RELIGIONE
Celibato: il Sacerdote come Gesù
dal Numero 20 del 19 maggio 2019
di Suor M. Gabriella Iannelli, FI

Gesù è la personificazione umana della Purezza divina e il sacerdote, aderendo a Lui radicalmente, partecipa alla sua stessa vocazione d’amore esclusivo verso la Chiesa. Quella del celibato, per il sacerdote, è una vocazione da abbracciare con libera e amorosa decisione e rinnovare continuamente.

Con gli angeli e con la Vergine Immacolata, l’anima che consacra a Dio la sua verginità realizza la “sequela Christi” nella maniera più radicale, aderendo non solo agli insegnamenti del Vangelo, ma imitando Gesù vergine nella sua dedizione totale al Padre e al Regno dei cieli.
Gesù è il Logos eterno sussistente nella Trinità Santissima che incarnandosi porta sulla terra, nella Chiesa, il dono della verginità che «è un raggio dello splendore di Dio Uno e Trino, purissimo essere, purissimo atto, purissima fecondità, purissimo amore» (1). Gesù, il Verbo incarnato, dunque, è il Vergine per eccellenza e per essenza, la personificazione umana della purezza divina.
La vita religiosa con la professione dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza immette proprio sulle orme di Cristo, conformando il consacrato a Cristo vergine che «non ha dove posare il capo» (Mt 8,18), «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,4).
Il Sacerdozio è ancor più configurazione a Gesù Cristo nella sua missione sacerdotale-vittimale che richiede un cuore indiviso, completamente donato a Dio e alle anime. «Cristo – afferma san Paolo VI – rimase per tutta la sua vita nello stato di verginità, il che significa la sua totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini. Questa profonda connessione tra la verginità ed il sacerdozio, in Cristo, si riflette in quelli che hanno la sorte di partecipare alla dignità e alla missione del Mediatore e Sacerdote eterno, e tale partecipazione sarà tanto più perfetta, quanto più il sacro ministro sarà libero da vincoli di carne e di sangue» (2).
In altri termini, quanto più il sacerdote vivrà la sua verginità e la sua appartenenza totale a Cristo, tanto più si configurerà a Lui e diverrà un’immagine del Buon Pastore che tutto dona per le sue pecore: «Egli, lasciando il padre e la madre – conferma il papa san Giovanni Paolo II –, segue Gesù buon Pastore, in una comunione apostolica, a servizio del Popolo di Dio. Il celibato è dunque da accogliere con libera e amorosa decisione da rinnovare continuamente, come dono inestimabile di Dio, come “stimolo della carità pastorale”, come singolare partecipazione alla paternità di Dio e alla fecondità della Chiesa, come testimonianza al mondo del Regno escatologico» (3).
Qui il Papa mette in evidenza tutti i motivi di quella verginità che è alla base della consacrazione e missione sacerdotale:  
- dono inestimabile di Dio;
- stimolo della carità pastorale;
- singolare partecipazione alla paternità di Dio e alla fecondità della Chiesa;
- testimonianza al mondo del Regno escatologico.
La connessione profonda tra verginità e sacerdozio ha anche altre ragioni: «Preso da Cristo Gesù – scrive Don Dolindo Ruotolo – fino all’abbandono totale di tutto se stesso a Lui, il sacerdote si configura più perfettamente a Cristo anche nell’amore col quale l’Eterno Sacerdote ha amato la Chiesa, offrendo tutto Se stesso per Lei, al fine di farsene una Sposa gloriosa, santa e immacolata. La verginità consacrata dei sacri ministri manifesta, infatti, l’amore verginale di Cristo per la Chiesa e la verginale e soprannaturale fecondità di questo connubio, per cui i figli di Dio né dalla carne, né dal sangue sono generati» (4).
Il sacerdote, configurato a Cristo, deve amare la Chiesa con amore sponsale e da tale connubio deve scaturire una fecondità soprannaturale che genera non nella carne, ma nello spirito. Il sacerdote non rinuncia alla sua capacità generativa; la vive e la rende feconda ad un livello più alto, nella dimensione soprannaturale, permettendogli di generare non alla vita fisica, ma alla vita imperitura della grazia. Pensiamo alla sovrabbondanza di vita soprannaturale che scaturisce dall’amministrazione dei Sacramenti, soprattutto del Battesimo, della Confessione e dell’Eucaristia... Pensiamo alla grazia, “vita divina”, che il sacerdote può donare attraverso ogni atto del suo ministero sacerdotale: la direzione spirituale, la catechesi, o anche attraverso una semplice esortazione, un gesto, un sorriso... Rivestito di Cristo, unito a Lui, egli può essere una continua fonte di vita per le anime, una vita non visibile e palpabile come quella fisica, ma vita altrettanto reale, e molto più preziosa, che fluisce nel segreto dell’anima e la vivifica. Una semplice parola o un solo sguardo di san Pio da Pietrelcina avevano la forza di scuotere le anime, un suo sorriso rimaneva stampato nel cuore e diventava forza per affrontare e superare tentazioni e tribolazioni.
Il sacerdote, se vive in pienezza la sua vocazione all’amore esclusivo per il Signore e per la Chiesa, diventa davvero il Padre delle anime. Non gli mancherà il calore di una famiglia perché, con la forza della sua generatività soprannaturale, sarà capace di creare intorno a sé una famiglia spirituale capace di donargli “al centuplo” calore e affetto: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Mc 10,28-30).  


NOTE
1) Don Dolindo Ruotolo, Nei raggi della grandezza e della vita sacerdotale, Napoli 1940, p. 755.
2) Paolo VI, Sacerdotalis caelibatus, n. 21.
3) Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 29.
4) Paolo VI, Sacerdotalis caelibatus, n. 26.