RELIGIONE
Le lacrime di Gesù alla tomba di Lazzaro
dal Numero 43 del 3 novembre 2019
di San J. H. Newman

Il grande Santo inglese medita sul pianto di Gesù alla tomba di Lazzaro e ci chiede: perché il Signore pianse per un morto che Lui poteva e voleva risuscitare? Quelle lacrime in realtà dicono moltissimo del profondo e intimo amore che il Salvatore nutre per l’uomo.

«Gesù disse: “Dove l’avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i giudei: “Vedi come lo amava”» (Gv 11,34-36). 
Quando leggiamo queste parole, un interrogativo sorge spontaneamente nel nostro spirito: perché il Signore pianse alla tomba di Lazzaro? Sapendo che aveva il potere di risuscitarlo, perché recitò la parte di quelli che fanno lutto per i morti? Nel tentare di rispondere a tale interrogativo, non dobbiamo perdere di vista che i pensieri di Cristo superano infinitamente la nostra comprensione. A malapena riusciamo a penetrare i sentimenti e le idee dei nostri simili, se sono dotati di qualche talento speciale; anche i poeti e i filosofi a volte ci rimangono oscuri per la profondità dei loro concetti. Allora, quale non deve essere il meraviglioso abisso d’amore e di sapienza in Colui che, pur partecipando alla nostra natura, è il Figlio di Dio?
È questo un fatto evidente per chiunque si dia la pena di consultare la Scrittura. Nel caso presente, per esempio, non è soltanto il nostro testo a suscitare un problema: l’intero racconto in cui è inserito presenta il comportamento del Signore sotto luci diverse che per noi, deboli creature, è difficile conciliare.
Quando Egli ricevette la notizia che Lazzaro era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava (Gv 11,6). Dopo, quando disse ai suoi discepoli che Lazzaro era morto, affermò di essere contento per loro di non essere stato là e che sarebbe andato a svegliarlo dal sonno (cf. Gv 11,15). Quindi, venuto a Betania dove Lazzaro abitava, si commosse talmente per il dolore dei Giudei, che fremette nel suo spirito e si turbò (Gv 11,11). Infine, nonostante il suo turbamento e le sue lacrime, risuscitò Lazzaro.


