APOLOGETICA
Morto in croce, ma subito a Roma
dal Numero 35 del 13 settembre 2020
di Paolo Risso

Le acquisizioni storiche, archeologiche, filologiche e scientifiche degli ultimi decenni confermano la veridicità dei fatti evangelici, e di tutti i particolari dell’esistenza terrena di Gesù, compresa la sua morte in Croce e la sua Risurrezione. Anche gli archivi “esaltano la Croce di Gesù”!

Il 14 settembre di ogni anno ricorre la festa dell’Esaltazione di Gesù in Croce. Una delle realtà più originali del Cristianesimo – la più originale – è che il patibolo più infame sia diventato il segno della vittoria più alta di Chi vi è stato inchiodato – Gesù di Nazareth – e della vittoria di coloro che lo seguono, pur nel dolore, nella persecuzione e talvolta nel pianto. Gesù apparve come il Vincitore invincibile fin dall’inizio.

Dunque, finalmente, quel Rabbi di Nazareth, Gesù, era morto in Croce ed era stato sepolto. Ora le autorità giudaiche non avrebbero avuto più nulla da temere da parte sua. Ma quelli avevano ancora paura di Lui. Racconta l’evangelista san Matteo, apostolo e testimone oculare di Gesù, nella sua vita-morte-risurrezione, al capitolo 27: «Il giorno dopo, che era Parasceve, si riunirono presso Pilato [= il governatore romano della Giudea], i sommi sacerdoti e i farisei dicendo: “Ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era ancora vivo: dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: è risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima”. Pilato disse loro: “Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come volete”. Essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia» (Mt 27,62-66).

Bravo, Caifa, sei “spaziale” e meriti un monumento per quanto hai fatto: un delitto perfetto e unico al mondo, hai fatto mettere le guardie a custodire il suo sepolcro. Il Nazareno, ormai cadavere, è stato l’unico morto a essere vigilato! Ora, è certo, di Gesù di Nazareth, più nessuno parlerà, tutto è davvero finito!

Il discorso continua

Ma Matteo, inaspettatamente, continua a raccontare: «Passato il sabato, ecco che vi fu un grande terremoto: un angelo del Signore sceso dal cielo, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie tremarono tramortite» (Mt 28,1-4). Intanto arrivano le donne che avevano seguito Gesù e l’angelo dice loro: «Non abbiate paura. So che cercate Gesù il Crocifisso. Non è qui! È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto!». È lo stesso Gesù che viene loro incontro dicendo: «Pace a voi. Non temete, andate a dire ai miei fratelli che vadano in Galilea, là mi vedranno!» (Mt 28,4-10).

Bellissimo, meraviglioso. Gesù ha vinto anche la morte ed è uscito vivo dal sepolcro, vivo di una vita nuova, che non morrà più, vivrà nella dimensione di Dio, “alla destra del Padre”, anche con la sua natura umana, anche con il suo corpo. Ma la cosa che più sbalordisce – e io non ci avevo ancora pensato troppo – è quanto segue.

È sempre Matteo che racconta: «Mentre le donne erano per via, alcuni di quelli che erano stati posti di guardia al sepolcro, giunsero in città [= Gerusalemme] e annunciarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto». “Quanto era accaduto”, era il terremoto, la visione dell’Angelo, il ribaltamento della pietra sepolcrale; infine, eccolo, Gesù risorto, Gesù re vivo, più vivo che mai! Una realtà impressionante, da far morire di spavento, di terrore!

Così Caifa e soci del suo sinedrio seppero che Gesù era risorto, da quelle guardie da loro messe a vigilare il suo cadavere, e ne furono sconvolti. Il loro delitto non era stato affatto perfetto e quel Gesù non era stato affatto un impostore. E ora, eccolo più vivo che mai, aveva vinto la morte orribile che gli avevano inflitto ed era uscito vivo dal sepolcro. Una cosa inaudita, una cosa “folle”. Che fare?

Occorre ricorrere di nuovo alla menzogna, all’inganno: Caifa e i suoi compari di riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «“Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato, mentre noi dormivamo. E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia”. Quelli preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute» (Mt 28,12-15).

