RELIGIONE
Il cielo aperto e il Trono di Dio | L’Apocalisse con Don Dolindo
dal Numero 39 del 24 ottobre 2021
di Don Dolindo Ruotolo

Giovanni è invitato alla contemplazione del Dio Unitrino, che descrive non con elementi antropomorfici ma con simboli che Lo rappresentano nella Sua pura spiritualità di luce viva e risaltano la Sua assoluta trascendenza. Si solleva per noi il velo del mistero, intravediamo la divina Maestà, la corte celeste, la liturgia del Paradiso. Una visione che dovremmo custodire nel cuore, assieme alla Voce divina che ci invita: “Sali quassù”.

Nell’ultima lettera che Gesù Cristo fa scrivere al Vescovo e alla Chiesa di Laodicea c’è una grande promessa: «Ecco che io sto alla porta e picchio; se alcuno udrà la mia voce e mi aprirà la porta, entre­rò da lui e cenerò con lui, ed egli con me. A chi sarà vincitore da­rò di sedere sul mio trono, come anch’io fui vincitore, e sedei col Pa­dre mio sul trono» (Ap 3,20).

Nel periodo più grave d’indifferenza, di rilassamento e di tiepidez­za religiosa, Gesù non abbandona a se stesso il mondo ingrato, e non fa mancare alla sua Chiesa aiuti straordinari; Egli sta alla porta dei cuori e delle nazioni, e picchia, chiamandoli alla penitenza, al per­dono e alla vita. Non domanda che di essere aperto, cioè di avere dal­­le sue creature il consenso libero della loro volontà per entrare nei loro cuori, nella loro vita e nella vita delle nazioni, con effusioni di particolari misericordie, attraverso il Sacramento eucaristico, cena del suo amore, dove ci alimenta di sé, e dove noi ci effondiamo in Lui vivendo di Lui. Questa straordinaria effusione dell’amore euca­ristico ci rafforza e ci rende vincitori, sol che noi ne usufruiamo, e Ge­sù, per incoraggiarci a non trascurarla, ci annuncia che ci farà sede­re sul suo trono, facendoci partecipi della sua vittoria e della sua gloria.

Non sembrerebbe che la lettera di rimprovero, e di solo rimprovero ad un Vescovo tiepido “che sta per essere rovesciato dalla bocca del Redentore” (cf. Ap 3,16) come un cibo guasto, potesse avere questa chiusa di misericordia e di lieta promessa, eppure è così, perché l’amore di Gesù Cristo è infinito, e la sua misericordia non manca di venire incontro alle sue creature per soccorrerle.

La chiusa, anzi, della lettera al Vescovo di Laodicea, può riguardarsi come una chiusa generale a tutte le lettere precedenti, perché Gesù Cristo, in ogni periodo della vita della sua Chiesa e delle anime, sta alla porta del nostro cuore e picchia, c’invita ad una partecipazione più grande del suo amore, e ci promette il trionfo e la gloria. Questo invito e questa promessa, poi, sono più grandi e manifesti proprio nei periodi dell’ingratitudine umana, e nel triste periodo dell’apostasia del mondo e dell’intiepidimento della Chiesa, e per questo il Signore li mette a chiusa dell’ultima lettera, riferendoli così ad ogni periodo d’ingratitudini e di rilassamento della Chiesa, del mondo e delle anime.

«Io quelli che amo li riprendo e li castigo» (Ap 3,19), dice Gesù; non solo per significare al Vescovo di Laodicea che lo riprendeva per amore – come si disse – ma per indicare che proprio nei tempi di castighi e di angustie Egli avrebbe diffuso la sua misericordia e il suo amore, picchiando alla porta dei cuori, della Chiesa e del mondo con singolari manifestazioni ed effusioni della sua carità, attraverso gli stessi castighi.

