RELIGIONE
Ciò che i nostri padri ci hanno narrato
dal Numero 12 del 21 marzo 2021
di Paolo Risso

Il popolo eletto, a ogni generazione, riceveva dai propri padri il racconto di quanto Dio aveva operato per la loro salvezza. L’avvento dell’era cristiana non ha cambiato questa modalità fondamentale: ogni padre ha la grande responsabilità di trasmettere ai figli e ai nipoti l’inalterabile tesoro della fede cristiana.

Quando ero ragazzo di scuola media, mi capitava molte volte di sentire delle discussioni tra il nonno, cattolico, e un suo coetaneo comunista ateo. Alle obiezioni stolte di quel senza-Dio, il nonno rispondeva, con l’umiltà della sua terza elementare, con argomenti validi, che poi si concludevano pressoché sempre così: «Noi cattolici facciamo e crediamo come ci hanno insegnato i nostri genitori, i nostri padri, i quali ci volevano bene e non possono averci ingannati».

Io, 13-14enne, stavo dalla parte del nonno, e non sopportavo quell’uomo che diceva, vantandosene, di non credere in nulla, ed era favorevole a divorzio, “libero amore” e persino all’aborto e a chiudere le chiese con quel che segue.

Tra me, però, dissentivo dal nonno che affermava di “voler fare come i nostri padri”, soprattutto quando si trattava di fede e di morale, per il fatto che per me la fede doveva essere una conquista personale, suffragata da forti argomenti apologetici, che rendano la fede “ossequio ragionevole” a Dio, come risposta della mente e della volontà, di tutta la persona a Lui.

“Di padre in figlio”

Pochi anni dopo, ventenne, “istigato” dal parroco, presi a pregare con il breviario romano, in una edizione ridotta per i laici, ma che conteneva gran parte del salterio. Fui colpito, tra le altre cose, dall’inizio del salmo 43: «Deus, auribus nostris audivimus: patres nostri narraverunt nobis opus quod operatus es in diebus antiquis» (O Dio, lo abbiamo ascoltato con le nostre orecchie: i nostri padri ci hanno narrato l’opera che hai compiuto nei giorni antichi).

Allo stesso modo fui toccato profondamente dal salmo 77: «Quanta audivimus et cognovimus ea et patres nostri narraverunt nobis, non sunt occultata a filiis eorum, in generatione altera, narrantes laudes Domini et virtutes eius et mirabilia eius quae fecit» (Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore).

Fu per me una folgorazione: il popolo eletto, a ogni generazione, riceveva dai propri padri la narrazione dell’Opera della salvezza: la chiamata dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, soprattutto la chiamata di Mosè e la liberazione dall’Egitto, la loro costituzione da schiavi in popolo dell’alleanza, il dono a loro della terra, la fede nel Dio unico, la promessa e l’attesa del Messia, in una parola, la fede di Israele che ne faceva una cosa unica in mezzo alle genti pagane.

Era ed è la Tradizione ebraica trasmessa di padre in figlio, ribadita ogni sabato nella sinagoga, a ogni festa religiosa, in primo luogo nella Pasqua, solennità centrale dell’anno. Il sacerdozio ebraico, il popolo stesso era custode integro di questa Tradizione e la passava, la trasmetteva, come un “passaparola” di padre in figlio. Così che ogni pio israelita poteva dire come il mio nonno: “Crediamo e facciamo come i nostri padri ci hanno insegnato”.

Anzi, questo era l’argomento fondamentale e fondante per credere e distinguersi da qualsiasi altra gente (pagana).

“Andate e insegnate”

Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, Maestro della dottrina somma, offerto in sacrificio di espiazione del peccato per la salvezza dell’umanità, risorto il terzo giorno e glorificato dal Padre, ha affidato la sua opera della Redenzione, con dottrina, sacramenti e liturgia, ai suoi Apostoli, e per mezzo di loro e dei loro successori (il papa e i vescovi) a ogni generazione della storia.

I Pastori hanno il compito di custodire intatta questa consegna, questo “depositum fidei” (= deposito della Fede), ma anche i genitori, gli educatori, ogni credente, ogni seguace di Gesù Cristo ha il compito di questo “passa-parola” di padre in figlio.

È l’argomento principale che fonda la nostra Fede cattolica: «Quod patres nostri narraverunt nobis» (“Ciò che i nostri padri ci hanno raccontato, noi lo trasmetteremo ai nostri figli”) (Sal 43,77). «Quello che abbiamo veduto e udito [= Gesù Cristo], noi lo annunziamo a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è con il Padre e il Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3). Così scrive l’apostolo san Giovanni, testimone di prima mano, oculare e auricolare, dell’opera di Gesù, essendo il suo prediletto tra i prediletti, i Dodici.

Nasce così e cresce e si sviluppa restando sempre identica a se stessa (“semper eadem”, “firmiter stat”), la Tradizione cattolica, secondo l’aurea definizione di san Vincenzo di Lerino nel suo Comonitorium: «Quod semper, ubique et ab omni omnibus, creditum est... haec esta Fides Catholica» (Ciò che sempre, dovunque e da tutti è stato creduto... questa è la Fede cattolica).

I nostri vecchi – il mio nonno con la sua terza elementare – l’avevano capito e, pur non essendo tutti santi, vivevano di questa Tradizione che in 20 secoli, circa 80 generazioni, ci rannoda a Cristo e alla Chiesa Cattolica.

Poi da circa 60 anni, si è voluto “aggiornare” e... siamo finiti nelle tenebre della confusione. Si è cercato “l’aria fresca” ed è arrivato il vento infido e gelido dell’inverno. Occorre tornare alla Tradizione cattolica. So di anime, anche giovanili, che si sono messe su questa via.

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