RELIGIONE
Perché san Francesco amava il creato senza essere ecologista
dal Numero 41 del 20 ottobre 2019
di Carlo Codega

Oggi più invadenti che mai, i movimenti ecologisti hanno cucito un abito verde anche per san Francesco, facendone il loro paladino. Il Santo di Assisi, è vero, amava la natura in modo singolare, ma per altre ragioni e in altri modi. Vediamo quali.

La leggenda verde
Come è ben noto da tre secoli a questa parte la cultura dominante – figlia dell’Illuminismo anticlericale – ha avvolto la storia della Chiesa in quella “leggenda nera” volta a presentare come epoche di buio proprio i periodi più splendidi di questa, come il Medioevo e la cosiddetta Controriforma. Da questa “leggenda nera”, che è riuscita a infangare perfino santi del calibro di san Carlo Borromeo, una sola figura si è riuscita a salvare nei due millenni di storia della Chiesa: san Francesco d’Assisi. Non che al nostro Santo sia comunque accaduta miglior sorte. L’oculata esclusione dalla “leggenda nera” non solo ha finito per presentarlo come figura tutto sommato in rotta con la Chiesa Cattolica o da essa ingannato e tradito, ma lo ha reso vittima di leggende ancora peggiori. Non la “leggenda nera” ma quella rossa, quella verde e quella arcobaleno. La prima lo ha presentato come sostenitore dei movimenti pauperistici che il comunismo ha enfatizzato come propri predecessori nell’inarrestabile marcia rivoluzionaria verso la società senza classi e senza proprietà; l’ultima ha enfatizzato l’aspetto pacifico del messaggio del Santo, per piegare tale concetto di pace da quello soprannaturale a quello meramente naturale e sociale, fino all’ottusità del pacifismo.
Oggi però sembra il caso di soffermarci un po’ sulla terza leggenda, quella verde, cioè quella che ha voluto presentarci san Francesco come un ecologista o un ambientalista militante.
Non è inutile questa nostra attenzione dato che il comunismo pauperista è da tempo sparito dalle mappe ideologiche del nostro continente mentre il pacifismo è sempre stato un’ipocrita rivendicazione di chi preparava rivolte sanguinarie o di chi, una volta preso il potere, voleva togliere armi ai presenti e futuri avversari in nome della stabilità. Non è sparito – anzi è più alla ribalta che mai – invece l’ecologismo: non solo nella società civile, dove gruppi di potere e interessi tutt’altro che nobili, usano il sentimentalismo dei fanciulli per i loro biechi scopi, ma anche nella Chiesa. Quella “teologia della liberazione” che una volta predicava la liberazione dei popoli dal giogo imperialista e capitalista, ha in fretta smesso le vecchie camicie rosse in favore dei “panni verdi”, cioè delle foglie e delle sterpaglie con cui sono soliti vestirsi i popoli aborigeni o amazzonici.


San Francesco ecologista?
Certo: nessuno ha torto a presentarci san Francesco come un grande amante dell’intera Creazione, cioè non solo dell’uomo e degli angeli, ma anche della natura animata e inanimata. È fuori discussione dunque che san Francesco amasse il creato e la natura, e che l’anima francescana – cioè l’eredità spirituale lasciata dal Santo ai suoi figli – sia attratta dalle bellezze e dalla meraviglia di questa. Cosa invece abbastanza assurda è cercare di arruolare san Francesco tra le raccogliticce schiere degli ecologisti, degli ambientalisti, degli antinuclearisti o addirittura in quelle disparate di vegetariani o vegani. Che nulla avesse a che fare san Francesco con queste ideologie dovrebbe essere cosa abbastanza scontata per chi avesse anche una conoscenza un po’ superficiale della vita e della spiritualità del Santo di Assisi. Solo una selezione di testi che porterebbe ad escludere il 99% del contenuto delle biografie su san Francesco potrebbe presentarcelo come un amico degli uccelli anziché come un amante della Croce, come uno zelatore della raccolta differenziata anziché della salvezza delle anime, come un ricercatore dell’armonia cosmica anziché della comunione con Dio. Tuttavia non mancano mai, anche tra i cristiani, coloro che sostengono che l’esperienza spirituale di san Francesco vada ridotta a un’invertebrata testimonianza di pacifismo ingenuo e di ecologismo sentimentale. San Francesco così, piuttosto che il santo stigmatizzato che ha riprodotto in sé le fattezze di Gesù Cristo, diventerebbe il santo che parla agli uccelli e accarezza i lupi.
Contro tutto ciò tuonò però papa Pio XI nell’enciclica Rite expiatis, in occasione del 700° anniversario della morte di san Francesco. Riguardo alle finalità dell’apostolato del Santo e alla sua fisionomia spirituale il Santo Padre ebbe a dire: «Essendo Araldo del Gran Re, egli volse le sue mire a far sì che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che dei fiori e degli uccelli, degli agnelli, dei pesci e delle lepri si rendessero soltanto sdilinquiti amatori»1.


