RELIGIONE
Un detective analizza le testimonianze sulla Risurrezione
dal Numero 16 del 19 aprile 2020
di Padre Angelomaria Lozzer, FI

Un detective affermato indaga sulla fine della vicenda terrena di Gesù di Nazareth. Confronta ipotesi e testimonianze, impegnando tutte le risorse del suo intuito forense. Al termine, solo un’ipotesi si rivela razionalmente sostenibile: Gesù è realmente morto e risorto. Seguiamolo nella sua indagine.

James Warner Wallace, membro fondante della Sezione Omicidi Cold-Case del Dipartimento di Polizia di Torrance, che si è meritato il riconoscimento della Sustained Superiority Award dalla South Bay Police e una medaglia, la Fire Metal al Valore, vincendo inoltre il premio della California Peace Officer Association Copswest per aver risolto al meglio casi definiti cold-case (casi irrisolti), nel 1996 decide di vagliare l’attendibilità delle testimonianze contenute nei Vangeli, e la loro veridicità, mettendo in gioco tutta la sua competenza investigativa.

Un detective, come dice lo stesso nome, è un investigatore che analizza i fatti avvenuti intorno a un accadimento e cerca di ricostruirne la trama. Con la scienza forense, vaglia le testimonianze rilasciate dai testimoni oculari o indiretti stabilendo l’attendibilità o meno delle singole dichiarazioni. Per fare questo segue delle tecniche specifiche che appunto gli permettono di verificare quali testimoni mentono e quali dicono il vero, e talvolta persino di definire il colpevole: osservando ad esempio ciò che il testimone sceglie di enfatizzare, di minimizzare o di omettere; come dilata il tempo o lo restringe; e così via...

Quando Wallace si accinge a questo lavoro è un libero pensatore, tutt’altro che credente, ma quando si trova davanti ai risultati del suo attento ed elaborato studio, non può che ammettere la totale sincerità delle testimonianze evangeliche, tanto che finirà per abbracciare la fede cristiana, seppur protestante, diventando uno strenuo difensore della veridicità dei Vangeli.

In un suo libro Alive: a cold-case approach to the Resurrection, edito nel 2014, analizza il mistero della morte e risurrezione di Gesù di Nazareth partendo da quei fatti minimi che sono universalmente riconosciuti. E i fatti minimi, riconosciuti universalmente da tutti, anche da chi non condivide la Fede cristiana, provati da fonti anche pagane e giudaiche ostili al Cristianesimo, possono essere ridotti a quattro:
1) Cristo è morto crocifisso ed è stato sepolto;
2) la sua tomba è stata trovata vuota e nessuno ha mai potuto ritrovare il suo corpo;
3) i discepoli di Gesù lo hanno creduto risuscitato da morte;
4) i discepoli di Gesù dopo questi eventi hanno subito una grande trasformazione.

Partendo da questi fatti, Wallace passa in rassegna tutte le possibili soluzioni, provenienti dal mondo scettico e miscredente, di cui un tempo egli stesso faceva parte, per cercare di trovare l’unica spiegazione davvero ragionevole su quanto è accaduto più di 2000 anni fa. Noi naturalmente sappiamo già per fede che i Vangeli dicono il vero, che sono libri storici autentici, che Gesù Cristo è realmente morto e risorto e asceso al Cielo. Non abbiamo bisogno di altre prove. Tuttavia ci sembra interessante questo lavoro di Wallace, seppur proveniente dal mondo protestante, perché ci offre un’altra via, quale quella del detective, per dimostrare tutta la ragionevolezza della nostra fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi.

Ipotesi 1: i discepoli si sono sbagliati circa la morte reale di Gesù

La risurrezione di Gesù sarebbe stata frutto di un errore di giudizio da parte dei discepoli. In altre parole, Gesù non sarebbe realmente morto: la sua sarebbe stata semplicemente una morte apparente. Rinvenutosi poi nel sepolcro, si sarebbe mostrato ai suoi Apostoli e discepoli vivo, e quelli, vedendolo, lo avrebbero creduto risorto.