Penetrare i pensieri di Cristo

Ora è sorprendente che simili difficoltà sorgano alla semplice lettura della Scrittura, indipendentemente da quelle che derivano dall’applicazione dei testi in questione alla dottrina della natura divina del Signore. Sappiamo che l’unione dei suoi attributi divini con quelli umani, a prima vista tra loro incompatibili, implica dei misteri insondabili; per esempio, che Egli sia sempre beato, e che possa piangere; che sia onnisciente, e presenti apparentemente limiti nella sua conoscenza. Ma senza addentrarci nella considerazione di quelli che sono chiamati abitualmente i misteri della Fede, sarà utile cercare di capire se la stessa presentazione della storia sacra non contenga delle contraddizioni apparenti, sì da disporci ad affrontare quelle che saranno sollevate da un confronto approfondito della storia con la dottrina.
Come un altro esempio delle contraddizioni di cui parlo, considerate le parole del nostro Salvatore, secondo le versioni trasmesseci: «Ora dormite e riposate» e subito dopo: «Alzatevi, andiamo» (Mt 26,45-46). E ancora: «Chi non ha la spada venda il mantello e ne compri una» (Lc 22,36); a questo segue: «Signore, ecco due spade. Ma egli disse: Basta» (Lc 22,38). Infine quando Pietro si servì della sua spada: «Rimetti la tua spada nel fodero; perché tutti quelli che mettono mano alla spada, di spada moriranno» (Mt 26,52).
Io non dico che sia impossibile risolvere in una certa misura l’antinomia apparente di tali passi, ma solamente – e l’insieme del racconto lo mostra a sufficienza – che Colui che parla non è uno di cui sia facile penetrare i pensieri: che non è una cosa facile entrare, anche solo parzialmente, nel suo spirito e decifrare i sentimenti e le ragioni che l’hanno spinto a dire questo o quello. In una parola, vorrei persuadervi che non basta ascoltare una sola volta le parole di Gesù, ma che per comprenderle dobbiamo nutrircene, viverle, crescendo a poco a poco nella comprensione del loro significato.
Sarà bene per noi renderci conto di questa necessità meglio di quanto non abbiamo fatto finora. Oggi è di moda guardare al Salvatore del mondo con uno spirito irriverente e irreale, come una visione o come una semplice idea; parlare di Lui in una maniera angusta e sterile, come se conoscessimo soltanto il suo nome, sebbene la Scrittura ce l’abbia presentato durante il suo effettivo soggiorno sulla terra, con i suoi gesti, le sue parole, le sue azioni, affinché avessimo un oggetto su cui fissare lo sguardo. E fin quando non abbiamo imparato a fare questo, a lasciare da parte le vaghe dichiarazioni sul suo amore, sulla sua volontà di accogliere i peccatori, sul perdono e sull’aiuto spirituale che ci dispensa e idee simili, e a considerarlo invece nelle sue azioni reali e specifiche, descritte per noi dalla Scrittura, non avremo ricavato dal Vangelo quel profitto che esso ha lo scopo di comunicarci.
E dico di più: forse corriamo qualche pericolo anche per la nostra fede: perché fin quando il pensiero di Cristo resta una semplice creazione del nostro spirito, si può temere che a poco a poco si alteri e svanisca, diventi manchevole e corrotto. Se al contrario contempliamo il Cristo così come ci è manifestato nel Vangelo, il Cristo che è lì, che esiste al di fuori della nostra immaginazione, che è vissuto realmente, che ha abitato in terra come ciascuno di noi, allora arriveremo a credere in Lui con una convinzione, una confidenza e una pienezza più invincibili della fede nei nostri sensi.
È impossibile, per un cristiano, meditare sui Vangeli senza sentire, in una misura superiore a ogni dubbio, che il loro protagonista, Gesù, è Dio; ma è possibile parlare in maniera vaga del suo amore per noi, e usare il nome di Cristo, senza tuttavia rendersi conto che Egli è il Figlio vivente del Padre, o senza avere dentro di noi un’ancora per la nostra fede, da essere fortificati contro qualunque rischio di poterla perdere in futuro.


Il mistero di quelle lacrime

Sotto l’influsso di questa impressione e senza dimenticare i pensieri solenni con i quali ho iniziato, dirò alcune cose come commento al pianto di Gesù alla tomba di Lazzaro; meglio, suggerirò quello che ciascuno di voi, con la grazia di Dio, potrà sviluppare da sé.
Perché Gesù pianse per un morto che Lui poteva risuscitare con una parola, e che già pensava di voler risuscitare?
1) Anzitutto, come possiamo notare dal contesto, Egli pianse per partecipare al dolore degli altri: Quando Gesù vide piangere Maria e i Giudei che erano con lei, fremette nel suo spirito e sì turbò. È la caratteristica propria della compassione o della simpatia, come implica la parola stessa, di piangere con quelli che piangono e gioire con quelli che gioiscono (Rm 12,15). Noi sappiamo che è così per gli uomini; e Dio ci dice che Egli pure è compassionevole e ricco di tenera misericordia. E tuttavia non sappiamo bene cosa questo significhi, perché come può Dio rallegrarsi e affliggersi? Per la perfezione stessa della sua natura, l’Onnipotente non dovrebbe mostrare compassione, almeno secondo quanto spiriti limitati come noi possiamo comprenderla. In verità, Egli ci è nascosto; ma supponendo che ci fosse permesso vederlo, come potremmo scorgere nell’Eterno e nell’Immutabile i segni della compassione? Parole e atti di compassione verso di noi vengono da Lui, ma è la vista della compassione stessa in un altro a toccare e a dare conforto a chi soffre più che i suoi frutti. Ora noi non possiamo vedere la compassione di Dio; e il Figlio di Dio, sebbene abbia per noi la stessa grande compassione del Padre, non ce ne diede alcun segno durante il tempo in cui rimase nel seno del Padre. Ma quando si fece carne e apparve sulla terra, rivelò la divinità in un aspetto nuovo. Si rivestì di nuovi attributi, quelli della nostra natura, assumendo un’anima e un corpo umani, per poter fare suoi i pensieri, i sentimenti, gli affetti che corrispondono ai nostri per renderci certi della sua tenera misericordia. Quando dunque il Salvatore pianse di compassione alle lacrime di Maria, non dobbiamo dire che quello era solo l’amore di un uomo sopraffatto da un sentimento naturale. Era l’amore di Dio, il sentimento di compassione dell’Onnipotente ed Eterno che si degnò mostrarci quest’amore nella forma umana perché noi fossimo capaci di riceverlo.
Se Gesù pianse, non furono solo i pensieri profondi della sua intelligenza che lo provocarono al pianto, ma una tenerezza spontanea; furono la dolcezza misericordiosa, la premurosa bontà infinita, l’amore sconfinato del Figlio di Dio per la sua creatura, la stirpe dell’uomo. Le lacrime degli uomini lo commossero immediatamente, come la loro miseria l’aveva fatto discendere dal Cielo. Il suo orecchio era a loro aperto, e i gemiti degli infelici giunsero diritti al suo Cuore.

