RELIGIONE
Pregare, ovvero ristabilire l’ordine
dal Numero 4 del 24 gennaio 2021
di Claudio Circelli

Se la vita oggi impone ritmi e distrazioni che ostacolano la vita interiore, dobbiamo moltiplicare l’impegno per difendere nella nostra giornata il momento della preghiera, fonte di pace e di ordine, sia a livello personale che sociale.

La preghiera è l’unica chiave di volta della nostra epoca ormai sospinta sull’orlo dell’abisso. Il 2021 si apre con uno squarcio cupo da cui intravediamo un orizzonte minacciato da nubi scure. Le fondamentali certezze del nostro vivere quotidiano vacillano. Il ricorso alla preghiera dovrebbe essere, dunque, naturale, dovrebbe costituire il pensiero fisso della nostra giornata, come lo è la guarigione per l’ammalato.

Eppure quanti ostacoli troviamo nel pregare; distrazioni esterne ed interne. Ci sono quelle che la società cosiddetta laica ci propone, e spesso quasi impone, e ci sono quelle che nascono dal nostro cuore, quelle che ci portiamo dentro e che dobbiamo eliminare combattendole.

La preghiera è come uno strappo da tutto ciò che ci allontana da Dio. Curare la preghiera significa prendersi cura di se stessi; significa ritrovare l’armonia dell’essere, piuttosto scompaginato da una vita che spesso non si misura con il termometro della grazia di Dio, ma con quello del nostro egoismo e, pertanto, porta dentro di noi il disordine. Si tratta di un disordine che alla fine paghiamo, poiché ricade su di noi, coinvolge la nostra anima.

Ci siamo mai chiesti perché spesso non siamo felici, perché ci annoiamo, o perché la vita a volte ci sembra pesante? Perché dentro di noi c’è il disordine! Manca l’armonia della grazia che riporta l’ordine.

E allora, come recuperarlo? Proprio con la preghiera, una volta che si è senza peccato mortale sulla coscienza.

Quando si dice disordine, non bisogna pensare a chissà quali cose. I maestri spirituali insegnano che c’è disordine anche quando opponiamo un nostro gusto, un nostro sentimento, una nostra inclinazione all’ispirazione mossa dalla divina Volontà, che si concretizza nell’indicarci la priorità di un’azione diversa da quella che stiamo per compiere.

Curare la preghiera non è solo recuperare la pace interiore, con l’intervento della grazia di Dio che agisce in noi; essa sortisce anche un altro effetto: cura ciò che è intorno a noi; a cominciare dal prossimo fino al più distale. Ma, allora, se la preghiera può cambiare la società può cambiare il mondo. Tutto ciò i demoni lo sanno meglio di noi, e in questo credono più di noi. È per questo che il principe di questo mondo s’industria tanto per offrire distrazioni di ogni tipo al genere umano, affinché sia allontanato sempre più considerevolmente dal pensiero di Dio. Si tratta di una strategia di lotta sottile. Quando non si vuole affrontare l’avversario in uno scontro frontale, si cerca di indebolire i capisaldi su cui poggia. In tal modo, distogliere la mente da Dio che dovrebbe essere, se non l’unico, almeno il principale dei nostri pensieri, consente di ottenere lo stesso scopo desiderato.

L’unico modo per ristabilire l’ordine sociale è: riconoscere a Dio la sua regalità sul mondo e sugli uomini. È, in altri termini, riconoscergli il primo posto nella nostra vita. 

Sfatiamo i luoghi comuni. La più alta forma di preghiera devozionale è quella del Santo Rosario. Non di rado possiamo incontrare chi provi un certo fastidio ad annoverarla tra le forme di preghiera da accogliere con favore. Generalmente si giudica una preghiera cantilenata, oppure ripetitiva, o c’è chi addirittura la ritiene inutile. Tali considerazioni possono comprendersi se fatte da persone che vivono una forma di vita non conforme agli insegnamenti evangelici e alla Tradizione della Chiesa. Purtroppo non di rado sono convinzioni radicate anche tra fedeli cattolici con una formazione non proprio corretta.

Cosa dire? Cominciamo dall’ultima accusa. Pensare ad una vita cristiana tutta attivismo e solidarietà è un gravissimo errore. Madre Teresa di Calcutta diceva che per sostenere tutto l’apostolato che le sue suore svolgevano tra i poveri di Calcutta, avevano bisogno almeno di sei ore di preghiera al giorno. Ciò proprio per evidenziare la necessità di sorreggere la loro azione caritativa, con l’azione soprannaturale della grazia.

Chi invece vorrebbe abolire il Rosario perché a volte potrebbe scivolare in una forma di recita senza che ad essa corrisponda una tensione interiore unitiva a Gesù e Maria, sbaglia. Infatti, anche se, in qualche caso, la preghiera non è recitata bene, è sempre un atto buono poiché l’ha richiesta l’Immacolata. Ora, poiché la richiesta viene da Lei, dovrebbe essere di per sé bastevole a giustificare la recita di questa amatissima preghiera, senz’altro aggiungere.

Ovviamente bisogna sempre educare ad una recita consapevole, attiva e, soprattutto, unitiva con Colei che è il vertice dell’amore della creazione che torna a Dio, come diceva san Massimiliano M. Kolbe.

Allora, in questo nuovo anno appena cominciato, impegniamoci nella recita del Rosario a profusione, mettendo tutto l’impegno che possiamo per recitarlo in modo attivo, ben sapendo che, quantunque dovessimo accompagnarlo con un altro ufficio o servizio, come nel caso di una casalinga, offerto per amore alla Madonna non è mai improduttivo.

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