RELIGIONE
I Dottori di Gesù Bambino
dal Numero 49 del 27 dicembre 2020
di Carlo Codega

Sapevano rispondere a tutti, e parlare di tutti i misteri della Fede, ma rimanevano muti, dinanzi a un bambino...

Tra le innumerevoli schiere di santi che popolano il Paradiso celeste, la Chiesa ha sempre provato a mettere un po’ di ordine, per far comprendere ai fedeli come anche in questa “mistica rosa” – per dirla alla dantesca – esistano distinzioni e gradi, in quanto il premio – la visione di Dio – è sì uguale per tutti, ma non tutti ne partecipano allo stesso modo. Non si parla però solo di un grado diverso di gloria, ma anche di alcuni particolari titoli di merito che determinano le cosiddette “aureole”, glorie accidentali che qualificano l’anima santa secondo una certa benemerenza acquisita in vita. Accanto all’aureola del martirio, si è soliti riconoscere un’aureola di “dottore”, per coloro che in vita hanno dato prova di essere particolarmente dotati di scienza e sapienza sublimi e, pertanto, ora meritano di essere riconosciuti tra gli altri con una luminosità particolare, la luminosità della sapienza, ovvero del dono più eccelso che permette di gustare con ampiezza maggiore il banchetto dei misteri divini allestito in Paradiso.

La Chiesa stessa poi, qui sulla terra, riconosce il titolo di dottore per qualificare tra i santi coloro che con scritti o prediche hanno fatto rilucere in loro con particolare preponderanza il volto di Cristo-Maestro, sia nella ricerca e nella meditazione teologica, sia nell’esposizione dei principi della vita spirituale e di quella morale. Con questa proclamazione la Chiesa – che fino ad ora ha insignito 36 santi del titolo di Dottore – afferma da una parte l’assoluta affidabilità e l’assenza di errori nei loro scritti, e dall’altra parte la particolare luminosità di questi, capaci di cogliere punti della dottrina cattolica prima di allora rimasti in ombra, e di intuire verità nascoste. Sant’Agostino, sant’Anselmo d’Aosta, san Giovanni della Croce hanno esposto la Fede cattolica e le sue conseguenze morali e spirituali con un uso rigoroso della razionalità e, al contempo, con unzione spirituale, che illumina le menti ed eccita i cuori, per condurre i fedeli alla santità con più efficacia e sicurezza. Tanti di questi Dottori poi – san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio sopra tutti – hanno veramente trattato qualsiasi questione teologica, arrivando a redigere completi trattati di teologia – Summae come avrebbero detto i medievali – nei quali non si sa se stupirsi di più dell’estensione della materia trattata o dell’elevatezza della capacità riflessiva, del rigore nell’uso delle fonti o della competenza su ogni soggetto trattato.

Tuttavia, ciò che ancor più può stupire è che queste grandi menti che sapevano indagare sul mistero insondabile della Santissima Trinità e su quello dell’unione dell’umanità con la divinità in Cristo; questi studiosi che potevano discutere con passione e rigore intellettuale di comunicazione degli idiomi e di circuminsessione, di atti teandrici e di predestinazione; queste sapienze che si estasiavano davanti al mistero dell’elevazione in grazia dell’anima e davanti alla predestinazione assoluta della Vergine Maria, rimanevano mute. Stupefacente è che queste menti, questi studiosi e queste sapienze capaci di discutere con tutti e su tutto, tante volte con parole risolutive, si ammutolivano di fronte a un bambino e rimanevano smarriti di fronte alla mangiatoia di Betlemme, perché lì vedevano in tutta la chiarezza il mistero del Dio fattosi bambino, della seconda Persona della Santissima Trinità venuta a giacere sulla paglia. E di fronte alla sublime umiltà e alla sublimità umile di Gesù Bambino anche i grandi Dottori non potevano che tacere e contemplare.