Pianse sul dolore umano

2) Ma possiamo anche supporre (se qui son permesse le congetture) che la sua pietà, suscitata così spontaneamente, si sia estesa a considerare le altre circostanze, nella condizione umana, che la possono suscitare. Una volta destata, allargò lo sguardo intorno, sulle miserie del mondo. Che cosa vide? Egli vide, chiaramente manifestato, il trionfo della morte, una folla in lutto, tutto quello che era atto a generare dolore; ma non vide colui che era la causa del dolore. Lazzaro non c’era più, una pietra chiudeva il luogo dove giaceva. Marta e Maria, che il Signore aveva conosciuto e amato in compagnia del loro fratello, ormai sole, si avvicinarono a Lui, una dopo l’altra, in una circostanza e con uno stato d’animo ben diversi, in profonda afflizione ma con fede e rassegnazione; e pur tuttavia gli rivolsero un dolce rimprovero: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,2).
Questo è, in ogni tempo, il giudizio pronunciato, il dubbio sollevato verso di Lui nel cuore di ogni creatura. Gli uomini hanno visto il peccato, hanno visto la miseria intorno a loro, e nella fede o nell’incredulità hanno detto: Se tu fossi stato qui; se tu fossi intervenuto le cose sarebbero andate in modo diverso. Il Creatore era dunque là, circondato da quelli che erano opera delle sue mani, che l’adoravano senza dubbio, ma che gli chiedevano perché permetteva che la sua stessa creatura venisse così sfigurata. Il Creatore del mondo era là, dinanzi a una scena di morte, e vedeva la fine di una sua opera d’amore. Forse Egli tornò con il pensiero al momento della creazione quando uscì dal seno del Padre per chiamare all’esistenza tutte le cose. C’era stato un giorno nel quale aveva contemplato l’opera del suo amore e aveva detto che essa era molto buona (Gen 1,31). Da che cosa dipendeva che il bene si fosse cambiato in male, e l’oro puro fosse diventato opaco? Un nemico ha fatto questo (Mt 13,28). Perché questo fosse stato permesso e come fosse accaduto, era un suo segreto; un segreto per coloro che quel giorno erano intorno a Lui, e un segreto oggi per noi. Egli si rivolse al Padre celeste in un colloquio incomunicabile. Non diede alcuna spiegazione e scelse un’altra via per dissipare i dubbi e il pianto. Non aprì bocca (Is 53,7), ma operò in un modo meraviglioso. Quello che ha fatto per tutti i credenti, rivelando la sua Morte espiatrice, senza darne una spiegazione, lo fece allora per Marta e per Maria quando si avvicinò in silenzio alla tomba per risuscitare il loro fratello, mentre esse si lamentavano che lo aveva lasciato morire.
C’erano diversi motivi di afflizione per Gesù (se ci è permesso ricercarli) nel contrasto tra Adamo, nel giorno in cui era stato creato, innocente e immortale, e l’uomo rovinato dal demonio, pieno del veleno del peccato e dei germi di morte; come anche nel timido lamento degli amici addolorati che tale cambiamento fosse stato permesso. E sebbene Egli stesse per cambiare in gioia quella scena di dolore, tuttavia Lazzaro, un giorno, sarebbe morto nuovamente: Egli non faceva che rimandare il compimento del suo decreto. Una pietra ora chiudeva Lazzaro nella tomba, e sebbene stesse per essere richiamato alla vita, secondo l’inscrutabile legge divina, un’altra pietra sarebbe stata posta sulla sua tomba. Si trattava di una tregua, non di una risurrezione definitiva.