Questa soluzione spiegherebbe il perché della tomba vuota, ma non spiegherebbe l’esperienza di morte che gli Apostoli avevano fatto quel Venerdì Santo. Nell’esperienza degli omicidi, ma non solo, anche nella vita comune, la prima cosa che si fa davanti a un cadavere è quella di verificarne la reale morte: se risponde agli impulsi esterni, se respira ancora, se il suo corpo si raffredda, si irrigidisce e inizia a illividire. Ora non sembra ragionevole che, nel rimuovere Gesù dalla Croce, avvolgerlo nella sindone, portarlo al sepolcro, gli Apostoli non abbiano attestato queste condizioni comuni ai cadaveri.

Anche le fonti ostili al Cristianesimo affermano con certezza la crocifissione e morte di Gesù. Nessuno, nel I secolo o inizi del II secolo, ha mai sostenuto una simile possibilità. La stessa guardia romana, chiamata per dovere di ufficio a verificare la morte del condannato pena la sua stessa vita, non è ragionevole abbia mancato a questo suo dovere. I Vangeli stessi lo attestano: «Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,32-34). Anche questa testimonianza del sangue e dell’acqua, fuoriusciti dal Costato di Cristo, testimonia lo stato clinico di Gesù.

E comunque, anche se si volesse ammettere la morte apparente di Gesù, nonostante l’irrazionalità dell’ipotesi, il corpo di Gesù avrebbe dovuto essere immediatamente medicato per evitare il dissanguamento totale dovuto alle sue terribili e gravi ferite, cosa che non aveva senso fare portando Gesù alla sepoltura. Quando poi Gesù apparve ai suoi discepoli tre giorni dopo, nuovamente vivo, mostrò loro le piaghe delle trafitture, ma nello stesso tempo come se non le avesse avute. Gesù apparve per 40 giorni, prima di ascendere definitivamente al Cielo, dopo i quali non fu più visto né trovato, quindi la tesi della morte apparente non spiega come mai il suo corpo non fu più rinvenuto.

L’ipotesi dunque della morte apparente di Gesù non è razionalmente sostenibile.

Ipotesi 2: i discepoli mentono circa la risurrezione di Gesù

È l’ipotesi di chi sostiene che il corpo di Gesù è stato trafugato dai discepoli, i quali avrebbero poi sparso la diceria della sua risurrezione, inventando di aver avuto delle apparizioni di Gesù risorto.

Questa ipotesi spiegherebbe il fatto della tomba trovata vuota, ma non è in grado di spiegare la vita trasformata degli Apostoli dopo la risurrezione di Cristo. È difficile credere che gli Apostoli siano stati interiormente cambiati e incoraggiati da una menzogna da loro stessi creata e architettata. Inoltre non avevano nessun motivo plausibile per inventare una simile bugia, dalla quale tra l’altro non avrebbero ricavato alcun vantaggio, ma, al contrario, solo persecuzioni e sofferenze. Inoltre, come si dice nel gergo popolare, le bugie hanno le gambe corte. Non possiamo ragionevolmente supporre che una menzogna costruita a bella posta da un così grande numero di persone (pensiamo agli Apostoli, alle donne, ai discepoli in numero di 500...), sostenuta in un clima di oppressione e di persecuzione, sia perdurata così a lungo senza che nessuno di loro l’abbia mai ritrattata. È più facile che una o due persone riescano a custodire un segreto piuttosto che un gran numero di persone. Dunque, una tale ipotesi è impensabile e illogica, tanto più che la gente locale sarebbe venuta certamente a conoscenza dell’inganno. Inoltre, questa ipotesi non tiene conto del fatto che l’autorità giudaica temeva una tale mossa da parte dei discepoli di Gesù e si era premunita per evitarla, ponendo in essere diverse precauzioni, come mettere le guardie al sepolcro... Questa soluzione è pertanto da scartarsi.

Ipotesi 3: l’illusione dei discepoli

È la soluzione di chi vorrebbe attribuire i fatti della risurrezione non a una bugia architettata dai discepoli a bella posta, ma a una loro illusione. In altre parole i discepoli erano così provati e scossi dagli intensi dolori e sofferenze per la perdita di Gesù, che questi li avrebbero portati ad essere vittime di allucinazioni.

