RELIGIONE
Il clandestino di Maria che a Mosca le consacrò la Russia
dal Numero 12 del 24 marzo 2019
di Carlo Codega

La prima picconata al Muro di Berlino – e al sistema comunista di cui fu simbolo – fu data 35 anni fa, il 24 marzo 1984, quando il “Vescovo della Chiesa clandestina” varcò in incognito la Piazza Rossa di Mosca per adempiere un singolare “mandato”...

24 marzo 1984, Cremlino di Mosca. Un uomo elegantemente vestito con una lunga giacca e un cappello scuro si stacca dal gruppo di cui fa parte per aggirarsi con passo svelto lungo la navata della vecchia cattedrale di San Michele Arcangelo, trasformata dal comunismo in un museo. Gli splendori dell’arte cristiana orientale sopravvissuti alla distruzione e alla barbarie – e malignamente lasciati dalla propaganda comunista come relitti della superstizione cristiana sconfitta – non destano particolarmente l’attenzione del nostro visitatore che, risoluto, punta diretto verso l’altare maggiore. Giunto davanti a questo, si siede su una panca, come a volersi riposare dalla fatica, e immediatamente estrae dalla tasca del cappotto la Pravda – il giornale del regime comunista – che legge a lungo e con attenzione, quasi sillabando sulle labbra le parole che legge. Dopo un buon lasso di tempo passato a sillabare le pagine della Pravda, eccolo alzarsi e, riponendo il giornale in tasca, ritirarsi verso il portone d’ingresso, senza alcuna intenzione di perdere altro tempo lì.
Uscito nel Cremlino su quella che un tempo era denominata “piazza delle cattedrali”, l’attempato turista – capelli bianchi e sguardo pieno di bonomia – dirige questa volta i suoi passi verso il secondo edificio, quello che una volta era la cattedrale della Dormizione di Maria, teatro delle incoronazioni imperiali e dell’ultima celebrazione ortodossa moscovita prima dell’inizio delle persecuzioni. Varcata la soglia, il vecchio signore si ferma un attimo, contemplando con uno sguardo triste la sorte di questa magnifica cattedrale, anch’essa secolarizzata e trasformata in museo e luogo di concerti. Si tratta però solo di un attimo: immediatamente il turista si riprende dall’assopimento per raggiungere – anche questa volta – l’altare maggiore. Questa volta però anziché fermarsi sulle panche si avvicina di più all’altare, quasi a voler meglio osservare il dipinto della Madonna Assunta, appoggiando la schiena sul trono imperiale alle sue spalle. In quel luogo, un po’ in penombra e discosto dalla folla, il simpatico visitatore sosta per qualche decina di minuti armeggiando alternativamente nella borsa e nella camicia, mentre pronuncia a memoria qualche parola incomprensibile per chi gli passa vicino. Finita questa operazione l’attempato signore – in cui il vivo rossore in volto faceva contrasto con la capigliatura – riprende la via dell’uscita, verso la Piazza Rossa, calando sugli occhi il suo cappello e stringendosi nella sua sciarpa.
I custodi e le guardie hanno guardato a lungo quello strano personaggio, ma che potevano dire? Un visitatore del Museo che legge la Pravda, non potrà essere che un buon comunista! In realtà con quelle strane operazioni e in quello strano luogo, quello strano personaggio aveva dato inizio alla fine del regime comunista. Ma chi era e cosa ha fatto quell’uomo quel 24 marzo 1984 al Cremlino? Per capirlo dobbiamo tornare qualche decennio indietro...