San Bernardo: la parola breve del Verbo “abbreviato”

Tutti i cattolici, almeno una volta nella vita, si sono accostati allo stile pieno di delicato trasporto e santo entusiasmo con il quale san Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), religioso cistercense, era solito parlare di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua Santissima Madre. Non tutti sanno però cosa ci sia alla base del dono straordinario e ineguagliato di quell’eloquenza fluente e dolce, per la quale l’abate di Clairvaux divenne famoso presso i posteri come Doctor mellifluus, il Dottore mellifluo, dato che solo la dolcezza del miele poteva competere con quella del suo eloquio. Non molti sanno infatti che, ancora prima della sua famosa entrata nel monastero di Citeaux, il nobile fanciullo borgognone una notte di Natale, mentre aspettava che le campane chiamassero i fedeli alla Messa di mezzanotte, si assopì ed ebbe una visione che cambiò l’intera sua vita. In quell’istante infatti – in sogno o in visione – la poetica scena della Natività di Betlemme si palesò ai suoi occhi in maniera così viva, da imprimersi definitivamente e con efficacia singolare nella sua mente. In particolar modo lo colpì la bellezza indescrivibile del bambinello Gesù, una bellezza di cui la sua anima si innamorò in maniera tale da non potersi più distaccare da Lui per tutta la vita.

Se questo episodio ben spiega l’amore per l’uomo-Dio e per la sua Santissima Madre, va detto però che fu un altro episodio miracoloso a determinare la dote singolare della dolcezza melliflua nel predicare, nello scrivere e, in generale, nel parlare del Verbo Incarnato. Mentre un giorno pregava davanti a una statua della Madonna, san Bernardo – alle prese con gli eretici catari – chiedeva con fervore un aiuto per predicare con efficacia e operare la conversione di questi poveri infelici. Per questo intervallava spesso le sue petizioni con la pia giaculatoria “Monstra te esse matrem” (Mostra che sei madre!). Ma proprio quando per l’ennesima volta pronunciava questa pia supplica, la statua della Madonna si animò: la Vergine Maria, allungando lo stupendo Bambino che aveva in braccio verso il Santo, gli domandò se avrebbe potuto tenerlo per qualche istante. San Bernardo, con evidente trasporto, accettò l’irrefutabile proposta, se non che qualcosa di ancora più straordinario accadde: la Madonna dal suo seno lasciò cadere alcune gocce di latte, che si posarono proprio sulle labbra del monaco cistercense. Da quel momento la sua lingua – e di conseguenza la sua penna – furono caratterizzate da quella dolcezza, la cui straordinarietà e i cui effetti di grazia ne mostravano chiaramente l’origine celeste… era la Vergine Maria, con il suo latte celeste, ad aver concesso un dono tanto prezioso.

Non a caso peraltro tale dono diventava particolarmente sensibile e percepibile, proprio quando si trattava di predicare sulla Vergine Maria o sul Bambin Gesù, come dimostrano le sue prediche sull’Avvento e sul Natale, tra le più belle della sua produzione. «Abbiamo udito un annuncio pieno di grazia, degno di essere accolto; Gesù Cristo, Figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda. La mia anima si è sciolta a queste parole, il mio spirito arde nelle mie viscere […]. Gesù Salvatore: che cosa c’è di così necessario a chi è perduto, di così desiderabile per i miseri, di così utile per i disperati?» (Sermone VI).

Bastava anche solo l’annuncio del Natale e della venuta del Redentore, per accendere in lui la fiamma dell’amore: «Gesù Cristo figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda. Chi ha il cuore così di pietra che la sua anima non si sciolga a questa parola? Cosa poteva essere annunziato di più dolce? Che cosa poteva esserci affidato di più piacevole? Si è mai udita una cosa come questa, o qualche volta il mondo ha ricevuto qualcosa di simile? Gesù Cristo, figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda. O parola breve del Verbo abbreviato [cioè incarnato, n.d.a.], e tuttavia piena di celeste soavità!» (Sermone I). E pertanto invita l’umanità all’attesa speranzosa e alla lode: «Voi che giacete nella polvere, svegliatevi e lodate, poiché viene il medico per i malati, il redentore per coloro che sono in schiavitù la via per coloro che si erano perduti, la vita per i morti. Viene colui che getterà nel profondo del mare tutti i nostri peccati, che risanerà tutte le nostre malattie, che sulle sue spalle ci riporterà all’origine della nostra dignità. Grande è questa potenza, ma più meravigliosa la misericordia» (Sermone 3). E d’altronde si domanda: «Potremo mai essere abbastanza stupefatti? Con Gesù è la Salvezza a venirci incontro» (Discorsi).
Nonostante la proverbiale dolcezza e facondia del suo parlare, davanti al Verbo incarnato nessun verbo diveniva possibile… meglio tacere, adorare e preparare il proprio cuore a modo di «stalla di Betlemme».