Il segreto del Suo Cuore

Vorrei suggerire un altro pensiero che merita la nostra attenzione. Cristo era venuto per compiere un atto di misericordia, e il segreto era chiuso nel suo cuore. Tutto l’amore che sentiva per Lazzaro non era conosciuto dagli altri. Egli aveva coscienza di amarlo, ma nessun altro al di fuori di lui poteva dire la forza di tale amore. Pietro, quando il suo amore per Cristo fu messo in dubbio, trovò conforto appellandosi a Gesù stesso: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che io ti amo» (Gv 21,17).
Ma Cristo non aveva un amico terreno che potesse essere suo confidente in questa occasione; e quando i suoi pensieri si rivolsero a Lazzaro e il suo Cuore sospirò per lui, non fu forse simile a Giuseppe, quando i suoi fratelli gli apparvero dinanzi? Allora Egli pianse non per la pena, ma per la pienezza di commozione della sua anima, e per la solitudine che provava in terra infedele cercò dove potesse piangere (Gen 42,24), come se le lacrime fossero la sua migliore compagnia e trovasse in esse il conforto alla sofferenza che nessuno avrebbe in quel momento potuto comprendere e condividere. Non era forse simile inoltre a una madre che si china sul suo bambino piangendo nel vederlo senza difesa e insensibile all’amore che riversa su di lui? Ma la madre piange perché sente la propria debolezza nel difenderlo; sapendo che colui che ora è un bambino deve crescere e seguire il suo cammino, senza dipendere più da lei per i beni materiali e celesti, ma dal suo Creatore e da se stesso.
La contemplazione di Cristo era diversa; e tuttavia era accompagnata da un’emozione particolare: intendo dire dalla coscienza del potere che Egli aveva di risuscitare Lazzaro. Giuseppe piangeva perché aveva un segreto che non riguardava solo il passato, ma anche il futuro – il segreto del bene che ne sarebbe seguito, ma anche del male passato –; il segreto del bene che poteva fare ai suoi fratelli. Similmente il Signore e Salvatore nostro sapeva che, nonostante l’aspetto desolato e senza speranza della situazione, nonostante il pianto e i gemiti dei suoi amici, nonostante il cadavere fosse già di quattro giorni, nonostante la tomba e la pietra che lo chiudeva, Egli aveva il potere di trionfare sulla morte e stava per usarlo. C’è un momento più commovente di quello nel quale si è sul punto di comunicare una buona notizia a un amico che è stato abbattuto da messaggi di sventure?