Preludio: Fatima, consacrazione e comunismo

Il 13 luglio 1917 alla Cova di Iria in Portogallo i tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francisco, che già nei mesi precedenti erano stati spettatori di apparizioni mariane, ricevono dalla Beata Vergine Maria una rivelazione epocale, la più importante dell’intero ciclo di apparizioni: parliamo dei tre segreti di Fatima. Dopo aver mostrato loro la condanna all’inferno eterno che subiscono le anime di molti poveri peccatori, la Madonna consegna all’umanità tramite questi tre fanciulli un messaggio profetico in cui è rinchiusa l’intera storia del secolo XX. Dopo aver preannunciato la seconda Guerra mondiale – ancor più terribile di quella che l’Europa stava allora vivendo – l’Immacolata spiega loro che è ancora possibile fermare il braccio di Dio che vorrebbe punire l’umanità peccatrice con il flagello della guerra: «Per impedire tutto questo, sono venuta a chiedere la Consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se ascolterete le mie richieste, la Russia si convertirà e avrete pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate. Infine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace».
Dodici anni dopo, nel 1929, quando ormai Francisco e Giacinta – oggi canonizzati – erano morti, è la sola Lucia, divenuta suora dorotea, a ricevere qualche spiegazione ulteriore circa questa consacrazione. Mentre era in preghiera notturna davanti al Santissimo, l’Onnipotente specificò a suor Lucia in che cosa consistesse la consacrazione della Russia: «è giunto il momento in cui Dio chiede che il Santo Padre faccia, in unione con tutti i vescovi del mondo, la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato, promettendo in questo modo di salvarla». La consacrazione della Russia che avrebbe salvato non solo questo Paese ma l’intero mondo dal flagello del comunismo, sarebbe dovuta dunque essere operata dal Santo Padre in unione con i vescovi del mondo: da qui lo zelo di suor Lucia, sin da quegli anni, nello scrivere a vescovi e al Papa stesso per ottenere l’esaudimento della richiesta di Gesù. Da qui anche l’insistenza con cui reiterò in vari modi e a vari papi la richiesta del Cielo. Conoscere l’origine divina di tale messaggio e constatare che gli uomini di Chiesa tardassero a metterlo in pratica per ragioni diplomatiche o anche per vera e propria diffidenza, fu una vera e propria croce per la veggente. Purtroppo, però, come lo stesso Gesù venne a rivelarle più tardi: «Essi non hanno voluto obbedire alla mia richiesta!... Come il Re di Francia essi si pentiranno, e obbediranno, ma sarà tardi. La Russia avrà già diffuso i propri errori in tutto il mondo, causando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. Il Santo Padre avrà molto da soffrire».


Gli errori del comunismo

E in effetti il comunismo avviluppò con i suoi tentacoli tutta l’Europa: dopo la Rivoluzione bolscevica del 1917 vi fu la diffusione dei partiti comunisti in tutto il mondo occidentale e poi la seconda Guerra mondiale, vero trampolino di lancio per l’Unione Sovietica che – in forza della vittoria contro il Terzo Reich – poté spartirsi il mondo con gli Stati Uniti d’America. Se molte zone si limitavano a essere più o meno pacificamente nella sua sfera d’influenza, altre erano state direttamente annesse all’Unione Sovietica, mentre altre ancora erano governate dai partiti comunisti dei rispettivi paesi, nominalmente indipendenti dalla Russia ma tutti diretti più o meno evidentemente da Mosca.
Questa era in particolare la sorte della maggior parte dell’Europa orientale – che aderiva al cosiddetto “Patto di Varsavia” – e del Paese da cui dobbiamo riprendere il nostro racconto: la Cecoslovacchia, unione delle tre regioni storiche della Boemia (o Cechia), della Moravia e della Slovacchia. È proprio dalla Slovacchia, dal paese di U?atín in particolare, che proveniva il personaggio da cui abbiamo iniziato il nostro racconto: Pavol Mária Hnilica, nato il 30 marzo 1921 e divenuto, per benevolenza divina, sacerdote e poi vescovo di Santa Romana Chiesa. Chi era costui e perché la sua strana visita ai Santuari soppressi del Cremlino? Per rispondere in una sola parola basterebbe segnalare il “mandato” che il vescovo Ròbert Pobožný – suo consacratore – gli consegnò dopo la sua ordinazione episcopale: «Non ti posso affidare nessuna diocesi in senso giuridico, però la tua diocesi si estende da Berlino verso Mosca, fino a Pechino». E difatti monsignor Hnilica fu un grande – anzi un acerrimo – nemico del comunismo e al contempo un grande apostolo di Fatima e della sua spiritualità: la sua visita al Cremlino si inserisce anzi perfettamente in questo quadro. Lasciamo però ad un prossimo articolo la straordinaria vita di monsignor Hnilica, morto nel 2006, e concentriamoci invece su ciò che lo portò nel centro ideologico del comunismo ateo quella giornata del 24 marzo 1984.


