RELIGIONE
“Sarà chiamato Nazareno”. Il senso di questa profezia
dal Numero 5 del 31 gennaio 2021
di Paolo Risso

Con questo nome sarà conosciuto, condannato, e lungo i secoli amato e odiato: Gesù il Nazareno, Gesù di Nazareth. Scopriamo come il nome del più umile e famoso villaggio del mondo si annoda con la persona del Messia preannunciato dai profeti.

Quando muore Erode (detto il Grande, più giusto sarebbe chiamarlo il Sanguinario), che con la strage dei bambini innocenti di Betlemme ha attentato alla vita di Gesù bambino, a Giuseppe, fuggito con la sposa Maria e il piccolo Gesù in Egitto, appare un angelo che gli ordina di tornare nel paese di Israele. Scrive l’evangelista Matteo: «Quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, [Giuseppe ] ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: “Sarà chiamato Nazareno”» (Mt 2,22-23).

“Il germoglio”

In una parola, Giuseppe conduce la sua Famiglia a Nazareth, dove Maria sua sposa verginale aveva ricevuto l’annuncio divino dell’Incarnazione del Figlio di Dio (cf. Lc 1,26-38) e da dove erano partiti per farsi iscrivere al censimento ordinato da Ottaviano Augusto nella sua città di origine, Betlemme (cf. Lc 2,1-5). Erano quindi tornati a casa, dopo la lunga peripezia in Egitto.

Ma dove Gesù è profetizzato “il Nazareno”? Quale dei profeti, prima che Egli nasca, lo chiama così?
Apparentemente nessuno, stando alle nostre traduzioni dell’Antico Testamento, ma occorre risalire al testo originale dei profeti e tutto si fa chiaro, anzi bellissimo. La storia stessa di Israele ce lo conferma. Il nome ebraico “Nazareth” ha la stessa radice verbale “naszar”, che significa “germoglio”, e questa parola cominciamo a trovarla in Isaia, capitolo 11, versetto 1: «Un germoglio [= naszar] spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici, su di Lui si poserà lo Spirito del Signore». Innumerevoli sono i passi di Isaia in cui Gesù è profetizzato come “il germoglio” di Davide, il più bel “fiore” della sua stirpe: in ebraico, sempre come “il naszar” di Dio e del suo popolo, il più vigoroso germoglio, il più bel fiore. «Il germoglio del Signore crescerà» (Is 4,2); «una cosa nuova proprio ora mette germoglio» (Is 43,19); «è cresciuto come un virgulto davanti a lui» (Is 5,2). E abbiamo citato solo alcuni. Il “germoglio”, il “virgulto”, il “fiore”, come traduce qualcuno, è Gesù, il “naszar” è proprio Lui.

Naszar” è la stessa radice di Nazareth, paese mai citato dall’Antico Testamento, il paese da cui mai sarebbe venuto qualcosa di buono (cf. Gv 1,46). Anche Nazareth vuol dire dunque “germoglio”. Perché? Cosa c’entra?

Appunti di storia

Così Gesù, come profetizzò Isaia e come Matteo riporta all’inizio del suo Vangelo – scritto in origine in ebraico per una comunità cristiana proveniente dall’ebraismo, prestissimo tradotto in greco –, ancora oggi è conosciuto come “il Nazareno”. I suoi primissimi seguaci, all’inizio, furono chiamati nazareni, prima di essere chiamati cristiani, cioè “di Cristo” (cf. At 11,26).

Con questo nome, Gesù sarà chiamato, sarà conosciuto nei secoli, amato e odiato: Gesù di Nazareth, Gesù il Nazareno. Così l’ha chiamato Isaia (cf. Is 11,1) 700 anni prima che Lui nascesse: era il tempo di re Acaz, un violento, quando Isaia cominciò la sua missione. Poi venne re Ezechia, pio sovrano, e Isaia continuò a profetizzare. Gli seguì l’empio re Manasse, cui egli dava fastidio, e Isaia finì come molti dei profeti: martire per la Verità e la Giustizia, in fondo martire per il Messia venturo. Ma Isaia, come e più di Mosè, ha scritto di Gesù così bene, per ispirazione di Dio, da essere ritenuto il primo “evangelista” ante litteram e “il Dante dei profeti”.

Si era attorno al 700 a.C. In quel secolo, in quegli anni, su sette colli attorno alla foce del Tevere, nel centro della più bella terra del mondo, l’Italia, Romolo e Remo fondavano Roma, la “Città della Lupa”, dove Gesù, l’Agnello immolato e risorto, avrebbe posto la capitale della sua Chiesa, realizzando, per la loro parte, la profezia di Isaia riguardo al “Germoglio” (naszar), che sarà pure “il Servo di Dio” sofferente e vittorioso, anche sul grande imperatore romano. Fin dall’inizio del mondo, Dio era venuto preparando la storia umile e grande, in vista del Protagonista, Gesù di Nazareth, Gesù il Nazareno.

