RELIGIONE
Maria Gaetana Agnesi: apologeta, esegeta, mistica
dal Numero 34 del 2 settembre 2018
di Giuseppe Butrimo

Nata esattamente 300 anni fa, Maria Gaetana Agnesi fu una di quelle anime che illuminano ed elevano l’umanità con il loro sapere e con l’esperienza autentica di una vita vissuta totalmente per Dio e in Dio. A testimonianza di ciò, restano i suoi manoscritti spirituali.

Precedente su questo Settimanale abbiamo visto in breve la vita di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), la geniale studiosa milanese, autrice dell’apprezzatissimo manuale Instituzioni analitiche che conteneva la prima trattazione completa del calcolo integrale e differenziale. All’età di 35 anni ella si ritirò completamente dalla vita scientifica, dedicandosi completamente al servizio di Dio nei poveri. La bella offerta che ella seppe fare dei soldi, della fama, della carriera non poteva rimanere senza una ricompensa tanto più generosa da parte del Signore. Da alcuni suoi scritti possiamo bene intravedere sia l’ardore della sua fede, sia la ricchezza dei doni divini ricevuti.


Difesa dell’ortodossia

Una rara prova della stima e della fiducia di cui la giovanissima Agnesi godeva presso le autorità ecclesiastiche milanesi, la troviamo nel fatto che ad ella – all’età di 25 anni circa – venne chiesto dall’arcivescovo Pozzobonelli di recensire uno scritto controverso (ed eterodosso), vergato da un certo marchese Gorini Corio, che allora inquietava tutta la Lombardia. Sotto il pretesto di difendere la pura religione dagli “snaturamenti”, l’autore muoveva un attacco frontale al culto dei santi, alla venerazione delle reliquie, alla storia della Chiesa e perfino alla devozione mariana.
Nella sua risposta, Maria Gaetana confutò le tesi eterodosse del marchese, citando in difesa della Fede cattolica la Scrittura e i Padri, il Magistero papale e le opinioni dei grandi teologi. Con zelo particolare difendeva la verità della mediazione delle grazie di Maria Santissima. «La Chiesa – scrive l’Agnesi – quando ci fa recitare nelle pubbliche preci Spes nostra salve, intende di parlare propriamente di quel genere di ufficio che Maria esercita cioè di Mediatrice presso il suo divino Figliolo [e] di Madre nostra lasciataci nella persona di san Giovanni sotto la croce, giusta il sentimento concorde de’ Santi Padri, e protettrice, e Avvocata de’ Peccatori, con tutti gli altri titoli approvati dalla Chiesa, e recitati così frequentemente da tutti i fedeli nelle di Lei Litanie». Conformemente alla sana teologia, l’apologista milanese aggiunge che «questo nulla pregiudica all’essere Gesù Cristo l’unica speranza degli uomini, considerandosi esso come principale cagione di tutti i nostri Beni, e la Vergine Santissima come interceditrice autorevole presso del medesimo ed in conseguenza oggetto in questo senso delle nostre speranze». Perciò «l’amore che portiamo a questa gran Signora no’ ripugna al volere Iddio essere solo amato, né ad altro cedere minima parte del nostro amore, poiché tutto l’amore che a Lei portiamo si riferisce a Dio, che in essa ha collocate tante grazie, tanti doni, e tanta efficacia in proteggerci. Né questo ha bisogno di prova essendo sempre stato tale il sentimento della Chiesa, de’ Santi Padri e de’ Dottori, i quali hanno insinuato, e praticato un sommo tenerissimo amore verso la Santissima Vergine, ben sapendo che Iddio si compiace di vedere onorata ed amata dai Fedeli la sua degnissima Madre».
In altri punti della sua risposta, Maria Gaetana difende le crociate, in quanto esse erano portate avanti per secoli interi da «tutti i Sommi Pontefici, dai Santi Concili, da tanti Principi e Re, da tanti uomini dotti ed illustri» che non si possano – come vorrebbe Gorini – facilmente «tacciare d’ignoranza». Una risposta doverosa trovarono anche le ingiurie del marchese nei confronti dei santi e del culto delle reliquie. Tutto l’opuscolo dell’Agnesi venne, infine, con devozione e umiltà deposto «ai piedi dell’Eminenza Vostra [card. Pozzobonelli], acciocché sia pesato dal superiore giudizio della medesima baciandole il lembo della sagra Porpora».