Vescovo della Chiesa clandestina

Il particolare “mandato” ricevuto dal vescovo di Roznava, monsignor Pobožný, si spiega alla luce della situazione della Chiesa slovacca dell’epoca. Entrati nell’area del Patto di Varsavia e praticamente sottomessi ai secolari nemici Cechi, gli Slovacchi al termine della seconda Guerra mondiale dovettero subire ancor più una violenta persecuzione religiosa che, se non fu la più sanguinaria, fu certamente tra le più dure. Dopo l’incameramento dei beni ecclesiastici, la soppressione delle associazioni cattoliche, la chiusura di seminari e l’arresto di ben 5 vescovi e di centinaia di seminaristi e religiosi, l’unica strada che rimase aperta al Cattolicesimo per sopravvivere fu quella della “Chiesa del silenzio” o “Chiesa clandestina”. Per evitare iniqui e umilianti patti con il regime comunista, i vescovi slovacchi scelsero la strada della clandestinità: operare al nascosto del regime, preferendo che vescovi e preti rimanessero ufficialmente sconosciuti piuttosto che sottomettersi al controllo o alla tutela di un regime ateo. Per questo quelli che ufficialmente erano operai o studenti, erano in realtà preti, religiosi e vescovi che operavano senza pubblicità e di nascosto per il bene e la salvezza delle anime.
La consacrazione di monsignor Hnilica si spiega proprio in quest’ottica: il giovane gesuita ricevette l’ordinazione sacerdotale dal vescovo di Roznava – degente in ospedale – il 29 settembre 1950 e dopo pochi mesi l’ordinazione episcopale, nei sotterranei del medesimo ospedale, il 2 gennaio 1951. Nel breve tempo in cui poté rimanere nella sua patria il neo-vescovo (a soli trenta anni) fu il vero e proprio centro della Chiesa clandestina slovacca: in pochi mesi, con grande impegno e dispendio di energie, scovò candidati al sacerdozio e viaggiando per tutta la Slovacchia ordinò oltre 40 preti e un vescovo, Jan Korec, destinato a soffrire dodici anni di prigionia sotto i comunisti. Ma il suo agire non scappò all’occhiuta polizia comunista che ne ottenne una condanna a morte, valida in tutti i paesi legati all’Unione Sovietica: a quel punto i superiori gesuiti chiesero a Pavol Hnilica di lasciare il Paese e recarsi a Roma, per informare Pio XII della situazione slovacca. Così fece il giovane vescovo: la notte del 2 dicembre 1951, guadando la Morava, giunse in Austria e da lì a Roma. Da vescovo di una Chiesa clandestina in Slovacchia divenne vescovo clandestino a Roma, in quanto il Papa – pur approvando completamente l’operato dei vescovi slovacchi – non volle che si divulgasse la sua consacrazione episcopale e così Pavol, per i successivi dodici anni, rimase agli occhi di tutti un semplice sacerdote gesuita scappato dalla persecuzione comunista.