Risorge l’amico a prezzo della Sua morte

Ma c’erano, ahimè, altri pensieri atti a strappare le lacrime al Signore. Come avrebbe potuto Egli compiere il gesto meraviglioso nei confronti delle sorelle addolorate? A costo del suo sacrificio. Giuseppe sapeva che avrebbe dato una grande gioia ai fratelli, senza però dover sacrificare la sua. Cristo invece dava la vita a un morto a costo della sua morte. I suoi discepoli avevano voluto dissuaderlo dall’andare in Giudea per timore che i giudei lo uccidessero (cf. Gv 11,8). Il loro infausto presentimento purtroppo si avverò. Gesù venne per risuscitare Lazzaro, e la fama del miracolo fu la causa immediata del suo arresto e della sua crocifissione. Questo Egli lo sapeva in anticipo; vedeva ciò che l’aspettava. Lazzaro risuscitato; il banchetto in casa di Marta; Lazzaro seduto a tavola; una grande gioia intorno a lui; Maria che onorava il suo Signore in quel giorno di letizia con il costoso profumo che versava sui suoi piedi; i Giudei che accorrevano in folla per vedere non solo Lui ma anche Lazzaro; il suo ingresso trionfale a Gerusalemme; la folla che grida: «Osanna»; il popolo che testimonia la risurrezione di Lazzaro; i Greci venuti a Gerusalemme durante la festa per il culto, desiderosi di vederlo; i fanciulli che si univano alla gioia generale. Quindi i farisei che complottano contro di Lui (cf. Gv 12,1-20); Giuda che lo tradisce (cf. Gv 18,1-3); i suoi amici che l’abbandonano (cf. Mc 14,50) e la croce che è pronta per accoglierlo (cf. Mc 15,24).
Tutto questo senza dubbio attraversava la sua mente tra tanti altri pensieri inesprimibili. Sentiva che Lazzaro si risvegliava alla vita a prezzo del suo stesso sacrificio; che Egli sarebbe sceso nella tomba che Lazzaro lasciava. Sentiva che Lazzaro sarebbe tornato alla vita, e Lui sarebbe morto; lo stato delle cose doveva essere rovesciato; la festa avrebbe avuto luogo in casa di Marta, ma per lui sarebbe stata l’ultima e dolorosa Pasqua. E questo rovesciamento di cose, Egli lo sapeva, era effetto della sua volontà. Egli era disceso dal seno del Padre per espiare con il suo Sangue i peccati del mondo, e quindi risuscitare dalla tomba tutti i credenti, come ora stava per risuscitare Lazzaro; li avrebbe risuscitati non per breve tempo, ma per tutta l’eternità.


Dove c’è la fede in Cristo, là c’è Cristo stesso

Intanto davanti a Lui c’era la prova amara con la quale avrebbe aperto il Cielo a tutti i credenti. Abbracciando il suo disegno in tutta la pienezza, mentre stava per compiere un gesto di misericordia, disse a Marta: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me non morrà in eterno» (Gv 11,25-26).
Torniamo a questi confortanti pensieri quando meditiamo sulla nostra morte e sulla morte dei nostri amici. Dove c’è la fede in Cristo, là c’è Cristo stesso. Egli domandò a Marta: Credi tu questo? (Gv 11,26). Dovunque c’è un cuore per rispondere: Signore, io credo, là Cristo è presente. Là il Signore promette di essere presente, anche se non visto, sul letto di morte o sulla tomba, sia che siamo noi stessi a chiederlo, o i nostri cari. Sia benedetto il suo nome! Niente ci potrà togliere questa consolazione: saremo certi, con la sua grazia, che Egli si chinerà su di noi con amore, come se lo vedessimo. Non dubiteremo neppure per un istante, dopo la nostra esperienza della storia di Lazzaro, che Egli veglia su di noi. È consapevole fin dal principio del nostro male, sebbene si tenga a distanza; sa quando deve restare lontano e quando deve avvicinarsi; segue il progredire e le fasi della malattia. Può dire a colpo sicuro se il suo amico è malato o se dorme. Noi che ne abbiamo fatto l’esperienza nel racconto ora esaminato, non ci lamenteremo mai del corso della sua provvidenza. Solo lo pregheremo perché accresca la nostra fede, ci doni una percezione più viva della maledizione che pesa sul mondo e dei nostri demeriti; un’intelligenza più penetrante del mistero della sua Croce; una fiducia più devota nella potenza di questa croce; e una più fiduciosa convinzione che Egli non ci darà mai un fardello troppo pesante per le nostre spalle, che non infliggerà mai ai suoi fratelli un dolore che non sia per loro un bene più grande.  


tratto da: Parochial and Plain Sermons, vol. III