Un’ecologia cristiana
Certo, non dimentichiamo che nel 1979 papa Giovanni Paolo II con la lettera apostolica Inter sanctos proclamò ufficialmente san Francesco “patrono dei cultori dell’ecologia”, ma sicuramente nella mente del Santo Padre la nozione di ecologia era ben distante da quella proposta dalla maggior parte degli ecologisti. Un’ecologia cristiana vede nel creato – intendendo con questo solo la natura animata e inanimata, escluso l’uomo – un grande dono dato all’essere umano, non solo per il suo sostentamento materiale e fisico ma anche come ausilio per la sua vita intellettuale, per la sua condotta morale e, non ultimo, per la sua vita spirituale. In questo senso dobbiamo comprendere come il comandamento dato ad Adamo di soggiogare e dominare la terra (cf. Gen 1,28; 3,23) non significhi sfruttarla o adoperarla secondo la sua arbitraria volontà: sicuramente il Signore vuole che l’uomo utilizzi la terra per sopravvivere e che ne tragga nutrimento tramite i suoi frutti; che ne abbia protezione e mezzi per vivere più dignitosamente, ad esempio bruciando la legna per scaldarsi; che ne usi tutte le potenzialità, tramite una migliore conoscenza dei cicli naturali. Allo stesso tempo vuole che l’uomo mangi anche degli animali, così come esplicitamente disse a Noè e ai figli, rinnovando la sua benedizione dopo il Diluvio universale: «Ogni essere che striscia e ha la vita vi servirà da cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe» (Gen 9,3). Tuttavia tale dominio dell’uomo verso le altre creature animate e inanimate non significa appunto arbitrarietà e irrazionalità nell’uso, ovvero non implica la possibilità di abusarvi: tale dono dato dal Signore alla prediletta tra le sue creature – quella “a sua immagine e somiglianza” (Gen 1,26) – è infatti un capitale che ogni generazione deve usare e trasmettere alle generazioni successive, perché esse non abbiano poi a penare per la mancanza di questo necessario ausilio o per la sua rovina. Se tale dominio deve essere condotto in maniera razionale significa che ha anche una valenza morale, ovvero che si può peccare contro questo, distruggendo l’ambiente e così oltraggiando il suo Creatore e mettendo in difficoltà le generazioni successive, cioè mancando di giustizia verso il prossimo.
Come si può ben vedere, comunque, ogni peccato contro l’ambiente e la natura è tale soprattutto in relazione al Creatore e agli uomini che vengono danneggiati dal comportamento immorale e irrispettoso, e non tanto verso la natura stessa, la quale secondo la volontà di Dio rimane sottomessa all’uomo. Non a caso l’esperienza di san Francesco d’Assisi attesta proprio il dominio dell’uomo sulle creature, dominio che si fa tanto più perfetto quanto più l’uomo si perfeziona. Scrive san Bonaventura a riguardo: «Quell’uomo beato [san Francesco] fu così meravigliosamente soave e potente da domare gli animali feroci, addomesticare quelli selvatici e ammaestrare quelli mansueti, riconducendo all’obbedienza verso l’uomo quelle bestie che gli si erano ribellate dopo il peccato originale».