Vescovo clandestino nella Chiesa

In realtà la sua non fu tanto una fuga quanto un modo ancora migliore per realizzare quel “mandato” ricevuto alla sua consacrazione. Lui che aveva sperimentato sulla sua pelle cosa significasse il comunismo ateo si diede anima e corpo a divulgare in tutto il mondo cosa stesse succedendo nei Paesi comunisti e si adoperò per aiutare i fratelli cristiani rimasti là, fondando l’associazione Pro Deo et fratribus, che aveva come fine l’aiuto delle chiese clandestine nei territori comunisti. E il suo non fu un mero impegno a distanza: grazie alla sua duttilità e al fine ingegno e prudenza del suo segretario, un ex soldato polacco anticomunista di nome Laskowski, poté numerose volte recarsi in Paesi comunisti in incognito o con falsi documenti per sostenere e incoraggiare i cristiani là oppressi e per mantenere contatti tra la gerarchia e il Vaticano.
Già nei tempi passati in prigionia in Cecoslovacchia monsignor Hnilica si scontrò con il messaggio della Madonna di Fatima: il fatto che l’Immacolata avesse da oltre trenta anni profetizzato tutto quello che lui stesso aveva vissuto sulla sua pelle e che la stessa Santissima Madre di Dio avesse fornito anche la soluzione a questo grave problema, non poteva lasciarlo indifferente. In effetti oltre a essere un anti-comunista militante – non per faziosità politica ma per necessità religiosa – monsignor Hnilica divenne un grande apostolo di Fatima. La devozione al Cuore Immacolato di Maria si innestò sulla sua genuina fede cattolica appresa in casa e sulla tradizionale devozione slovacca all’Addolorata, per generare una sintesi in cui il messaggio di Fatima risultava il vero centro di tutta la storia religiosa e politica dei suoi tempi. La Madonna doveva salvare il mondo dalla piaga del comunismo come già aveva collaborato con Cristo all’opera di salvezza dell’umanità compiuta sotto la croce: non a caso l’Addolorata per monsignor Hnilica era anche la Corredentrice, titolo con cui avrebbe voluto chiamare una fondazione religiosa da lui istituita, se non gli fosse stato impedito da alcune correnti teologiche “minimaliste” presenti nelle Congregazioni della Santa Sede. Ad ogni modo per Pavol Hnilica – vescovo di tutti i cattolici sotto il regime comunista – la questione era chiara: bisognava combattere il comunismo con tutti i mezzi e con tutto l’impegno personale possibile, ma la vittoria sarebbe arrivata solo usando quell’arma che il Cielo aveva già indicato, la Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria.


Con Fatima contro l’Ostpolitik

Purtroppo però la morte di Pio XII segnò anche la fine dell’atteggiamento di aperta condanna del comunismo avuto fin da allora dalla Chiesa nei confronti del comunismo. L’ascesa di Giovanni XXIII – molto scettico nei confronti delle apparizioni di Fatima – e la morte del segretario di stato Domenico Tardini, segnarono l’ascesa del cardinal Agostino Casaroli, il quale volle rivedere completamente l’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del comunismo: non più condanna ma dialogo, dal che l’abolizione della scomunica per i comunisti (decisa da Pio XII nel 1949); non più scontro frontale ma ambiguo patteggiamento di qualche concessione per i cristiani a fronte di cessioni molto più sensibili ai regimi. È la famosa Ostpolitik che la Santa Sede avrebbe abbracciato per quasi vent’anni, fino all’ascesa di Giovanni Paolo II.
La Chiesa Cattolica in tal modo veniva a patti con dei regimi apertamente atei, preferendo in qualche modo il disonore alla persecuzione, anche se la scelta del primo non comportò la fine della seconda. Se le “aperture” dei regimi comunisti nei confronti della Chiesa potrebbero sembrare positive, va in realtà segnalato che esse costarono il totale abbandono della Chiesa clandestina – che fino ad allora aveva eroicamente resistito sino al martirio per difendere la Fede – e la compromissione di molti sacerdoti e religiosi con il regime, da cui dovevano ottenere permessi e di cui divenivano in qualche modo dipendenti. Molto più tardi lo stesso Hnilica ebbe a definire la politica scelta dalla Segreteria di Stato un «accomodamento scellerato». Tale ambiguo atteggiamento trovò il suo apice al Concilio Vaticano II: per permettere agli osservatori della Chiesa ortodossa di intervenire, il Vaticano – tramite il cardinal Tisserant – negoziò il famoso Accordo di Metz, promettendo che il Concilio non avrebbe in alcun modo condannato il comunismo! Così la costituzione dogmatica Gaudium et spes, che riguarda i rapporti della Chiesa con il mondo moderno, dimentica completamente la più grande piaga e il più grande problema che la Chiesa fronteggiava in quegli anni. E fu proprio al Concilio che Paolo VI, nel 1964, svelò a tutta la Chiesa che Pavol Hnilica era un vescovo ordinato clandestinamente, permettendogli quindi di partecipare all’assise conciliare. Qui monsignor Hnilica non solo appoggiò il tentativo di un gran numero di padri conciliari di ottenere la condanna esplicita del comunismo e la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato secondo le richieste della Madonna a Fatima, ma personalmente – alla luce della sua esperienza – tuonò contro coloro che avevano sviluppato questa ambigua politica di dialogo e di sdoganamento del comunismo all’interno della Chiesa Cattolica. Al Concilio poté affermare dall’alto della sua autorità morale: «Parlo per mia diretta esperienza e per quella dei preti e religiosi conosciuti in prigione e con i quali ho sopportato i pesi e i pericoli della Chiesa [...] la storia ci accuserà giustamente di pusillanimità o di cecità per questo silenzio».
Per il Vescovo slovacco le aperture del comunismo verso il Cristianesimo non erano un cambiamento di atteggiamento ma una nuova tattica di questa ideologia intrinsecamente malvagia e atea: dato che non poteva sconfiggere la Chiesa il comunismo si stava sforzando di pervertirla dal di dentro, tramite accordi e infiltrazioni nei suoi ranghi! Ma le sue grida giunsero inascoltate alle orecchie di papa Giovanni XXIII e di Paolo VI, anzi, dato che il suo fervore ed impegno non venne mai meno, la Segreteria di Stato nel 1971 gli intimò di lasciare Roma – dove la sua presenza era sgradita – per trasferirsi negli USA. Ma monsignor Hnilica non cedette e affermò che si sarebbe allontanato solo se fosse stato il Papa stesso a chiederglielo... cosa che mai avvenne.