Da navigati affaristi e politicanti, i sinedriti pensavano che con una buona tangente ai soldati, che avevano visto Gesù risorto – che non dovevano vedere – avrebbero sistemato tutto, tutto avrebbero messo a tacere. La “cosa” (= la Risurrezione di Gesù) venne subito all’orecchio di Pilato, il quale non diede noie al picchetto dei soldati, ma fece relazione a Roma, all’imperatore Tiberio che un certo Gesù di Nazareth, da lui suppliziato sulla Croce, vi era morto inchiodato sopra, ma ora veniva dato per risorto, era vivo. Che fare, signori?

L’imperatore Tiberio, quando lesse la relazione di Pilato, rimase così impressionato che nel 35 d.C. (quindi a pochissima distanza dai fatti avvenuti nel 30-33 d.C.) voleva riconoscere Gesù come un “dio” da porre nel “pantheon” di Roma, tra gli dèi tutelari dell’impero. Il senatore però non volle perché non aveva verificato di persona i fatti – e poi questo Gesù voleva essere l’unico, era pertanto “un dio geloso”, e con il “senatus-consultus”, appunto del 35 d.C., stabilì che il culto di questo Gesù – in una parola il Cristianesimo – era una “superstitio illicita”.
Come facciamo a sapere queste cose? Quali ne sono le “fonti”?


Dagli archivi di Roma

Giustino, il filosofo, di Nablus in Samaria, vissuto tra il I e il II secolo, convertito dalla filosofia al Cristianesimo, quindi morto martire, nelle sue Apologie; poi Tertulliano, verso la fine del II secolo, nel suo Apologeticum, narrano che Pilato aveva scritto di Gesù, morto sulla Croce e dato per risorto, all’Imperatore e che gli stessi pagani potevano leggere la sua relazione negli archivi imperiali e senatoriali. Non era possibile a nessuno contraddire questi due apologisti cristiani: bastava andare a vedere, consultare, leggere.

Così, è proprio a questi archivi che poterono attingere, fin da subito, scrittori come Svetonio per le sue Vite dei Cesari, Plinio il Giovane, per documentarsi sui cristiani, ancora di più il grande storico Tacito per i suoi Annali della storia di Roma, lo stesso Seneca, filosofo e consigliere di Nerone, e chissà quanti altri! Tutti costoro, dagli archivi di Roma, molto presto seppero di Gesù e ne scrissero nelle loro opere con verità storica.

Quando poi gli apostoli Pietro e Paolo e i loro collaboratori giunsero a Roma (Pietro nel 42 d.C., Paolo attorno al 55 d.C.) la notizia di Gesù dilagò e nessuno poté più dire di Gesù: “Non lo conosco”. E conoscendolo nel suo fascino, nella sua capacità divina di rispondere a tutti i più profondi “perché” dell’uomo, molti, sempre più numerosi, si convertirono a Lui.

Non è affatto vero che, come dicono persino illustri uomini di Chiesa, di Gesù non si occupò la cultura dell’epoca, che lo avrebbe ignorato con un profondo “silentium saeculi”. Non è vero che il paganesimo per quasi due secoli avrebbe ignorato Gesù e il “Fatto cristiano”, ché anzi il paganesimo, come abbiamo raccontato, fu subito scosso da Gesù e persino i suoi nemici, e coloro stessi che lo hanno ostacolato e perseguitato dalla prima ora, testimoniano di Lui.

Commuove sino alle lacrime pensare a come Gesù da subito ha affascinato gli umili, come gli schiavi e gli scaricatori dei porti del Mediterraneo, ma anche uomini come l’imperatore Tiberio (che non era sicuramente come san Luigi Gonzaga!), fin dal 35 d.C., e filosofi come Seneca che stava alla corte di Nerone. Di Gesù, pagani e cristiani discutevano già attorno al 55-60 d.C. nei giardini imperiali di Nerone.

Sì, era morto in Croce, suppliziato per volontà di Caifa e del suo sinedrio, dal governatore romano, ma è risorto il terzo giorno – Gesù – e subito conquista Roma e l’impero con il suo divino fascino irresistibile.

Ma Lui è Dio, amici, Lui solo poteva farlo. Lo può ancora, ché la sua potenza divina non è dimezzata, per cui davanti al Crocifisso – che è il risorto, il Vivente che conquista – canteremo ancora e per sempre: «Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat». È l’Esaltazione della Croce nei secoli e nell’eternità!

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