Fiat del Creatore, Fiat della Madonna

Ben posteriore è una meditazione di Maria Gaetana sul mistero dell’Incarnazione, intitolato Ragionamento sacro sulle parole del versetto 1,30 di san Luca: «Invenisti enim gratiam apud Deum»: un testo tutto intessuto di passaggi scritturistici e patristici che contempla le virtù della Vergine nella scena dell’Annunciazione.
«Nessuno oserà lusingarsi di poter conoscere tutte le virtù che adornano la fiamma benedetta di Maria: sono quelle virtù a comporre la corona dei gigli che desta la meraviglia dello Sposo del Cantico (cf. Ct 7,2)». Le virtù della Madonna risplendono nella sua risposta all’Arcangelo: «O Signore – continua l’Agnesi –, si può pensare una risposta migliore per un’anima che si era adornata di tante virtù e che era sempre tesa verso l’unica gloria di Dio con tutti i suoi sforzi?». In quella risposta risplendono soprattutto le due virtù privilegiate: l’umiltà che afferma «Eccomi, sono la serva del Signore» e l’obbedienza che aggiunge: «Sia fatto di me secondo la tua parola»: fiat mihi!
Attingendo da sant’Agostino, Maria Gaetana sottolinea che questo fiat della Vergine ricorda il fiat onnipotente del Creatore, riportato nel libro della Genesi. «Grande il potere di quel fiat che riacquistò agli uomini la grazia perduta! L’umanità era caduta col peccato in orribili viluppi di confusione, miserie, iniquità, tenebra spirituale, spoglia di ornamenti e virtù. Il fiat che esce dalle labbra verginali di Maria fa scendere dal cielo il Liberatore [...]: Fiat mihi secundum verbum tuum: et Verbum caro factum est. La parola del Creatore, il primo fiat, ebbe fatto la luce: Fiat lux et lux facta est. Il secondo fiat chiama il Verbo ed esso discende: Fiat et factum est. Consentit et concepit. E donde questo frutto meraviglioso? Il consentimento e il concepimento nascono dalla santa obbedienza».