A fianco di Giovanni Paolo II

La sua coraggiosa costanza venne premiata in quanto l’ascesa di Karol Wojtyla al soglio pontificio segnò una nuova epoca e la fine della Ostpolitik. Giovanni Paolo II, a differenza dei diplomatici pontifici alla Casaroli, aveva anch’egli conosciuto sulla sua pelle il comunismo e sapeva di quante raffinate sottigliezze e ambiguità sapesse mascherarsi pur di ottenere il suo scopo, pertanto interruppe la ridicola politica dell’accordo a tutti i costi.
Pavol Hnilica conosceva il cardinale di Cracovia già da prima ma l’attentato fallito del 13 maggio 1981 – festa della Madonna di Fatima – segnò un passaggio importante per la nostra storia. Riconoscendo l’intervento della Santissima Madre di Dio in quel proiettile che aveva miracolosamente attraversato il suo corpo senza colpire organi vitali, Giovanni Paolo II chiese a monsignor Hnilica di presentargli un dossier completo su Fatima, i suoi segreti e le richieste della Madonna. Il Prelato slovacco avrebbe fatto di più in quanto aveva ben studiato il modo per far giungere da Giovanni Paolo II la stessa suor Lucia – travestita con l’abito di un’altra congregazione – ma alla fine gli uomini di fiducia del Pontefice preferirono rinunciare a tale visita. Senza dubbio in quella relazione il Vescovo slovacco insistette sulla necessità di arrivare a quella consacrazione della Russia che la Madonna aveva vanamente chiesto ormai quasi cinquanta anni prima, senza che i Pontefici precedenti avessero avuto l’attenzione ad ascoltarlo o il coraggio di farlo. Naturalmente però la “prudenza” troppo naturale della politica vaticana consigliò al Papa nel suo pellegrinaggio per grazia ricevuta del 1982 di non fare il nome di quella terra preferendo consacrare «quegli uomini e quelle nazioni che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno». Tuttavia il Prelato slovacco – dopo essersi recato personalmente al Carmelo di Coimbra per avere lumi da suor Lucia, ora carmelitana – non mancò di segnalare al Pontefice che quella consacrazione mancava delle due caratteristiche specificate dalla Madonna: la menzione del nome della Russia e l’unione con tutti i vescovi del mondo. Se la prima richiesta non fu mai soddisfatta in maniera puntuale, sulla seconda Giovanni Paolo II cercò di interessare l’episcopato mondiale, invitandolo a partecipare alla consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato di Maria che marzo 1984 a Piazza san Pietro, dove sarebbe giunta la statua stessa della Madonna di Fatima. Ed è proprio a questo punto che dobbiamo riallacciarci alla scena centrale.