Questo riepilogo misericordioso di ogni periodo del­l’in­gra­ti­tu­di­ne umana, e singolarmente di quelli nei quali essa è maggiore, cioè ne­gli ultimi periodi della vita della Chiesa sulla terra, è degno del­l’in­finita carità e misericordia di Dio, che manifesta la sua onnipote­nza commiserando e perdonando, e suppone da parte del Signore un’i­m­mensa effusione di misericordia, ed ecco che Gesù Cristo invita il suo prediletto Apostolo a contemplare il simbolo di questa miseri­cordia infinita: il Cielo aperto e il trono di Dio. [...].

 

Dalle profondità eterne splendeva  sulla povera terra la luce di Dio...

«Dopo ciò – dice il sacro Testo – vidi, ed ecco una porta aperta nel cielo, e la prima voce che avevo udita come di tromba, che parlava con me, risuonò di nuovo dicendo: “Sali quassù, e ti mostrerò ciò che deve accadere dopo queste cose”» (Ap 4,1). Le sette lettere ai vescovi dell’Asia (cf. Ap 2 e 3) gli furono dettate durante la visione del Figlio dell’uomo, e costituirono una parte di quella visione; dopo ciò, ossia dopo questa visione, eccone un’altra: egli vide nel cielo improvvisamente una zona straordinariamente fulgente, in modo che il cielo circostante sembrava tenebre, e quella gran luce sembrava che venisse da un’im­­mensa stanza illuminata, dandogli proprio l’impressione di una porta aperta. Dalle profondità eterne splendeva sulla povera terra la luce di Dio, infinita Potenza, infinita Sapienza ed infinito Amore, e si effondeva per rinnovare, ordinare e vivificare.

La Redenzione l’aveva aperta avvicinando Dio all’uomo e l’uo­mo a Dio, e per questo da quella porta si fece udire nuovamente la voce del Redentore che, solenne come suono di tromba sacra, prima aveva parlato a Giovanni. La voce lo invitava a salire fin là, dove splendeva la luce per vedere ciò che doveva accadere dopo quelle cose [...].

 

Negli splendori della Santissima Trinità

«Subito fui rapito in spirito, ed ecco un trono era alzato nel Cielo, e sul trono uno stava a sedere. Colui che vi sedeva era simile nell’aspetto ad una pietra di diaspro e di cornalina, e intorno al trono c’era un’iride, simile nell’aspetto a uno smeraldo» (Ap 4,2)San Giovanni vide dunque un essere vivente che splendeva come placida luce cerulea e rossa, ed era come avvolto da un’iride verde che fondeva in unica armonia quei due colori, pur distinti tra loro. Era l’immagine della Santissima Trinità nella mirabile unità della natura divina, che splendeva nella sua gloria e nella sua infinita bontà. Il rosso splendeva dal ceruleo, e il verde li avvolgeva e li univa, dando alla figura un unico aspetto che pur era distinto nei tre colori. Non era una figura umana limitata dai suoi lineamenti, era luce da luce, e luce che univa i due fulgidi splendori in perfetta armonia e formava con essi una sola cosa. Forse non c’è un’immagine più bella e più viva della Santissima Trinità in tutta la Sacra Scrittura.

Intorno a quel trono che splendeva di quelle luci preziose, san Giovanni vide ventiquattro sedie, o, come dice il testo greco, ventiquattro troni, e «sui troni sedevano ventiquattro vegliardi vestiti di bianche vesti, e sulle loro teste corone d’oro».

Erano ventiquattro figure venerande, fulgide e come incandescenti nel loro splendore, che portavano in loro i caratteri del tempo che passa e nel suo passaggio glorifica Dio. L’Eterno era luce splendente di tre colori, sempre in atto nel suo splendore, che non aveva né prima né dopo; i ventiquattro personaggi erano su troni di gloria, ma avevano i caratteri della limitazione, poiché nella loro vecchiezza esprimevano il passare e, diremmo, il veterascere di tutte le cose create.

Erano ventiquattro, e ricordavano i dodici patriarchi e i dodici a­postoli, il Vecchio e il Nuovo Testamento; erano ventiquattro, quante erano le classi sacerdotali al servizio del tempio di Gerusalem­me, ed esprimevano l’adorazione che tutte le creature dovevano a Dio; erano vestiti di bianco, simbolo di regale santità e di purezza, e avevano sul capo corone d’oro, simbolo delle vittorie riportate e del premio ricevuto.