San Tommaso d’Aquino: l’umanità di Cristo è la nostra felicità

Il genio teologico di san Tommaso (1225-1274) si esprime soprattutto nella sua capacità di analisi dettagliata di tutti gli argomenti e le materie teologiche, e al contempo nel singolare talento sintetico, capace di riannodare tutti i fili e costruire un sistema unitario. In tale sistema teologico è chiaro che il ruolo del tutto primario lo ha l’Incarnazione del Verbo: la seconda Persona della Santissima Trinità entra nella storia, prendendo la carne dalla Vergine Maria, e, essendo vero Dio e al contempo vero uomo, può attuare un’efficace mediazione tra la divinità e l’umanità. Lasciando il mondo però Gesù attua la promessa di rimanere sempre con gli uomini, in tante e tali maniere che solo Dio avrebbe potuto escogitare: rimane presente nell’Eucaristia, ma anche nella Chiesa, in tutti i fedeli ma specialmente nei sacerdoti. La Chiesa infatti è il Corpo mistico di Cristo, quasi un suo prolungamento nel tempo e nello spazio, e – secondo la singolare intuizione di san Tommaso – i Sacramenti costituiscono un’estensione dell’attività di Gesù, che tramite questi continua a raggiungere gli uomini con la sua potenza sanatrice e santificatrice. Per questo san Tommaso profuse la sua attenzione teologica e la sua stessa amorosa devozione soprattutto verso il sacramento dell’Eucaristia, davanti al quale veramente ogni cristiano potrebbe esclamare: «Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7). Tuttavia l’attenzione all’Eucaristia non gli fece perdere di vista l’importanza dell’Incarnazione del Verbo, davanti alla quale anzi il Dottore Angelico (come viene chiamato san Tommaso) si lascia andare ad una delle poche frasi “appassionate” della Summa, solitamente piuttosto compassata: «L’umanità di Cristo è la nostra felicità», in quanto gli uomini sono ricondotti alla felicità del Paradiso solo tramite la mediazione di Gesù, fattosi uomo – anzi bambino – per la nostra salvezza.

Certamente anche davanti al Bambinello san Tommaso preferisce soffermarsi sul miracolo enorme della Sapienza divina venuta ad abitare sulla terra: «Cristo ha assunto una natura umana integra: secondo la carne è nato bambino, ma non secondo l’anima, poiché fin dal suo concepimento la sua beatissima anima era congiunta a Dio e piena di ogni grazia e verità». Ciò che impressiona san Tommaso non sono i dettagli dell’abbassamento di Cristo, ma quell’insieme di grandezza e umiltà che al contempo testimonia l’umanità e la divinità del Verbo Incarnato. Un’umanità che non teme di scegliere i particolari umilianti e abietti – fino a «nascere in una città ignobile, Betlemme, e morire in una nobile, Gerusalemme» – e, al contempo, una divinità che manifesta tutta la sua sovranità e trascendenza, decidendo spontaneamente dove e quando nascere, a chi manifestarsi e come far pervenire il messaggio della sua nascita tramite la stella e i Magi. Dalla sua umile culla Gesù Bambino, nonostante le apparenze esterne, regna su tutto il cosmo e la venuta dei Magi lo dimostra.

San Giovanni della Croce: in Dio il pianto dell’uomo

Il doctor mysticus, san Giovanni della Croce (1542-1591), è colui a cui va ascritto il merito di aver aperto all’intera Chiesa universale i tesori della mistica e dell’esperienza sperimentale di Dio, espressa in termini teologicamente ineccepibili e letterariamente elevati, quando non in vera e propria poesia. Il Dottore che ha indicato – senza pietà alcuna per le mediocrità e gli attaccamenti terreni – a tutti i cristiani la via del “nada, nada, nada”, cioè della mortificazione universale dei desideri carnali e spirituali, non ha però certo dimenticato che tutta la nostra elevazione spirituale dipende da e procede attraverso Cristo: «Non si progredisce se non con l’imitare Cristo..., nessuno viene al Padre, se non per Lui» (Salita al Monte Carmelo). Imitare il Cristo orante e il Cristo sofferente, il Cristo crocifisso e il Cristo in estasi… questo certo fa parte delle vette della spiritualità cristiana, ed è perfettamente coerente con l’erto cammino indicato dal Santo spagnolo.