Questa ipotesi spiegherebbe la credenza degli Apostoli nella risurrezione di Gesù e anche il loro cambiamento, ma non spiega il fatto della tomba vuota. Per di più, mentre possiamo ammettere un’allucinazione individuale da parte di un discepolo del Signore, non sembra possibile ammettersi un’allucinazione di gruppo che sia identica in tutti i soggetti. E anche qualora volessimo ammetterla come fenomeno momentaneo di qualche istante, non potremmo di certo protrarla nel tempo (per 40 giorni), nella maniera dettagliata e sostenuta, come vediamo è avvenuto nei racconti evangelici. Gesù risorto, infatti, appare non in una, ma in più occasioni che si differenziano per il numero di persone, di luogo e di circostanze: non si può quindi ragionevolmente ammettere che un’allucinazione di massa si sia ripetuta tutte le volte, con tutte le persone, nelle più diverse circostanze. Tanto più che alcuni dei discepoli non erano affatto inclini a credere a una tale possibilità: pensiamo a san Tommaso apostolo («Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» Gv 20,25).

Inoltre resterebbe l’enigma della tomba vuota, perché un’allucinazione non produce la scomparsa di un corpo. Per questi motivi tale ipotesi è da scartarsi.

Ipotesi 4: i discepoli sono stati ingannati da un impostore

Dato che, come abbiamo visto, non è possibile ragionevolmente ammettere una menzogna collettiva da parte dei discepoli circa la risurrezione di Cristo, né ammettere un’allucinazione collettiva, alcuni atei hanno avanzato l’ipotesi che gli Apostoli si siano lasciati ingannare da un impostore che li ha convinti a credere nella risurrezione di Gesù.

Prima di analizzare questa affermazione occorre tener presenti alcuni fattori importanti. In una truffa, meno la vittima capisce l’argomento specifico e il campo in cui viene truffata, e tanto più è probabile che il truffatore abbia successo. Le vittime sono ingannate e truffate nel loro denaro perché hanno poca o nessuna esperienza nel settore in cui il truffatore sta operando. Generalmente, il truffatore si serve di un linguaggio sofisticato e fa delle affermazioni che sono fuori della competenza della vittima. Per questo, tanto più la vittima conosce l’oggetto della truffa, tanto meno l’autore della truffa ha la possibilità di riuscire nell’inganno. Ecco perché la proposta che un sofisticato truffatore del I secolo abbia ingannato proprio gli Apostoli è irragionevole:
- i discepoli conoscevano l’argomento della truffa meglio di chiunque altro;
- molti dei discepoli erano scettici e non mostravano quell’ingenuità necessaria per il successo del truffatore;
- il truffatore avrebbe dovuto possedere poteri miracolosi, perché gli Apostoli dicono di aver visto Gesù risorto, che si manifestava con molti miracoli e “prove convincenti” (cf. At 1,1-3);
- e poi, quale impostore sarebbe stato motivato a fare una cosa del genere?

Anche questa soluzione non spiega la tomba vuota e il fatto che il suo corpo non sia stato più trovato. Questa ipotesi è insostenibile.

Ipotesi 5: i discepoli sono stati influenzati da qualche discepolo visionario

Più recentemente, alcuni scettici, hanno avanzato l’ipotesi che uno o due discepoli abbiano avuto delle allucinazioni di Gesù risorto e siano riusciti a convincere gli altri sulla bontà e attendibilità di queste apparizioni, fino al punto da influenzarli e suggestionarli, cosicché anch’essi lo vedessero risorto in altre circostanze.

Anche questa soluzione, se può spiegare il cambiamento degli Apostoli e dei primi discepoli, non riesce però a spiegare la tomba vuota, né la si può accordare con l’avvicendarsi dei fatti e delle testimonianze riportate nei Vangeli. Inoltre non sembra tener conto della psicologia umana. Infatti, tanto maggiore è il numero dei testimoni coinvolti tanto meno è probabile che tutti siano influenzati da un unico testimone oculare, indipendentemente dal carisma o posizione che possa tenere all’interno del gruppo. Anche se uno riuscisse a convincere tutti della veracità della sua prima apparizione, è impossibile che riesca a convincerli tutti riguardo alle successive visioni di gruppo («apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta», 1Cor 15,6), per di più per un lasso di tempo così lungo (40 giorni).

Questa ipotesi è irragionevole.

Ipotesi 6: le dichiarazioni dei discepoli furono distorte in un secondo tempo


È l’ipotesi secondo cui, col passare del tempo, si sarebbe creato un mito attorno alla figura di Gesù: le originali osservazioni dei discepoli sarebbero state ingigantite e amplificate fino a creare il mito della sua risurrezione.