Erano vecchi, dunque erano stati segnati dal tempo, avevano cominciato a vivere nel tempo, e portavano in loro il carattere di creature, perché nessuna creatura è ab aeterno. Il loro stesso numero ricordava le ore del giorno terreno che fugge come ombra, e la loro gloria diceva a tutte le generazioni che si avvicendavano sulla terra, come il tempo può produrre fiori e frutti d’eternità. [...].

 

La visione di san Giovanni: dai simboli alla realtà

Le cose divine sono ineffabili, e quando si vogliono esprimere con parole umane, perdono tutta la loro bellezza e il loro fulgore. Un poeta, per esprimere concetti più nobili e più alti, ricorre a simboli e a figure e riesce in certo modo a rivestire di grandezza le sue idee, ma un profeta come può rendere con figure quello che trascende ogni umana immaginazione? Egli per necessità si ferma alle cose visibili, a quelle che sono familiari all’uomo, e con questo, lungi dal rendere ciò che vede, lo offusca. Ecco perché riesce misteriosamente oscuro nelle sue espressioni, e tutti i commenti non riescono a condurre l’anima a quella luce ineffabile che lo colpì e lo abbagliò.

Noi, con l’aiuto di Dio, dobbiamo tentare quest’ascesa dai simboli alla realtà, per raccogliere il frutto della parola di Dio, scuotere la nostra freddezza e unirci con l’anima e con il cuore ai beati nel glorificare il Signore. È questo l’unico scopo della nostra vita terrena e l’unica meta di quella eterna; una vita che non glorifica Dio è qualcosa di vano, di inutile, di morto, non è neppure vita animale, perché le creature brute sono glorificazione di Dio nell’ordine della loro vita. Noi, nel nostro disordine, siamo per Lui ingiuria e disdoro, e meritiamo non meno dell’eterna dannazione.

Eppure, se lo pensassimo, siamo trono vivente di Dio, poiché Egli vuole abitare in noi con la sua grazia e dobbiamo esprimere in noi quello che vide san Giovanni. Sali quassù – disse Gesù al suo prediletto Apostolo – e sali quassù, ripete a noi, invitandoci a contemplare le altezze della divina gloria, per vedere ciò che deve accadere dopo le cose di questa vita.

Sali quassù dobbiamo dire noi all’anima nostra, alla nostra attività, alla nostra vita, perché possa vedere ciò che trascende la miseria delle nostre stupide aspirazioni, e possa gettare ai piedi di Dio le povere corone della propria gloria (cf. Ap 4,10), e cercare Lui solo sopra tutte le cose e in tutte le cose.

La sintesi, in fondo, della visione di san Giovanni è questa: Dio solo! Nei fulgori dell’eternità, nello sviluppo della storia umana del­l’Antico e del Nuovo Testamento, nelle attività della vita materiale e spirituale, Dio solo regna e Dio solo deve regnare, di modo che questa nostra vita diventi un continuo trisagio di lodi all’Eterno, e sia tutta affissata in Lui come per tanti occhi scrutatori (cf. Ap 4,6) ed amorosi che guardino solo a Lui e ricerchino solo Lui.

Forse approfondendo di più i simboli con i quali san Giovanni ci presenta il trono di Dio, la nostra anima si sentirà maggiormente tratta lassù, nel Cielo, e si svincolerà dalle miserie della terra.

San Giovanni non si doveva sentire mai tanto esule e pellegrino sulla terra che stando a Patmos. Quell’isola rocciosa era deserta, ed egli vi si trovava relegato, lontano dai suoi più cari e dalle sante attività del suo ministero. Aveva l’anima piena d’amore, e il suo cuore sentiva ancora, nel ricordo, la vita che gli aveva comunicato Gesù nell’Ultima Cena, quando egli riposò sul petto divino di Lui. Avrebbe voluto accendere tutta l’umanità del fuoco che gli ardeva dentro, e sperimentava dolorosamente l’ingratitudine umana, che, lungi dal ricevere la parola della vita, la perseguitava.