A confronto con questa serietà spirituale potrebbe suonare fuori luogo e quasi fanciullesco – ai limiti del giullaresco – pensare che la spiritualità carmelitana esposta da san Giovanni della Croce sia anche una spiritualità “natalizia”. La storia dell’Ordine carmelitano in realtà dimostra proprio il contrario, in quanto il riferimento natalizio non è solo genericamente all’Incarnazione del Verbo, ma direttamente a Gesù Bambino. Nel periodo trascorso nel convento di Granada san Giovanni della Croce – a imitazione di santa Teresa di Gesù – amava appassionatamente una piccola statua di Gesù Bambino, di cui spesso parlava alle suore carmelitane. Una di esse ricorda che un giorno, mentre stava in parlatorio dinanzi a lei, il Santo, lanciato uno sguardo verso questa statuetta, fu rapito in estasi e, cominciando a danzare con Gesù Bambino in braccio, improvvisò una piccola poesia sull’aria di una canzoncina popolare: «Mio dolce e tenero Gesù, se l’amore mi deve uccidere questa è l’ora giusta».

Non si limitava poi a mantenere per sé questo amore sfrenato per Gesù Bambino e anzi – come ricordano i confratelli nel convento di Granada e in quello di Baeza – giunta la vigilia di Natale diveniva irrefrenabile nella sua devozione verso la santa infanzia e la santa natività di Gesù, tanto da coinvolgere tutta la comunità in canti, processioni e sacre rappresentazioni. Attingendo ampiamente al patrimonio popolare spagnolo e servendosi dei versi da lui composti, particolarmente fastosa e prolungata fu la sacra rappresentazione tenuta una vigilia di Natale a Granada. Scelti due frati per le figure di Maria Santissima e san Giuseppe, i frati iniziavano una peregrinazione di stanza in stanza, cantando ad ogni porta alcuni versi con cui si chiedeva accoglienza per la santa partoriente. Davanti al diniego dell’ospitalità, ecco la processione ripartire, fino a giungere alla meta prescelta, la chiesa. Un’altra volta invece la medesima processione fu compiuta con una statua della Madonna, fino a giungere all’altare, dove li aspettava la statuina di Gesù Bambino. In ogni caso – dicono i testimoni – «le sue parole tradivano un amore sconfinato, che toccava profondamente il cuore di quanti lo ascoltavano. In tal modo egli imprimeva nelle loro anime questo mistero e al contempo un grande amore di Dio. Sembrava proprio che anche lui, come l’evangelista Giovanni, volesse annunziare loro quel che era fin dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto con i nostri occhi, che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, il Verbo della vita».

Ad ogni modo, prova inconfutabile di quanto l’amore per il sacro mistero dell’Incarnazione e della Natività del Verbo fosse al centro della sua spiritualità e come fosse sostegno e conforto nei momenti difficili, stanno le nove romanze da lui composte. Queste composizioni altamente poetiche furono infatti scritte proprio nel periodo più difficile della sua vita, ovvero quando fu rinchiuso a Toledo nel carcere conventuale con l’accusa di disobbedienza. Incarcerato e vessato dagli stessi confratelli e assediato anche da angustie spirituali, l’anima del santo Carmelitano trovò sfogo nella composizione poetica, in cui una teologia cristallina si sposa a uno stile poetico eccellente. Le sue romanze toccano i più importanti temi teologici e si concludono proprio con tre romanze sull’Incarnazione e la Natività. È in particolare in quest’ultimo che le note del Natale toccano le corde del cuore di san Giovanni della Croce, con la Vergine Maria che calamita l’attenzione del santo Poeta. Nella grotta di Betlemme infatti Ella non era solo la Madre che partoriva Gesù ma anche la Sposa che lo abbracciava, in quanto nel suo grembo l’umanità si era sposata con la divinità: «Avvinto dalla sua sposa / che tra le braccia portava / mentre la Madre piena di grazia / in un presepio l’adagiava». E mentre gli uomini cantavano di gioia, Dio piangeva nella sua fredda cuna: «Gli uomini alzavano cantici / e gli angeli melodiavano: / festeggiando il matrimonio / che tra due nature accadeva. / Però Dio, nel presepio / stava piangendo e gemeva […] e la Madre era stupita / quando lo scambio osservava: / in Dio c’era il pianto dell’uomo / e nell’uomo beatitudine, / ed a ciò sia l’uno che l’altro / non avevan l’abitudine».

