RELIGIONE
La libertà, unità dell’anima e del corpo
dal Numero 13 del 1 aprile 2018
di Suor M. Gabriella Iannelli, FI

In un capitolo della “Veritatis splendor”, la Chiesa ha voluto richiamare l’attenzione sullo stretto rapporto esistente tra la libertà e la natura umana. La legge naturale non lascia spazio alla divisione tra libertà e natura. Esse sono armonicamente collegate e intimamente alleate l’una con l’altra.

Dopo aver ampiamente spiegato in cosa consista la legge naturale quale legge eterna di Dio, attraverso la quale «la divina sapienza muove tutto al fine dovuto» (san Tommaso d’Aquino) e «la ragione o la volontà di Dio comanda di conservare l’ordine naturale e proibisce di turbarlo» (sant’Agostino), il Santo Padre Giovanni Paolo II completa l’argomento affermando che oltre alla legge naturale, Dio ha provveduto anche ad una legge positiva, che possa esplicitamente manifestare la verità morale e rispondere così con ancora maggiore chiarezza all’interrogativo morale: «L’uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione, in particolare mediante la sua ragione illuminata dalla rivelazione divina e dalla fede, in forza della legge che Dio ha donato al popolo eletto, a cominciare dei comandamenti del Sinai» (n. 44).
L’intera Rivelazione divina contiene degli insegnamenti morali, che trovano la loro sintesi nel Decalogo. In tutta la Bibbia c’è il tema del rispetto e dell’obbedienza alla Legge divina; nei Salmi esso è particolarmente sviluppato assumendo accenti di preghiera, di lode, di gratitudine, di venerazione. La Rivelazione, poi, trova la sua pienezza nel Nuovo Testamento, ed è la Chiesa a ricevere «in dono la Legge nuova, che è il “compimento” della legge di Dio in Gesù Cristo e nel suo Spirito: è una legge “interiore”, “scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3,3); una legge di perfezione e di libertà (cf. 2Cor 3,17); è “la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8,2)» (n. 45).
La legge naturale e quella positiva fanno parte di un unico disegno divino e dell’unica economia della salvezza ed hanno come autore lo stesso unico Dio e come destinatario l’uomo: «In questo disegno non c’è nessuna minaccia per la vera libertà dell’uomo; al contrario l’accoglienza di questo disegno è l’unica via per l’affermazione della libertà» (n. 45).
Il Papa ribadisce ancora il vero concetto di libertà, per fare luce sugli errori che nell’ambito della discussione teologica e anche della morale derivano da un falso concetto di essa. Nel paragrafo successivo, infatti, egli argomenta sul rapporto tra natura e libertà, mettendo in evidenza alcune posizioni estreme che hanno portato ad errori nei quali, tra l’altro, si è già caduti in passato.
L’epoca contemporanea è caratterizzata dall’osservazione empirica, dal progresso tecnico, dai procedimenti scientifici, e ciò comporta un modo diverso di rapportarsi alla realtà, che può sconfinare in una negazione del “soprannaturale” e del fatto che l’uomo è composto anche di un’anima razionale capace di determinarsi. Difatti, denuncia il Papa, «è sembrato che la “natura” sottomettesse totalmente l’uomo ai suoi dinamismi e persino ai suoi determinismi. Ancor oggi le coordinate spazio temporali del mondo sensibile, le costanti fisico-chimiche, i dinamismi corporei, le pulsioni psichiche, i condizionamenti sociali appaiono a molti come gli unici fattori realmente decisivi delle realtà umane. In questo contesto, anche i fatti morali, a dispetto della loro specificità, sono spesso trattati come se fossero dati statisticamente accertabili, come comportamenti osservabili e spiegabili solo con le categorie dei meccanismi psico-sociali» (n. 46). Secondo altri teologi, invece, «l’uomo, come essere razionale, non solo può, ma addirittura deve decidere liberamente il senso dei suoi comportamenti” (n. 47), mentre «i meccanismi dei comportamenti propri dell’uomo, nonché le cosiddette “inclinazioni naturali”, stabilirebbero al massimo – come dicono – un orientamento generale del comportamento corretto, ma non potrebbero determinare la valutazione morale dei singoli atti umani, tanto complessi dal punto di vista delle situazioni» (n. 47).
Per ovviare a queste deviazioni il Papa afferma che «occorre considerare con attenzione il netto rapporto che esiste tra la libertà e la natura umana, e in particolare, il posto che ha il corpo umano nelle questioni della legge naturale. Una libertà che pretende di essere assoluta finisce per trattare il corpo umano come un dato bruto, sprovvisto di significati e di valori morali» (n. 48), cosicché i dinamismi della natura e del corpo umano non sarebbero punti di riferimento per la scelta morale, in quanto estrinseci alla persona e all’atto umano. Il Papa ribadisce che «questa teoria morale non è conforme alla verità sull’uomo e sulla libertà. Essa contraddice agli insegnamenti della Chiesa sull’unità dell’essere umano, la cui anima razionale è per se et essentialiter la forma del corpo. L’anima spirituale e immortale è il principio di unità dell’essere umano, è ciò per cui esso esiste come un tutto – “corpore et anima unus” – (Gaudium et spes, n. 14) in quanto persona. Queste definizioni non indicano solo che anche il corpo, al quale è promessa la risurrezione, sarà partecipe della gloria; esse ricordano altresì il legame della ragione e della libera volontà con tutte le facoltà corporee e sensibili. La persona, incluso il corpo, è affidata interamente a se stessa, ed è nell’unità dell’anima e del corpo che essa è il soggetto dei propri atti morali» (n. 48).
Dopo aver fatto queste importanti precisazioni, di natura teologica, il Papa afferma con forza e chiarezza che: «Una dottrina che dissoci l’atto morale dalle dimensioni corporee del suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione: tale dottrina fa rivivere, sotto forme nuove, alcuni vecchi errori sempre combattuti dalla Chiesa, in quanto riducono la persona umana a una libertà “spirituale”, puramente formale» (n. 49). E poi conclude con espressioni ancora più concrete, passando alla prassi: «L’apostolo Paolo dichiara esclusi dal Regno dei cieli “immorali, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti e rapaci” (cf. 1Cor 6,9-10). Tale condanna – fatta propria dal Concilio di Trento – enumera come “peccati mortali” o “pratiche infamanti”, alcuni comportamenti specifici la cui volontaria accettazione impedisce ai credenti di avere parte all’eredità promessa. Infatti, corpo e anima sono indissociabili: nella persona, nell’agente volontario e nell’atto deliberato, essi stanno o si perdono insieme» (n. 49).