I FIORETTI
Padre Pellegrino racconta: le avventure di un pomeriggio / 1
dal Numero 5 del 2 febbraio 2020

In preda al più nero sconforto, nell’attraversare la sacrestia, fui avvicinato da un signore, che avevo già notato qualche mese prima per la sua giovialità. Ora, invece, egli appariva chiaramente sconvolto: aveva il volto solcato da una sofferenza tanto strana e tanto intensa che sembrava ridesse.

Mi disse: «Padre, mi ascolti. Sto perdendo la fede». Senza riflettere un istante, quasi per rifarmi della pena che sentivo dentro di me [...], gli risposi con il veleno alla bocca: «Fossero tutti questi i guai!»; e continuai a camminare quasi orgoglioso del mio egoismo e della mia crudeltà e noncurante del contenuto blasfemo della mia risposta. Quel signore non scese al mio livello e non reagì, come avrebbe giustamente potuto fare, nei confronti di un sacerdote frettoloso e scanzonato: nella sua nobiltà d’animo, anzi, continuò ad avere fiducia in me e mi supplicò con una voce che avrebbe commosso le pietre: «Mi aiuti. Le ho detto che sto perdendo la fede». Con un cinismo inaudito gli risposi che, in quel momento, il fatto che lui stesse perdendo la fede non m’interessava affatto e me ne andai lasciandolo a singhiozzare nella sacrestia della chiesetta.

Dopo essermi reso conto di aver commesso un delitto, ebbi l’ispirazione di andare a chiedere scusa, ma quando tornai sui miei passi, trovai la sacrestia vuota. Sul banco della sacrestia stava un biglietto diretto a padre Pio: «Padre, la mia fede vacilla, perché una settimana fa ho perduto mia figlia in un incidente. Aiutatemi con le vostre preghiere. Sono sicuro che questo mio appello giungerà nelle vostre mani stasera». Firma. Quel biglietto, scritto certamente dal signore da me maltrattato, mi offrì l’occasione di riparare al male fatto.  

Fede e misericordia  

Padre Pio, d’inverno nel salottino e d’estate nell’orto del convento, offriva quasi ogni sera agli amici fortunati la gioia della propria serena e briosa conversazione, ma sembrava, anche per i fortunati come me, che ogni sera facesse un’eccezione. Quel pomeriggio, nel salottino, stava intrattenendosi con un certo signor Testa e un certo signor De Bonis, due amici raccomandati dal cappuccino calabrese padre Anacleto e introdotti dalla prima e inappellabile autorità del convento, il padre Agostino da San Marco in Lamis. Questi infatti, dopo aver fatto accomodare costoro nel salottino, e averli liberati così dalla necessità di arrangiarsi per entrare di soppiatto in convento, era andato a chiamare e aveva accompagnato padre Pio, ubbidiente e rassegnato, nel salottino, allo scopo di farlo intrattenere con gli amici, in fraterna e quasi riservata conversazione.

Padre Pio aveva, secondo me, una piaga sempre aperta nel cuore, un po’ diversa dalle stimmate: cioè la piaga inferta nel suo cuore dalle crudeltà umane e lenita, qualche volta, dalle opere di misericordia; piaga per la quale non trovava riposo né notte né giorno, né disteso né seduto. E ogni volta che, con la sua sensibilità, il suo intuito o la sua introspezione, leggeva nel volto di un fratello il segno lasciato da un atto di crudeltà, sentiva ravvivate le fitte di quella piaga.