San Giovanni d’Avila: l’oro dei Magi

Per quanto la città con cui si è soliti identificarlo sembrerebbe strettamente apparentarlo a un altro Dottore della Chiesa – la ben più famosa Teresa – in realtà Giovanni d’Avila (1499-1569) non fu un carmelitano e, pur sostenendo le carmelitane scalze così come gli altri Ordini religiosi nati durante la Controriforma, per tutta la vita rimase nelle milizie del clero secolare meritandosi i titoli di “apostolo dell’Andalusia”, per il suo instancabile apostolato in quelle terre. Va detto però che l’appellativo che lo rese ancor più famoso era un altro: per tutti san Giovanni d’Avila era “Il Maestro d’Avila” o ancor più “Il padre-maestro d’Avila”, come a dire che nessun altro poteva essere al pari suo omaggiato con questo titolo dottorale, accanto a cui quello più affettuoso di padre non strideva, ma si completava armonicamente. La sapienza e la scienza di san Giovanni d’Avila era innanzitutto una sapienza pratica, fatta di direzione spirituale pratica in cui elargiva illuminanti consigli, ma non escludeva anche la speculazione teologia, i commentari biblici e la produzione di scritti e catechismi.

Nato nel giorno dell’Epifania del 1499, in effetti la sua vita non fu altro che annunciare agli uomini l’amore di quel Dio che si era fatto uomo, anzi bambino, per la loro salvezza, e che con la sua bellezza poteva attrarre ogni uomo, come aveva attratto i Re Magi. Non a caso nella lettera 43 del suo epistolario, propone a una sua figlia spirituale una lettura mistica della scena della visita dei Re Magi. Il Santo invita infatti la nobildonna di cui è direttore spirituale a compiere l’ultimo sforzo per arrivare alla capanna di Betlemme: dopo averlo tanto desiderato nel corso dell’Avvento, imitando così la fatica dei Magi nel venire da Oriente, ecco che occorre a questo punto lasciarsi guidare nell’ultimo tratto dalla stella. «Altro dunque per lei non resta, se non offerirsi tutta in perpetuo sacrificio a quell’istesso Signore, che ha voluto offerirsi a lei con tanto amore per suo proprio ospite e che vada in questo imitando la fede e le offerte dei santi Magi, trovato che ebbero il Bambino, avendoli già imitati nella fatica del cercarlo».

La stella guida i santi Re Magi non a un palazzo o a una reggia, dove quei saggi di Oriente avrebbero potuto pensare che si trovava il Re dei re e il Signore dei signori, bensì a una capanna: la stella, ovvero la fede, permette ai Magi di superare gli angusti limiti della ragione e di fermarsi a quella grotta, «da cui la stella non voleva andare innanzi». «Grandissima grazia dunque fa il Signore nostro a tutti quelli ai quali fa apparire la sua stella, cioè la fede, perché cerchino Dio nascosto dentro alle fasce e nella povertà del suo nascimento, così come nel disprezzo e nella morte orribile della Croce».

Trovato d’altronde Gesù Bambino e adoratolo in spirito di fede, non manca che, al pari dei Re Magi, consegnargli i regali come espressione della propria sottomissione e del proprio amore. Già, ma quale regalo è degno della «Maestà divina nascosta dietro l’umana infanzia»? I Magi danno al Bambinello l’oro, ed è ciò segno che anche l’uomo deve dargli ciò che ha di più prezioso, ma il Santo avverte la figlia spirituale che «non s’immagini di avergli dato qualcosa, se non gli dà il suo amore. Così come nessuna cosa, senza Dio, può fare felice lei, così nessuna cosa che lei dia a Gesù, se priva del dono di se stessa, può accontentarlo». L’oro dei Magi è infatti simbolo dell’amore che l’uomo deve donare a Dio, un amore che, per essere veramente aureo, deve essere puro, privo di interessi e compromessi: «Veda di essere accorta: non offra altro che oro al piccolo Gesù, perché come un poco di oro vale più che una grande quantità di altri metalli, così un poco di amore vero è più prezioso di molto timore o di molto interesse, e di tutto ciò che può nascere da questi affetti». Ebbene sì perché la presenza del Bambinello divino nella fredda grotta di Betlemme non è altro che un perentorio invito all’amore di Dio: «Quanto più ricopre la sua maestà, tanto più manifesta la sua bontà, la quale invita poi all’amore, che considera più l’umile bassezza da Lui presa, che quella grandezza, che gli è naturale […]. Trovandosi come legato in quelle povere fasce, patendo freddo e altre miserie, e tutto perché quanto più occulta queste cose, tanto più ne scopre il suo grande amore, acciocché ancor noi tanto più l’amiamo, quanto più lo vediamo patire per conto nostro».