Ma ci domandiamo: che c’entra Nazareth, la piccola Nazareth con il “Germoglio”? Ecco come il neotestamentarista Casten Peter Thiéde ricostruisce la storia. Da Thiéde noi annotiamo solo brevi appunti, rimandando ai suoi libri.

Ogni famiglia non viene dal nulla, ma possiede una genealogia, meglio un’ascendenza che risale per i figli di Israele fino al capostipite, il padre Abramo, quindi fino a Dio. In questa “catena” di generazioni, la famiglia di Gesù discendeva dal re Davide, anche se ora si guadagnava il pane con il sudore della fronte e il lavoro delle mani.

Nazareth era un piccolo borgo. La Sacra Scrittura, meglio l’Antico Testamento, non cita mai il suo nome. Eppure ha una storia incantevole. Nell’età antica, molto antica, fino a circa 750 anni prima di Gesù, al suo posto c’era un villaggio di cui non sappiamo il nome. Quando il re assiro Tiglat-Pileser III, in quel tempo, invase e depredò la Galilea, quel villaggio fu abbandonato e cessò di esistere. La Galilea diventò pagana.

Proprio in quegli anni, come s’è già detto, il profeta Isaia vaticinò che sulla terra di Zabulon e di Neftali – la Galilea appunto – in futuro si sarebbe manifestata la luce del Messia in mezzo a un popolo che camminava nelle tenebre. Con Gesù arriva il tempo di questa manifestazione (cf. Is 1-2; Mt 4,13-16).

Dopo l’editto del re persiano Ciro (538 a.C.), che conosceva il testo di Isaia su di lui (cf. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XI, 1, 2), gran parte del popolo ebraico deportato a Babilonia tornò nella sua terra. Altri gruppi rimasero in Mesopotamia e ritornarono in seguito, “alla spicciolata”, un po’ per volta.

Circa 170 anni prima di Gesù, al tempo dei Maccabei, un clan di discendenti di Davide, di ritorno dall’esilio babilonese, ripopolò quella collina dove c’era l’antico villaggio abbandonato da secoli. Anch’essi dunque erano dei “germogli” (dei naszar) di re Davide e pertanto chiamarono Nazareth il borgo che rifondarono.

A Nazareth erano pressoché tutti “davidici” e tra loro – nazarei o nazareni – erano in gran parte quasi una sola grande famiglia patriarcale. Ma Gesù di questa famiglia era il Germoglio, il Virgulto più illustre, “il Virgulto per eccellenza”, il “Virgulto unico” (naszar). Dunque “Gesù sarà chiamato Nazareno”. Sì Gesù, il “rabbi di Nazareth”, “Gesù il Nazareno”.

“Il suo Regno non avrà fine”

Gesù è il Nazareno, il più illustre discendente di Davide, il Principe davidico più eccelso. Gesù è il Germoglio, l’erede della stirpe regale di Davide, il Re d’Israele. Chi lo riconosceva lo invocava “Figlio di Davide”, dunque il Messia tanto atteso e ormai giunto. Ma chi lo odiava, come “il clero” del Tempio con il suo sinedrio, si irritava al massimo a sentire chi lo chiamava così.

Già l’aveva detto Gabriele, l’Angelo dell’Annuncio a Maria, di Lui: «Sarà grande e chiamato – perché lo è – il Figlio dell’Altissimo, Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo Regno non avrà fine» (Lc 1,32).

E sarà scritto sul suo capo coronato di spine, di Lui inchiodato alla croce: «Gesù, il Nazareno, il Re dei Giudei». Lo scriverà Pilato, il proconsole di Tiberio l’imperatore di Roma, la città della Lupa, che pure sarà conquistata dall’Agnello di Dio. Pilato, a chi voleva fargli cambiare iscrizione, risponderà stizzito: «Ciò che ho scritto, ho scritto» (Gv 19,22). Sarà scritto in ebraico, greco e latino, così che gli uomini dell’ecumene, di ogni lingua, comprendano che Gesù è il Re del mondo.
Lui, il Nazareno, è il Salvatore di chi lo segue, ma guai a chi lo tocca, chi lo sfida, chi lo contrasta e lo combatte, ché dovrà riconoscere con la faccia nella polvere, come Giuliano l’Apostata: “Galileo, Nazareno, hai vinto!”. 


* Per approfondire: N. Bux, Gesù il Salvatore, Cantagalli, Siena 2009.

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