Nel vedermi apparire nel vano della porta, m’invitò, con un cenno severo ad entrare; così, mi diede una gioia e una seccatura: una gioia, perché, con un rimprovero, mi avrebbe risollevato dal cupo avvilimento in cui mi vedeva sommerso, e una seccatura, perché, nel salottino, mi avrebbe svergognato davanti ad estranei. Infatti, non si lasciò baciare la mano e mi volse subito, con un gesto molto brusco, le spalle: in quel momento mi sembrò che egli non solo considerasse sprecata per me la propria direzione spirituale, ma che avesse pure perduta una coincidenza del proprio viaggio per il Cielo. Al mio arrivo evidentemente aveva interrotta la conversazione avviata, seccato dal fatto di vedersi guastata la festa, come al passaggio di un corteo funebre. Contrariamente al solito, quando, cioè, per correggermi, perdeva la lingua nei miei confronti e, chiuso in un pedagogico e severo mutismo, mi privava perfino di uno sguardo di saluto, in quel momento mostrò l’ansia di dire, comunque, qualcosa e, avvicinatosi molto confidenzialmente agli amici seduti intorno al tavolo, disse sottovoce: «Per i superbi, per gli sciocchi la fede si può separare dalla carità; ma se la nostra fede non la mettiamo, con la carità, a disposizione degli altri, di fede non ne abbiamo neppure un granellino».

I due presenti non si sognavano neppure lontanamente di mettere il marchio della proprietà sul patrimonio della fede ed erano un po’ intontiti, un po’ sorpresi e un po’ estasiati nel veder padre Pio intento a dire qualcosa di molto importante a un confratello e occupato nella custodia e nella difesa dei fiori recisi per l’altare di Dio. Per me, invece, la botta fu come una telefonata intima, intercettata da orecchie indiscrete: il caritatevole, ma terribile Confratello aveva, quella sera, una voglia irrefrenabile di svergognarmi di fronte a chiunque. Preoccupato del mio avvenire e delle proprie responsabilità davanti a Dio, voleva, con la presenza di quegli occasionali testimoni, avermi in pugno per darmi una lezione maiuscola da ricordare per tutta la vita.

Dopo quell’increscioso episodio, non mi sarei mai aspettato che padre Pio avesse la bontà di rimproverarmi. Amareggiato dagl’incidenti a catena di quel pomeriggio, dalla disperazione del signore milanese e, ora, dall’atteggiamento severo ed amaro del Padre Spirituale, mi sarei potuto afferrare ai suoi rimproveri come a un’ancora di salvezza, sicuro di riceverne una impagabile soddisfazione attraverso un atto di umiltà. Macché! Invece, incoraggiato dal fatto che trovavo padre Pio sempre aperto alla confidenza e alla comprensione, anche nell’aura triste del rabbuffo, sempre sollecito nel dispensare più fiori freschi che lacrime, anche nel “negro fumo” della disgrazia di Dio, sempre pronto a dispensare sorrisi ai peccatori in pena, anche nella continua disposizione a fare uso dell’acqua santa per gli scongiuri e gli esorcismi, sempre intento, con le sue efficaci correzioni, ad abbassare la febbre delle debolezze e delle passioni umane, feci un disperato tentativo per giustificare il mio operato e dissi: «Io penso che neppure Dio s’interessa più delle persone che hanno rotto ogni contatto con la speranza».

Non sapevo quello che dicevo; ma tenevo sempre il dente avvelenato, quando pensavo a coloro che non dovevano rendere conto a un sacerdote come lui. Il Padre assunse un cipiglio che mi fece paura e stava per darmi una delle sue risposte pepate, ma poi ci ripensò e, dopo avermi girato completamente le spalle, disse agli amici: «Qualcuno in mezzo a noi crede di tenere in mano la bilancia del Padre Eterno». A questa pesante osservazione, fatta, senza ombra d’insulto, ma per puro atto di amore, allo scopo di correggermi, non mi offesi, anzi mi rallegrai. Avrei passato un guaio, se mi fossi sentito completamente abbandonato. Così, invece, padre Pio mi dava la certezza di volermi prendere per mano e guidarmi fra le ombre dei miei gravi difetti e, per buon peso e al fine di ridarmi un pizzico di coraggio, mi faceva credere di aver bisogno di me. Mi domandavo: ma come fa a sapere della mia grave mancanza di carità nei confronti del signore milanese? E pensavo: egli usa una speciale candela per illuminare alcuni punti oscuri del convento (e non solo del convento), quando si prende la soddisfazione di compiere un’opera di carità; diversamente non accenderebbe mai la candela sulle miserie del prossimo, anzi rifiuterebbe sdegnosamente di servirsene, pago delle vie naturali sempre valide e perfette.