Sposa del Crocifisso

Se il fiat del Creatore diede l’inizio al mondo; se il fiat di Maria lo diede all’opera della salvezza, quell’opera trova il suo compimento nel «Consummatum est» del Redentore moribondo sulla croce. E proprio della Passione e Morte di Gesù tratta in modo particolare il terzo preziosissimo manoscritto di Maria Gaetana Agnesi, Il cielo mistico.
Questa volta Gesù è contemplato con gli occhi della sposa del Cantico dei cantici. Sulle prime pagine si ricordano i misteri dell’Incarnazione e della vita nascosta e pubblica del Signore. Ma il vertice della meditazione è la vetta del Calvario, di quel vero monte sul quale «scorre latte e miele», quel monte «insieme più doloroso e delizioso alle anime innamorate». Il dolore si coniuga alla delizia, perché «la Passione di Cristo, contemplata con dolore ed amore, apporta e lascia nello spirito gran copia di grazie celesti accompagnate da mistiche dolcezze ed inenarrabili soavità che sono i frutti saporosi dell’Albero della Croce».
Maria Gaetana viene colpita dallo splendore paradossale del corpo e del volto del Signore contorto dalle torture: «la bellezza della sua deformità, il decoro de’ suoi disonori, la maestà delle sue pene». Perciò, «felice chi può arricchirsi d’un tanto tesoro! Felice chi è chiamato a bere al medesimo Calice della Passione. Felice chi può gustare il medesimo fiele, il medesimo aceto, il medesimo dolore!» – proprio così, perché l’amore rende simile l’amante all’amato. Lo stesso accade con l’anima ai piedi della Croce. «Non può avvenire che si dolga l’uno, senza che pur l’altra si addolori, né può la Diletta vivere colla vita del Diletto, se insieme non spasima e agonizza col medesimo. Io sono del mio amato – dice la Sposa – e il mio amato è mio (Ct 6,3). Io sono specchio al mio Diletto, ed il mio Diletto specchio a me. Ed – ah! – quale specchio di acerbissima rappresentazione, e di mestissime immagini! In quella guisa, che stando due specchi posti di rincontro non può rappresentarsi cosa alcuna in uno, che tosto non apparisca anche nell’altro; così stando la Sposa amante non solamente di rincontro, ma intimamente unita allo Sposo divino, risalta e trapassa da questi a quella [...] la Passione del Crocifisso: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio”. Ciò che fa l’amore, lo stesso fa il dolore, essendo questo dolore figlio dell’amore. Io sono del mio amato: ella per amore sta rivolta al Diletto. E il mio amato è mio: ed il Diletto si specchia nel dolore di lei». Perciò l’Agnesi si chiede: «Tutto il mio Bene è una piaga d’innumerabili piaghe, ed io – che ho il cuore trafitto dal suo amore – non lo avrò ferito dal suo dolore?».
Ma questa scena mistica del dolore e dell’amore non finisce qui. C’è di più: ecco lo Sposo abbraccia la Sposa: «“La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6). Ma che? La sinistra e la destra, che formano i castissimi stringimenti ed amplessi, sono traforate da’ chiodi e confitte sopra la Croce. Come dunque la Sposa non sentirà ella le ferite di quelle punte, ed i dolori di quelle piaghe?». Certamente, la sofferenza dell’anima – per quanto possa ella amare il Signore – è imparagonabilmente minore rispetto a quella del Redentore. Ma, «sebbene passa immensa distanza fra le sue pene, e le pene del Redentore, non è però, che non sia una copia assai viva del Crocifisso, onde dir possa anch’essa coll’Apostolo: “Sono stata crocifissa con Cristo” (cf. Gal 2,19) per opera e per trasformazione di quell’amore, per cui vive essa non già essa, ma in lei vive Cristo addolorato: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)».
L’Autrice non afferma da nessuna parte del trattato di aver personalmente sperimentato ciò che descrive; difficilmente tuttavia si può credere che un simile trattato sia stato frutto del solo studio intellettuale (tanto più che – come lei stessa afferma – si tratta di tali altezze che l’intelletto «cede estatico per lo stupore e per la gioia» e «si ferma, perché oppresso dalla meraviglia»).


Sublimità d’intenzione

L’amore di Cristo: è questa la chiave – e l’unica chiave! – che permette di capire la vita di Maria Gaetana Agnesi. Ed ella stessa ce lo indica nelle ardenti parole del suo manoscritto mistico. Perché rinunciare alla ricchezza, alla fama, alla carriera e perfino alla matematica così cara? La risposta è una sola: per l’amore! «O Dio, che vilissimo concetto la Sposa fa delle ricchezze terrene, degli onori del Secolo, di tutte le vanità del Mondo, e di tutte le pazzie di questa bassa terra! Ah! Più ella si appaga d’un povero vestito, che di un ricco manto; d’uno scarso sostentamento, che di una lauta mensa; di un’abietta solitudine, che di una fastosa comparsa. Tutta è fissata nel prezzo delle divine virtù, tutta intenta a trasformarsi in quelle; tutta innamorata delle bellezze del suo Sposo, il quale con inesplicabile di lei gusto la conduce per questo mistico Cielo, e le scopre la grandezza or dell’una or dell’altra Stella, or di molte insieme tutte radianti di uno splendore tale, che fa scomparire ogni vaghezza terrena». È l’amore che rende grandi anche le opere più minuscole, più nascoste, più umili: «Oh, come però l’anima diletta altamente intende che la santità non consiste in fare opere grandi ed ammirabili, ma nel fare ogni cosa – benché piccola – con sublimità d’intenzione; intenzione di amore, ed abbondanza di grazia santificante».
E così, lo splendore delle stelle brillanti del Cielo mistico non solo «fa scomparire ogni vaghezza terrena», ma allo stesso tempo getta luce sulla vita e sulle scelte di Maria Gaetana Agnesi: una donna geniale che seppe anteporre a tutto l’amore e che trovò una ricompensa sovrabbondante da parte del suo Amato. Donò tutto e tutto ricevette: «Io sono del mio amato, e il mio amato è mio!».  


NOTA
Tutte le citazioni degli scritti di Maria Gaetana Agnesi sono prese da: AA.VV., Maria Gaetana Agnesi, ricercatrice di Gesù Cristo, voll. 1-2, Milano, Centro Culturale Nazarianum 1999.