I Dottori della Controriforma e Gesù Bambino

Oltre ai grandi rappresentanti della mistica spagnola della Controriforma, non dobbiamo dimenticare i grandi Dottori che, ben lungi dal tenersi lontani dalla mischia, dello spirito del cattolicesimo romano proveniente dalla reazione alla rivoluzione protestante e dal Concilio di Trento fecero una missione di vita e un ideale.

Tra i Dottori della Controriforma, infatti, non possiamo dimenticare quelli che sono considerati tra i più grandi riconquistatori di quelle anime che, ingannate dalla predicazione protestante, erano cadute nell’arrogante eresia. Dottori della Chiesa, ma soprattutto dottori di anime, che tramite la sana dottrina e la carità esemplare venivano guarite dai morbi contratti con il luteranesimo e il calvinismo. Il gesuita san Pietro Canisio (1521-1597), per la grande efficacia del suo apostolato di riconversione al Cattolicesimo nei paesi tedeschi, è infatti considerato il secondo apostolo della Germania, e non da meno fu il vescovo san Francesco di Sales nella natia Savoia e nel ginevrino, nonché indirettamente verso tutta la Francia, allora attanagliata dalla protervia del calvinismo ugonotto.

Di san Pietro Canisio non va dimenticato il Catechismo – che per secoli fu il testo dell’insegnamento ufficiale nelle terre germanofone – e la apologia del culto e delle prerogative della Vergine Maria. È proprio qui che san Pietro non dimentica come, dietro le spoglie deboli e dimesse dell’infanzia, si nasconda la potenza di Dio: «Benché Cristo fosse rinchiuso nel ventre della madre, e piangesse nella culla, tuttavia quanto a potenza e capacità era perfetto. Cristo, anche da fanciullo, non mancava di grazia e di potenza, tanto da comunicarla anche a san Giovanni Battista e al vecchio Simeone. Per questo un antico inno della Chiesa canta: “Il vecchio portava il fanciullo, ma era il fanciullo a reggere il vecchio”». D’altronde egli nella sua vita si era proposto di vivere sempre con innocenza e semplicità di fanciullo, eleggendo per questo Gesù Bambino come esempio più significativo. In una lettera scritta a dei novizi gesuiti tedeschi scrisse: «È necessario che tutti coloro che appartengono alla Compagnia, e soprattutto quelli che eccellono per erudizione e ingegno, pongano davanti ai loro occhi il Bambino Gesù e si impegnino a imitare la sua pronta obbedienza e la sua sapientissima semplicità e qualora anche sapessero meglio agire, non vogliano seguire altro sentiero».

Dopo l’Ordinazione sacerdotale san Francesco di Sales (1567-1622), invece, si votò, in compagnia del cugino, a condurre missioni ad alto rischio per la loro stessa vita, nei paesi che attorniavano Annecy, quasi completamente conquistati dal calvinismo della vicina Ginevra. Sennonché dopo pochi mesi e davanti alla miseria dei risultati delle loro fatiche, il cugino si arrese e abbandonò il Santo... ma questi, dopo qualche momento di smarrimento, si pose a contemplare un quadro con Gesù Bambino in braccio alla Vergine Maria e da lì ritrovò forza e coraggio per continuare la sua missione e adempiere la sua promessa che lo condurrà a grandi successi apostolici e alla nomina episcopale. Ed è proprio ad Annecy – più precisamente nel Monastero della Visitazione da lui stesso fondato – che nel 1622, tre anni prima della morte, una vicenda particolare occorse al Santo. Nella notte del Santo Natale il Vescovo savoiardo tiene una delle sue prediche più ben riuscite, in cui alla precisione teologica associa la sua proverbiale finezza nell’uso delle immagini naturalistiche. Parlando della generazione eterna e di quella terrena del Verbo, san Francesco di Sales evoca una delle sue immagini più care, quella dell’ape: «E così, come l’eterno Padre volle che il suo unico Figlio fosse capo e Signore assoluto di tutte le creature (cf. Col 1,15-18), allo stesso modo volle che la Santissima Vergine fosse la più eccellente di tutte, avendola scelta prima di tutti i secoli per essere la Madre del suo Figlio divino. In verità, le sacre viscere di Maria sono un mistico alveare, nel quale lo Spirito Santo ha impastato quel dolce miele – la divinità di Cristo – con il sangue purissimo di Lei. Inoltre, il Verbo ha creato Maria ed è nato da Lei, come l’ape fa il miele e il miele l’ape, tanto che non si è mai visto ape senza miele o miele senza ape. Vi lascio ai piedi di questa beata Puerpera, affinché come api sapienti, raccogliate il miele e il latte che derivano da questi santi misteri e dal suo seno, in attesa che vi spieghi il resto, se Dio ce ne farà la grazia e ce ne darà il tempo».