Le stesse lettere che Gesù gli aveva fatto scrivere alle sette Chiese dell’Asia non erano le più atte a consolarlo, poiché, ahimè, quante spine spuntavano in quelle sette Chiese che avrebbero dovute essere tutte un cantico di amore a Dio! In queste pene del suo spirito egli sollevò lo sguardo al Cielo, implorando misericordia; lo si può supporre dalla sua stessa espressione: Dopo ciò vidi, cioè sollevai lo sguardo, e non poté sollevarlo che pregando. [...].

 

Il maestoso canto di lode all’Eterno

Ecco intorno all’infinita Maestà rifulgente ab aeterno, il percorso del tempo, quasi lo snodarsi dei secoli...

San Giovanni vide intorno a quell’infinita Maestà rifulgente ab aeterno ed in eterno, il percorso dei tempi e lo snodarsi quasi dei secoli, che la glorificavano. Vide le forze del creato pronte ai suoi ordini, e vide gli Spiriti celesti messaggeri della sua volontà tra le creature. [...].

Egli contemplava la distanza che separa le creature dal Creatore, e che, pur tenendole ad infinita distanza, non le distacca da Lui, perché Egli le sostenta e le vivifica. Si sentì egli stesso un nulla innan­zi a quella distesa, piccolo atomo scintillante come goccia in quel mare; la stessa umiltà lo fece ardere di amore, e desiderò lodare il Signore con rafforzata lena, insieme a tutte le creature. Esse erano co­me sintetizzate intorno al trono di Dio in quei quattro viventi che lo adornavano (cf. Ap 4,6-9); erano le forze della natura, le creature occupate nel la­voro, quelle dedite ai voli della mente, quelle trasformate dalla gra­zia, che rappresentavano veramente l’uomo fatto ad immagine di Dio. [...].

Vide tutto il creato innanzi a Dio, e gli sembrò che avesse sei ali anziché due sole (cf. Ap 4,8), per sollevarsi a Lui glorificandolo, gli sembrò che fosse affissato in Lui, quasi fosse tutto occhi nel tendere a Lui, e nel rac­coglierne la misericordiosa provvidenza. Ascoltò dal creato una voce di giubilo, una voce di lode, una voce d’amore, che come sinfo­nia meravigliosa passava per tutta la scala degli esseri: «santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente che era, che è e che sta per venire» (Ap 4,8).

Era una lode forte in tutte le forze create, umile in tutte le immo­lazioni della vita, sublime in tutte le elevazioni del pensiero, u­ma­na e soprannaturale in tutte le trasformazioni della grazia; era come un ruggito potente nelle forze brute, come un soave lamento nel dolore, come un giubilante grido nelle elevazioni dello spirito e un cantico di carità in quella dell’amore; erano lodi all’Eterno, che sempre fu, al Redentore che sempre è col Padre e con gli uomini, al­l’e­terno Amore che fu, che è e che sta per venire, perché in Lui tutto si vivifica e rinnova.

San Giovanni si unì a questo coro di lodi, di gloria, di onore e di ringraziamento, e vide nei ventiquattro vegliardi tutti i secoli, tutte le generazioni che erano come nulla innanzi all’eterno Vivente; essi si prostravano in quest’umile riconoscimento innanzi a Lui, e gettavano le loro corone innanzi a Lui per riconoscerne la sovranità, dicendo: «Tu sei degno, o Signore Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu creasti tutte le cose, e per tua volontà ebbero l’essere e furono create» (Ap 4,11).