Tra l’India e Roma c’è Mosca

Il 20 marzo 1984 monsignor Hnilica era in India, in visita ad un’altra delle sue sante amicizie: Madre Teresa di Calcutta, che conosceva dagli anni ’60 e che aveva aiutato anche ad aprire una comunità di suore nella Città del Vaticano. Proprio in quel giorno ricevette la notizia che il Santo Padre aveva invitato tutti i vescovi del mondo a unirsi il 25 marzo alla consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato di Maria: monsignor Hnilica dovette sobbalzare sulla sedia, nel venire a conoscere che finalmente la richiesta della Madonna avrebbe potuto essere esaudita, segnando così la fine del comunismo nel mondo. Nella lettera da Roma era contenuto anche il testo da recitare, nel quale purtroppo il Vescovo slovacco dovette notare l’assenza della menzione diretta della Russia, secondo la richiesta della Vergine. Parlando con la Santa albanese però, il Prelato condivise con lei la riflessione che se almeno un vescovo avesse recitato tale formula a Mosca in qualche modo anche la Russia sarebbe stata inclusa in tale consacrazione, realizzando così – in un certo modo – la richiesta dell’Immacolata. «Peccato che non ci sarà nessuno il 25 marzo a Mosca – sospirò il Vescovo –. Il 25 non ci sarà nessuno a consacrare la Russia». La risposta di Madre Teresa però lo spiazzò: «Ci vada lei! Tenga, prenda il mio rosario. Pregherò per lei». «Ma come... – replicò il Vescovo – è impossibile varcare la frontiera!». Ma la perentoria conclusione della Santa non tardò: «È la Madonna che le aprirà le porte della Russia!». Armato della sola fede in Dio e del rosario della Santa, Pavol Hnilica con alcuni suoi collaboratori – tra cui un monsignore stracarico di medaglie miracolose consegnategli da Madre Teresa – si recò quindi a domandare un visto turistico per la Russia, ottenendolo prodigiosamente. Alla frontiera però il doganiere li fermò, riconoscendo che erano preti cattolici: sciorinando un vocabolario di bestemmie in russo, il doganiere segnalò che in alcun modo avrebbero potuto passare senza un permesso da Mosca. Mentre il Vescovo recitava un Rosario dopo l’altro con la corona di Madre Teresa, il doganiere si affaccendava nel cercare di chiamare con il telefono i suoi superiori a Mosca ma la temperatura gelida (-15°C) aveva messo fuori uso l’apparecchio. Dopo diverse ore di attesa e molti Rosari sgranati, ecco che il doganiere, sfinito, diede il suo lasciapassare: «Ecco entrate... andatevene al diavolo, non voglio più vedervi!».


Consacrare la Russia al Cremlino

Esperto di travestimenti e di scambio di identità, monsignor Hnilica escogitò il piano per poter consacrare la Russia dal suo centro ideologico e spirituale, il Cremlino di Mosca e in particolare le ex-cattedrali ortodosse: con un visto turistico si sarebbe unito a un gruppo di diplomatici stranieri di sua conoscenza, per staccarsi al momento opportuno, effettuare la consacrazione e, addirittura, celebrare una Santa Messa. Così, del tutto privo di segni di riconoscimento religioso, e con il testo della consacrazione nascosto nelle pagine centrali della Pravda, poté entrare nelle cattedrali di San Michele Arcangelo e della Dormizione, proprio al centro del Cremlino. Davanti all’altare maggiore di San Michele, seduto su una panca come per leggere la Pravda, si raccolse in preghiera silenziosa, pensando a tutti i martiri del comunismo, alla fede del popolo russo, alle promesse della Madonna di Fatima. Poi in unione con il Santo Padre e tutti i vescovi del mondo consacrò quella terra e quel popolo al Cuore Immacolato di Maria, perché presto finisse la terribile dittatura comunista che come un gigante stanco si trascinava su quella terra da ormai sette decenni. Nel frattempo il suo collaboratore – mons. Leo Maasburg – spargeva medaglie miracolose per tutta l’ex-cattedrale, sudando freddo per la paura di essere scoperto dalle guardie e dai custodi. Eccoli poi recarsi nella cattedrale della Dormizione e ripetere la consacrazione, ma questa volta – per una forte ispirazione interiore – monsignor Hnilica pronunciò espressamente il nome della Russia. 