L’ecologia senza Dio e contro l’uomo
Purtroppo non è questa la visione dei variegati ecologisti e ambientalisti che con le loro ossessive campagne mediatiche rappresentano uno dei gruppi di pressione più influenti nella vita della nostra società. La prospettiva di un’ecologia cristiana ha sempre al suo centro Dio Creatore e il dominio umano sul creato, mentre la visione attuale dell’ecologia normalmente esclude Dio – quando non lo nega esplicitamente – e considera l’uomo un fattore di turbamento del cosmo, il primo agente da combattere, in quanto avversario dell’ecologia e dell’ambiente.
Basterebbe una ricerca su internet per capire che non è facile trovare un denominatore comune tra tutte le tendenze che prendono il nome di “ecologismo”. Si va da “vitalismo terrestre” dei sostenitori di Gaia, secondo i quali la terra non sarebbe semplicemente un pianeta in cui è possibile la vita degli esseri viventi ma sarebbe essa stessa un unico grande sistema vivente, a cui pertanto viene dato il nome della dea greca della terra. Si passa poi per i sostenitori dell’ecosocialismo che attribuiscono la causa dell’inquinamento al capitalismo, il quale sarebbe anche altresì causa delle guerre, da cui anche il nome di ecopacifismo, che non di rado però diviene anche ecoterrorismo. C’è poi il conservazionismo più moderato, che sostiene politiche di mantenimento, o l’econazionalismo, in cui l’amore alla nazione si fonde ambiguamente a quello per l’ambiente. Tra gli ecologisti non vanno dimenticati i teorici della decrescita sostenibile, nelle quali si intersecano valutazioni e opinioni di altro tipo. Non c’è bisogno comunque di arrivare all’ecologia profonda del “Movimento per l’estinzione umana volontaria” – sostenitore di posizioni neo-catare sulla volontaria estinzione del genere umano – per comprendere però che tutti questi ecologismi e ambientalismi si ritrovano nell’individuare nell’uomo il primo nemico dell’ambiente e dell’ecologia. Non a caso quasi tutte queste prospettive ecologiste sostengono più o meno apertamente l’aborto e il controllo delle nascite – sulla scia del Club di Roma di Peccei – ritenendo che la crescita del genere umano costituirebbe una catastrofe ambientale, anche per il fatto che le risorse alimentari non sarebbero sufficienti per sfamare tutta la popolazione. Siamo così agli antipodi dell’ecologia cristiana: mentre per un cristiano l’ambiente va rispettato in quanto utile e finalizzato all’uomo, per questi ecologismi l’ambiente va salvato combattendo l’uomo. Il Santo di Assisi contro queste aberrazioni avrebbe gridato, come riportato dalla Compilatio perusina: «Ogni creatura dice e grida all’uomo: Dio mi ha fatto per te!».