 

Per la nostra vita spirituale

Tutta questa scena stupenda parli anche al nostro cuore e ci dica che Dio solo è degno di gloria, di onore e di potenza, e che Egli solo dev’essere glorificato in ogni attività della nostra vita. Il vero fondamento della rinnovazione delle nostre anime in Lui sta proprio in questo, nel riguardarlo sul trono della sua gloria, e nell’adorarlo profondamente amandolo sopra tutte le cose. Dio solo stia in cima ai nostri pensieri e alla nostra vita, Dio solo regni nella società, nelle scienze, nelle arti, nelle famiglie, nei cuori, poiché Egli ha fatto tutto per la sua gloria, e, glorificandolo, noi partecipiamo ai beni, alle grazie ed alle misericordie che Egli effonde sulle sue creature.

Egli è infinitamente beato in Sé, non ha bisogno alcuno di noi, ma vuol sedere sul suo trono di gloria e regnare per continuare in noi la diffusione di quella bontà per la quale ci creò. Spezziamo, dunque, le turpi catene del peccato e dell’apostasia, eleviamogli un trono nel cuore, cediamogli le nostre attività e le nostre potenze [...].

O stolti, o stolti che siamo, quando, assetati d’infinito, drizziamo i nostri passi verso le inquinate fonti della nostra stessa miseria, affondando e soffocandoci nel nostro putrido fango!

O empi, o ingrati che siamo, quando eleviamo un trono alle creature e le idolatriamo, facendoci disseccare dalla loro fiamma!

O dissennati, o pazzi che siamo, quando sperperiamo le forze della vita nel raccogliere i cocci della valle, noi che possiamo raccogliere le gemme del Cielo!

Perché, perché l’umanità ha terrore di diventare pia, religiosa, santa, e fa di tutto per ammantarsi dell’obbrobrio del mondo? Perché teme intristirsi nell’amore divino, essa che si subissa in quel­l’u­ma­no? Perché, ricca di tanti beni superiori, s’impoverisce miseramente con i cenci della terra, e percorre nell’infelicità il suo cammino morta­le? Potrebbe andare verso la morte come sposa e ci va come condan­nata, potrebbe portare la croce come un vessillo e la porta come un ludibrio, potrebbe vivere nell’ineffabile gioia della pace interiore e si angustia in una lotta continua che la consuma, flagellata dal­l’a­mo­re medesimo di Dio che la castiga perché l’ama!

Risorgiamo! La nostra salvezza non sta nel cercare vani lenimenti alle nostre piaghe ma nel rinnovare il nostro sangue, per così di­re, nel rinnovare in Dio solo la nostra vita. Gettiamo ai suoi piedi le nostre corone, ossia dedichiamogli tutte le nostre potenze e le nostre attività, riconoscendolo come nostro Creatore e comportandoci con Lui come creature. Preghiamo, preghiamo e nutriamo l’anima no­stra di Dio parlando con Dio e ascoltando la sua voce.

Anche per noi è aperta una porta nel Cielo, la porta della divina mi­­sericordia, anche a noi si fa sentire la voce dell’Amore che grida: «Sali quassù, e ti mostrerò ciò che deve accadere dopo queste cose». Do­po l’esilio viene la Patria, dopo la croce viene la vita, dopo il dolore viene la gloria, dopo l’oscurità della fede ci si manifesta la fulgida realtà di Dio, e ci troveremo anche noi innanzi al suo trono, per re­gnare con Lui e per lodarlo in eterno.

Dio solo! Dobbiamo smettere la nostra vita laica che praticamente è vita atea, perché non sa capire che Dio deve vivificare tutte le nostre attività. Non senza una profonda ragione il Signore premette, alle grandi visioni che annunciano i combattimenti della Chiesa e il suo trionfo, la visione del suo trono e della sua gloria; il riconosci­men­to della sua maestà, della sua santità, e della sua magnificenza; è questo il fondamento della rinnovazione dell’umanità apostata da Lui, del­l’u­ma­nità smarrita nella ricerca della propria gloria e dei propri interessi.

L’umanità non si salva con le chiacchiere, si salva col divino amore; deve mettere le ali e deve aprire gli occhi, gridando al Signore nel­l’impeto dell’amore: «Santo, santo, santo il Signore Dio onnipotente che era, che è e che sta per venire». 

 

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