Una Messa insolita ma valida

Il Vescovo slovacco però fece ben di più. Appoggiandosi al trono imperiale si poté coprire dalla vista dei custodi e con un metodo imparato in carcere dai suoi confratelli sacerdoti iniziò la celebrazione della Santa Messa, «in un modo insolito ma valido», come disse lui stesso. Nella sua borsa a tracolla teneva una bottiglietta di vino con due gocce di acqua – spacciate per una medicina ai sorveglianti – e una piccola teca di argento con due ostie: grazie a queste poté celebrare in piedi, in maniera calma e orante, la Santa Messa, la prima dopo settanta anni in quel luogo. All’Offertorio rinnovò la consacrazione della Russia e del suo popolo mentre alla Comunione ricordò particolarmente la sua professione religiosa, rinnovando il dono di sé in favore della Chiesa. Un momento di spiritualità altissima, pari solo a quelle delle due ordinazioni clandestine, che lo stesso Hnilica ricordò così: «Mi è difficile descrivere quello che ho provato allora nel mio intimo e dire se mi ha commosso di più la mia prima Santa Messa o questa. Ancora, con insistenza, supplicai il Signore, la Madre di Dio ed il Cielo tutto di porre fine alla rivolta atea in questo grande paese, nel quale tanti popoli sono stati ridotti alla schiavitù spirituale ed intellettuale».
Uscito fuori la sua anima era ancora così accesa da non poter pronunciare alcuna parola ai compagni: nessuna fatica, nessuna sofferenza, nessuna missione e nessun pericolo della sua ricchissima vita avevano l’importanza e il significato di ciò che aveva appena fatto, compiendo la richiesta della Madonna a Fatima. Ormai la Russia non era più nelle sue mani – di lui che era stato fatto “vescovo da Berlino a Pechino” – ma nelle mani, anzi nel Cuore Immacolato, della Santissima Madre di Dio. Sulla piazza del Cremlino dovette fermarsi un poco a contemplare quell’impero ateo che di lì a poco – parola della Madonna – sarebbe crollato: mentre attraversava la città in tram il suo cuore pieno di amore paterno continuava a consacrare ogni dettaglio di quell’amata Russia al Cuore Immacolato di Maria!


Epilogo romano

Quel piccolo e coraggioso gesto di monsignor Hnilica – nonostante i limiti di quella consacrazione voluta da Giovanni Paolo II – sfaldò le basi del comunismo, realizzando ciò per cui il Vescovo slovacco e il Papa avevano lottato tutta la vita: mettere in pratica le richieste della Madonna di Fatima e segnare la fine del comunismo, infernale piaga che aveva investito la terra e l’umanità. La prima picconata al Muro di Berlino – anzi al regime sovietico tutto intero – fu quella consacrazione operata al Cremlino, il cui effetto in termini spirituali e ideali fu quello di una bomba atomica. Qualche settimana dopo i fatti, monsignor Hnilica si recò in visita per una colazione con Giovanni Paolo II, allora in riposo a Castelgandolfo: quando il Prelato slovacco iniziò a raccontare all’amico pontefice in che maniera particolare avesse accettato l’invito del Papa a tutti i vescovi del mondo, la colazione incominciò a prolungarsi fino a durare tre ore. San Giovanni Paolo II, profondamente affascinato e commosso dall’impresa dell’amico vescovo, alla fine non poté altro che rallegrarsi con quello strenuo avversario del comunismo: «Certo che la Madonna ti ha proprio accompagnato per mano». Ma quel combattente con il cuore pieno di devozione infantile per la Santissima Madre di Dio non poté che rispondere con sincerità: «No, Santità. Non mi ha accompagnato per mano ma mi ha portato in braccio!».