APOLOGETICA
Il cattolico cosa deve scegliere: identità o globalizzazione?
dal Numero 1 del 6 gennaio 2019
di Corrado Gnerre

Globalismo e cosmopolitismo sono gli effetti di due presupposti – l’uno antropologico e l’altro teologico – tipici dell’Illuminismo. Comprendiamo perché il Cristianesimo non ha nulla contro il tentativo di proteggere i  “confini” territoriali e culturali.

Dimensione identitaria oppure deriva globalista. Il cattolico cosa deve scegliere?
La Dottrina cattolica parla chiaro: la patria è un valore. L’appartenenza ad un popolo e ad una nazione non è qualcosa di cui (ordinariamente) si possa fare a meno. Dio ha creato l’uomo come essere «naturalmente sociale» (secondo la nota espressione di Aristotele), pertanto la Provvidenza vuole che l’uomo viva all’interno di una società e in questa possa non solo trovare gli aiuti indispensabili alla sua natura (la quale non è autosufficiente), ma anche la possibilità di esprimere i propri sentimenti e riconoscere in essa la propria cultura e il proprio destino.
L’appartenenza nazionale rientra nell’ordine naturale, così come la famiglia. Tant’è che (ordinariamente) ogni uomo deve realizzarsi materialmente e spiritualmente all’interno di queste due comunità. Si tratta di realtà così importanti che la Teologia spirituale afferma che è assai verosimile che per esse la Provvidenza conceda anche un angelo custode. A Fatima le apparizioni della Vergine furono precedute da un angelo che si definì come “Angelo del Portogallo”.
Da qui l’importanza di circoscrivere l’identità. Infatti, non è possibile alcuna identità senza che essa sia facilmente definibile. I confini hanno una ragione ben precisa. Una ragione geopolitica, ma anche culturale. Tant’è che il cosmopolitismo non può essere considerato un valore cristiano, bensì si tratta di un errore illuminista e neo-illuminista.
Il cosmopolitismo, ovvero la convinzione di essere cittadini del mondo, è cadere in una sorta di incontrovertibile anonimato culturale e territoriale, è l’effetto di due presupposti tipici dell’Illuminismo. Un presupposto antropologico e uno teologico.
Un presupposto antropologico. Secondo la concezione illuministica l’uomo va considerato nella natura sensibile (sensismo illuministico). È ciò che affermò La Mettrie: «L’uomo è una macchina». Ora, una convinzione di questo tipo, impedisce di ritenere la cultura (che ha una natura spirituale) come fattore su cui definire il proprio essere e il proprio esistere. Da qui la svalutazione di ogni riferimento identitario, come esito appunto dell’incapacità di capirne l’importanza che questo può e deve avere nella vita del singolo.
Ma – abbiamo detto – il cosmopolitismo illuministico è esito anche di un presupposto teologico, identificabile nel deismo. Questo è la convinzione che Dio esiste, ma è un Dio lontano, distaccato, disinteressato delle faccende umane. Un Dio che non cura, che non accompagna, che non si fa riconoscere in ciò che l’uomo pensa, costruisce e organizza. Da qui la convinzione che il mondo sia tutto uguale. Se Dio è lontano, allora anche la realtà diviene lontana da ciò che l’uomo costruisce... e diviene impietosamente “piatta”, anonima, standardizzata.
Il Cristianesimo, invece, è su un altro piano; e così si capisce anche perché il Cristianesimo non abbia nulla contro i confini, né contro i tentativi di “proteggere” il proprio sistema identitario. Certamente non nella convinzione che ogni sistema culturale abbia identico valore e che non esistano civiltà più vicine alla Verità e civiltà meno vicine alla Verità... no, non si tratta di questo. Si tratta piuttosto di convincersi che il proprio riferimento identitario è cosa preziosa: è il tesoro che si è costruito soffrendo, sacrificandosi, combattendo e immolandosi.
Il generale vandeano, François-Athanase de Charette de La Contrie, combattendo i giacobini, così si espresse sulla patria: «La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disordine e irreligione? Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra. Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. È vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e che vogliono fondare sull’assenza di Dio... Si dice che noi saremmo i fautori delle vecchie superstizioni... Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà».
Scrive san Pio da Pietrelcina: «Se la patria ci chiamerà, dobbiamo ubbidire alla sua voce; se questa chiamata c’impone dolorose prove, accettiamole con rassegnazione e con coraggio» (Epistolario, I, 259).