Intanto, incapace di sostenere a dovere il “tira e molla” iniziato, pur di fargli chiudere in fretta il capitolo con una di quelle risciacquate di testa, adatte a ridurre me come uno straccio slavato e a dare a lui uno sfogo completo, continuai a provocarlo con una ostinazione, ormai soltanto finta: «Ma come è possibile che Dio si preoccupi di certa gente?!».

I due amici, accortisi della tensione nervosa, stavano seduti a metà sulla sedia, pronti per fuggire, anche se apparivano curiosi di assistere agli esorcismi fatti da padre Pio su un povero diavolo di frate. Il Padre per dissipare il panico del loro cuore si rivolse ad essi con calma e disse con una voce dolce e con il cuore in mano: «Questo qui, senza rendersene conto, bestemmia contro la misericordia di Dio».

La fede

Il signor De Bonis ascoltando assentiva: per lui, padre Pio, così ben messo sotto il saio di san Francesco, tanto nobilitato dalla venerabile barba quasi bianca, tanto strettamente legato e imparentato a Gesù, doveva avere pienamente ragione; d’altronde gli parlava e gli puntava gli occhi addosso, proprio per riceverne qualche consenso; infine rimproverava me, non lui. Il signor Testa, lontano dal comprendere il vero significato della conversazione o del tutto indifferente al problema, sembrava più tranquillo, ma si sforzava, anche lui, di essere un cortese ed attento ascoltatore e osservatore. Invece, io, che avrei preferito mille volte avere con padre Pio un colloquio anche più tempestoso di quello in corso, ma diretto e segreto, soffrivo non tanto perché mi vedevo rimproverato in “pubblico”, quanto perché mi vedevo arrivare i rimproveri attraverso il ponte degli amici presenti. Questi ultimi, poi, li consideravo troppo divertiti allo spettacolo della mia umiliazione e correzione. Altre volte, in analoghe circostanze, ero stato capace d’interrompere brutalmente la linea secondo me superflua nell’impianto di comunicazione; però ancora oggi ho l’impressione di aver fatto un’azione indegna, da cui non sono riuscito a trarre nessun vantaggio.

Deciso a farla finita e sicuro che, presto, avrei visto padre Pio fare altrettanto, mi sentii spinto ad affondare il dito nella piaga e proposi pappagallescamente, sempre a proposito del signore milanese, una espressione che avevo imparato da balilla: «Il forte è forte quando è solo, e io non stimo affatto chi non sa uscire dagli impicci da solo». «Eh, già! – disse ironicamente padre Pio, dopo aver fatto un dolce sorriso ai comprensivi ed attenti ascoltatori – La fede non è per i sofferenti, non per i deboli, non per i peccatori. È solo per i forti, per i santi nati, cresciuti e pasciuti come te».

La “perla rosso-sangue del Gargano”, mentre ai due ospiti dispensava radiosi e incantevoli sorrisi, a me, con le sue parole, riservava saette accecanti e struggenti. Giustamente. Egli con quelle parole m’invitava a trascorrere con lui un rituale e normalissimo minuto di silenzio e di riflessione: la mia fede prescindeva dalle lotte, dai contrasti, dalle zuffe diaboliche, dalle imprese titaniche, dagli sputi, dagli schiaffi, dal sangue, dalla passione e dalla morte.

Intanto il Padre per darmi una lezione più piccante e più salutare assunse una posizione molto opportuna: sedette sull’orlo della sedia per girarmi completamente le spalle. Poi indicandomi con il pollice della mano sinistra disse: «Non capisco poi come questo uomo che si crede tanto capace a sbrigarsela da solo sia venuto qua a chiedere aiuto a me e a seccare tutta la compagnia».  (CONTINUA)


Padre Pellegrino Funicelli,
Padre Pio tra sandali e cappuccio,
pp. 193-199