La natura come scala verso Dio
C’è però una dimensione più spirituale del rapporto tra uomo e natura che il nostro san Francesco seppe cogliere forse più che ogni altro santo nella bimillenaria storia della Chiesa. La natura non è solo a servizio del sostentamento materiale dell’uomo ma anche a servizio del suo perfezionamento spirituale e morale.
Non va dimenticato in primo luogo che la conoscenza dell’esistenza di Dio si schiude nella mente dell’uomo proprio dal contatto con le realtà esterne: le cinque vie di san Tommaso d’Aquino sono in questo senso un percorso che dalla Creazione porta la creatura al Creatore. Qualcosa di più e di più perfetto è però l’esperienza spirituale di san Francesco che, qualche decade dopo, san Bonaventura seppe tradurre in termini filosofici e teologici più accurati tramite il concetto di esemplarismo. Per il Dottore francescano il collegamento tra Dio e la Creazione non è assicurato solo dalla dipendenza nell’essere delle creature, cioè dal fatto che sono state create da Dio e sono mantenute da Lui nell’esistenza. C’è un altro piano su cui valutare questa dipendenza. Creando, Dio comunica qualcosa di Se stesso alle creature, le quali portano in sé quindi una traccia del Creatore: tutte le creature pertanto portano in sé tracce della Santissima Trinità e sta all’uomo scovare in esse queste tracce e, tramite di esse, innalzarsi a Dio. In termini filosofici diremmo che Dio non è solo la causa efficiente delle creature – comunicando ad esse l’essere – ma anche la causa esemplare, il modello con cui sono generate. Tale riferimento però va visto in una dimensione gerarchica: le creature irrazionali sono solamente un “vestigio”, cioè come un’impronta che il piede di Dio lascia sulla terra; l’uomo è invece nella sua stessa natura un’“immagine”, in quanto la perfezione della natura razionale gli permette di relazionarsi con Dio sul piano dell’intelletto e della volontà; infine nell’anima elevata dalla grazia non c’è solo l’immagine ma anche la “somiglianza”, in quanto comunicazione speciale della natura divina all’uomo. Un universo visto come una manifestazione di Dio e delle sue perfezioni, da scoprire sotto il manto della natura. Un universo come continua fonte di meditazione e di contemplazione, per scovare dietro le creature il Creatore, e sempre più perfettamente infiammarsi di amore per Dio. Così nel Cantico delle Creature «frate sole [...] è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo porta significatione».
È questo il senso dell’amore di san Francesco per la natura, come ci ricorda il beato Tommaso da Celano: «Riferendo al Creatore tutto ciò che trovava e ammirava nelle creature [...] nelle bellezze del creato vedeva un riflesso della somma Bellezza celeste». O come ancor più dettagliatamente spiega san Bonaventura: «Tutto assorto nell’amore di Dio, il beato Francesco considerava la bontà del Signore non solo in sé ma anche in ogni creatura; pertanto egli era preso da un singolare e cordiale amore per quelle creature, specialmente per quelle che gli rivelavano qualcosa di Dio».


La signoria sul creato
La natura secondo la spiritualità francescana è dunque come un’opera d’arte nella quale possiamo scovare la mano del divino Artista e innalzarci a Lui, lodando la sua maestria. Tuttavia dobbiamo anche valutare che l’uomo stesso nella sua attività spirituale può e deve perfezionare questa opera e facendo ciò restaurerà quella signoria sul creato che ha perso con il peccato originale. Questa d’altra parte non significa un dominio abusivo e tirannico, ma un innalzamento della natura a un livello superiore e più perfetto. Come abbiamo già visto, Dio in qualche modo, assimilandoci a Lui con la grazia, ci innalza da semplice “immagine” a una più perfetta “somiglianza”: questa nostra elevazione è operata da Dio tramite il perfetto mediatore, Gesù Cristo nostro Redentore. Tuttavia spetta anche a noi, in qualche modo, cooperare alla “redenzione” di ciò che è inferiore a noi nella scala gerarchica, quindi delle creature irrazionali. Evidentemente non si tratta di una vera “redenzione”, in quanto le creature irrazionali non possono peccare, ma si tratta di sollevare la creazione da quello stato ben descritto da san Paolo: «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8,22).
Questo è ciò che fece anche san Francesco nel Cantico delle Creature: la personalizzazione delle creature irrazionali (frate sole, sora luna e le stelle, sora aqua, frate foco e madre terra) non è certamente espressione di paganesimo o di panteismo – e tanto meno un preludio alla “Gaia” neo-pagana – ma piuttosto del fatto che l’uomo, assimilando a sé le creature, le rende capaci di cantare la lode di Dio, quasi come fratelli e sorelle. È questa la perfetta espressione del dominio dell’uomo sul mondo: nel cantare le lodi di Dio, tramite la contemplazione della bellezza del creato, l’uomo ritorna ad essere veramente signore della terra – così come Dio lo aveva istituito prima del peccato originale – e, così facendo, innalza anche la natura a un livello superiore. Questo è il senso più completo dell’ecologia cristiana: non solo rispettare il creato per non offendere il Creatore e per non ledere i diritti del prossimo, ma far rientrare tutto il creato in quella lode a Dio che solo l’uomo e gli angeli, tra tutte le creature, sono in grado di dare.  


NOTA
1 È opportuno spiegare il termine “sdilinquiti” che significa “languidi, fiacchi, svenevoli, leziosi”.