Ma ciò che è più importante non fu quello che il Santo disse, ma quello che sperimentò. Al termine della celebrazione infatti la superiora delle suore della Visitazione lo vide un po’ pensieroso e assente e, pertanto, lo interrogò sul suo stato d’animo. «Cara sorella – fu la risposta subitanea – io ho potuto guardare con i miei occhi quel Bambino Gesù che vi ho annunciato, quel Bambino Gesù che vi ho consegnato nella Santa Eucaristia. Le dirò la verità, io non ebbi mai tanta consolazione nella mia vita come questa notte all’altare perché il Divin Pargolo si è reso presente ai miei occhi. Che meraviglia!». Mortificando la sua curiosità sui dettagli della visione, la suora visitandina domandò: «Padre, cosa vorrebbe che nel cuore di noi figliuole più si radicasse?». «Carissime figlie – riprese immediatamente – niente se non queste due espressioni che vi ho più volte consigliato: non desiderate niente e non rifiutate niente. In queste due frasi è tutto detto, perché qui c’è la massima della santa indifferenza. Del resto, guardate il povero piccolo Bambin Gesù nella mangiatoia. Egli riceve la nudità, la povertà, la compagnia degli animali, tutte le ingiurie della stagione, il freddo e tutto ciò che suo padre permette che gli capiti. Non è scritto neppure che egli tendesse le sue mani per avere il latte da sua madre… in tutto si abbandonava alla materna attenzione previdente, ma non rifiutava affatto le amorevolezze che un cuore di tale madre sapeva effondere verso di Lui. Accettava i servizi di san Giuseppe, le adorazioni dei magi e dei pastori, il canto degli angeli e tutto con uguale santa indifferenza. A suo esempio noi non dobbiamo nulla desiderare e nulla rifiutare, ma soffrire e ricevere con uguale atteggiamento tutto ciò che la Provvidenza permetterà che ci capiti. O Bambino Gesù concedici questa grazia in questo Santo Natale, mentre ci prepariamo al nostro natale alla vita eterna del Paradiso, per il quale a me manca poco».

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: la teologia della cuna

Dottore zelantissimo fu il titolo che la posterità attribuì al celebre Santo napoletano, passato dal foro al seminario, per poi fondare l’Ordine dei Redentoristi e dedicarsi, anima e corpo, all’evangelizzazione dei semplici tramite le missioni popolari e, infine, consumarsi nel ministero episcopale a Santa Agata dei goti. Zelantissimo nell’esercizio del ministero sacerdotale, nelle Confessioni interminabili e nella predicazione; zelantissimo nello studio della Teologia morale, di cui divenne il riconosciuto “Dottore comune”; zelantissimo anche nella ricerca dei mezzi pastorali più idonei per far giungere il Vangelo ovunque… ma zelantissimo anche nel culto di Gesù Bambino o forse, per dirlo con un termine un po’ disusato, “zelatore” del culto alla santa infanzia di Gesù. Sant’Alfonso (1696-1787) in ogni maniera divenne un cantore del “Ninno bello”, facendo in molti casi di questo piccolo santo Pargoletto il centro del suo annuncio evangelico e, anzi, il centro stesso della Rivelazione cristiana: infatti cos’altro è l’Incarnazione se non l’annuncio all’uomo che Dio lo ama fino alla follia dell’Incarnazione e della Passione? E che cos’altro è la Natività con tutte le sue circostanze concrete se non l’invito all’uomo ad amare Colui che lo ha tanto amato? Nessuna esperienza straordinaria personale lo lega a Gesù Bambino, eppure non c’è un santo e un dottore che abbia tanto celebrato e predicato sulla santa Natività di Gesù. Non conosciamo precisamente le sue predicazioni, ma più volte si trovò a mettere per iscritto meditazioni profondissime per la Novena del Natale, per l’Avvento e per il Tempo di Natale. In un piccolo libretto, Gli esempi di Gesù Bambino, raccoglie esempi edificanti dalla vita dei santi e dagli scritti spirituali sulla potenza di Gesù Bambino nella conversione e santificazione delle anime. Infine nella Coronella a Gesù Bambino rielabora alcune devozioni precedenti in una coroncina da pregare al Pargoletto divino, accompagnandola a meditazioni devote. In un intreccio di citazioni scritturali e patristiche, di immagini e fervore, sant’Alfonso dipana il filo delle sue meditazioni che fuoriesce dall’arcolaio dell’amore di Dio: l’Incarnazione è un mistero di amore, in cui Dio si abbassa, rinunzia alle prerogative della divinità, per farsi in tutto uomo tranne che nel peccato. Il sommo di tale abiezione sarà la Croce ma già nella cuna di Betlemme e nel Pargoletto divino si nota come Dio si è spogliato di se stesso per farsi nostro: «Da suo si è fatto nostro».