Tuttavia, per sostenere la formazione di un tale mito dovremmo ammettere un certo lasso di tempo tra il racconto dei primi fatti e la credenza finale della sua risurrezione. Invece noi vediamo che da subito, già nei primi resoconti dell’attività degli Apostoli, dopo l’ascensione, la risurrezione di Gesù è proclamata e annunciata a tutti come la prova certa della sua divinità. La risurrezione di Gesù è al centro della predicazione apostolica ed entra da subito nel cuore del Credo cristiano. La risurrezione di Cristo è il punto fondamentale della testimonianza degli Apostoli: «Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede» (1Cor 15). E poi come si spiegherebbe che la tomba e il corpo di Gesù non furono mai stati esposti per dimostrare la falsità di questa “tarda leggenda”?

Questa tesi pertanto non si accorda con la storia e con i fatti.

Ipotesi 7: gli Apostoli hanno riportato i fatti così come sono avvenuti. Gesù è realmente risorto da morte


Questa è l’unica soluzione che per la scienza forense spiega i fatti di ciò che è avvenuto: l’unica che dà senso alla tomba vuota, alla fede degli Apostoli e al loro cambiamento, dopo aver sperimentato la realtà della morte e sepoltura del loro maestro. Ogni altra spiegazione non riesce a offrire una soluzione valida a tutti e quattro i fatti riportati all’inizio del nostro studio. Non si può eliminare dalla scena del crimine un fatto semplicemente perché si vuole giungere a una propria conclusione. I fatti restano fatti. Se c’è una soluzione valida, questa deve rispettare tutti i fatti certi di cui siamo a conoscenza.

Gli Apostoli e alcuni discepoli hanno visto Gesù morto, poi lo hanno visto risorto, lo hanno creduto tale all’unanimità, senza dubbi o ripensamenti, e da questo fatto ne sono usciti profondamente toccati e cambiati fino al punto di riuscire ad affrontare il Sinedrio, il mondo pagano e la mentalità del loro tempo, subendo umiliazioni, percosse, prigionie e la stessa morte, senza vacillare o ritrattare nemmeno per un momento.

E quel che è di più, la loro testimonianza è stata creduta da subito, da folle sempre più consistenti, nonostante si opponesse completamente al loro pensiero e al loro modo di credere.

Persino lo scettico Paul-Luis Couchoud doveva ammettere: «In molte zone dell’impero, deificare una creatura particolare poteva essere cosa semplice. Ma in una nazione almeno, ciò era del tutto impossibile: presso i giudei. Essi adoravano Jahvè, l’unico Dio, il Dio trascendente, l’indicibile, di cui non si tracciava la figura, di cui non si pronunciava nemmeno il nome, che era separato, per mezzo di abissi invalicabili, da ogni creatura. Associare a Jahvè un uomo, chiunque fosse, era il massimo sacrilegio, l’abominazione suprema». E aggiungeva: «I giudei onoravano l’imperatore, ma erano disposti a farsi lapidare, piuttosto di confessare con l’estremità delle labbra che l’imperatore era un dio. Si sarebbero fatti lapidare, del resto, anche se fossero stati obbligati a dirlo di Mosè. E il primo cristiano di cui noi ascoltiamo la voce, Paolo, ebreo figlio di ebrei, assocerebbe un uomo a Jahvè nel modo più naturale? Ecco il miracolo di fronte al quale recalcitro».

Conclusione

Se gli ebrei del tempo accolsero in massa l’annuncio degli Apostoli, come vediamo dopo la prima predicazione di Pietro a Pentecoste con le prime 3.000 conversioni, e qualche giorno dopo con le altre 5.000, voleva dire che ci si trovava davanti a un fatto incontestabile: Gesù era davvero morto ed era davvero risorto.

Wallace aveva ragione quando, concludendo il suo libro e riguardando a se stesso durante il tempo precedente alla sua conversione, affermava che la vera difficoltà nel credere alla risurrezione di Cristo non sta nei fatti, ma sta dentro di noi nell’escludere a priori ogni possibile azione soprannaturale. Il vero problema sta nella grettezza e nell’orgoglio umano che si chiude davanti a ciò che lo supera. E qui a proposito ben calzano le parole di Gesù quando raccontando la parabola del ricco epulone narra questo dialogo tra Abramo e il ricco. Tra le fiamme dell’inferno egli supplica Abramo: «“Padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”» (Lc 16,27-31).

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