merulana. C’era molta gente che ascoltava la Messa e diversi stavano in fila per confessarsi. Molti mi avevano riconosciuto e mi guardavano curiosi. [...]. Mi trovai inginocchiato nel confessionale.

Uscii dopo mezz’ora col viso bagnato di lacrime. Mi sentivo un altro. In famiglia si fece gran festa. Partecipai con gioia alla cerimonia della consacrazione della casa e feci la Comunione. Decisi di andare da padre Pio ad annunciargli il mio cambiamento. Mi ero confessato e non dovevo più raccontare i miei peccati a lui. Ma, arrivato nel confessionale del Padre, mi sentii dire: “Comincia dal ’36”. “Mi sono confessato nei giorni scorsi” protestai. “Ti ho detto di cominciare dal ’36” tuonò padre Pio aggiungendo che ero un vigliacco a vergognarmi di raccontare i peccati mentre non mi ero vergognato a offendere Gesù.

Quella Confessione cambiò completamente la mia vita. Al termine il Padre mi abbracciò e mi baciò. Mi regalò un rosario raccomandandomi di recitarlo spesso, e aggiunse: “Ti sarò sempre vicino”. Mantenere le promesse non fu facile, ma tenni duro. Non ho più tralasciato la Messa quotidiana».

Renzo Allegri,
Padre Pio, l’uomo della speranza,
pp. 127-130