Tuttavia non sono queste opere a consacrare la figura di sant’Alfonso come cantore del Natale, bensì le composizioni poetiche e musicali. Dotato per natura e per formazione di un’autentica capacità poetica e istruito alle migliori scuole della tradizione musicale, sant’Alfonso seppe utilizzare il mezzo della musica popolare per indurre alla devozione il popolo di Dio, e distrarlo dai balli e dalle canzonette immorali. Tra queste canzonette ciò che è divenuto imperituro sono proprio i canti natalizi, in particolare il popolare Tu scendi dalle stelle, ma senza dimenticare Quanno nascette o Ninno e la dolce ninna nanna Fermarono i cieli. In quest’ultima il dolce canto della ninna-nanna da parte di Maria Santissima fa fermare l’intera armonia celeste, dato che schiere di angeli si assiepano attorno alla grotta di Betlemme a contemplare il Pargoletto divino e ad ascoltare il canto melodioso della Madre. L’attenzione però di sant’Alfonso si concentra immediatamente sul rapporto tra il figlio e quella madre che al contempo può dirlo «mio figlio, mio Dio» e chiosa il nostro: «Il figlio e la madre, la madre col figlio, la rosa col giglio quest’alma vorrà. La pianta col frutto, il frutto col fiore, saranno il mio amore, né altro amerò».

L’idillio dei due cuori diviene poi, in Tu scendi dalle stelle, una celebrazione dell’amore divino, che accetta non solo di discendere, ma di farlo in una situazione umanamente insopportabile come il freddo di una grotta. Il veder tremare il pargoletto però non solo fa stupire l’anima cristiana, ma le fa comprendere l’immenso amore di Dio per noi («O Bambino mio Divino / io ti vedo qui a tremar / O Dio Beato, ahi quanto ti costò / l’avermi amato») e comporta una risposta d’amore («Caro eletto Pargoletto / quanto questa povertà / più mi innamora / giacché ti fece amor / povero ancora»).

In Quanno nascette la scena della Natività di Betlemme sembra essere trasportata in un presepe napoletano, con tutti i suoi personaggi, la natura rigogliosa e variegata, e la confusione dei rioni partenopei: magi, pastori e angeli si recano alla capanna, mentre la stessa natura gioisce per la nascita di Gesù. I pastori «che zompanno, come ‘a ciereve ferute» (saltano come cervi feriti) con ingenuità tutta devota chiedono poi non solo di baciare il Bambinello, ma anche di «mangiaje li pedille» (mangiargli i piedi) e poi si mettono a cantare una pia ninna nanna. Tutti si recano a prestare atti d’amore al Dio fatto bambino, tranne i peccatori, ma Gesù è venuto anche per loro e si accontenta anche che gli lavino e scaldino i piedini con le loro lacrime d’amore e compunzione.

Un idillio di bellezza e semplicità esemplare, che era sicuramente quello stesso spirito con cui sant’Alfonso viveva il Natale, come testimonia una sua poesia con la quale volentieri concludiamo e auguriamo a tutti un Santo Natale pieno di grazie celesti: «Bambino mio dolcissimo, tu m’hai rubato il cuore! Bambino mio dolcissimo, per te ardo d’amore. Bambino mio innocentissimo, tu già m’hai innamorato e questo cor durissimo per te è piagato. Ben mio, ti veggo piangere e per freddo tremare. Il cor mi sento struggere, né so quello che fare. Vieni Gesù, nelle mie viscere. Vieni, mio dolce amore. E se hai voglia di suggere, suggimi questo mio core».

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