ATTUALITÀ
I mille occhi di Xi Jinping
dal Numero 36 del 3 ottobre 2021
di Pietro Maria Nieri

Oltre alle telecamere sempre più presenti in luoghi pubblici e privati, con la pandemia ci siamo abituati a passare numerosi controlli biometrici. Vantaggi a parte, dobbiamo sapere che il mercato della videosorveglianza è in mano a poche aziende, soprattutto cinesi. Dove finiscono i nostri dati? Potrebbero essere usati contro di noi? Una nuova guerra fredda è in corso e i dati sono il terreno di battaglia.

Una recente indagine della Guardia di Finanza di Pordenone ha scoperto che imprenditori cinesi, organici al governo comunista, avevano acquisito le quote di una società italiana attiva nella ricerca e nella distribuzione di droni (ossia velivoli pilotati a distanza) per scopi militari. L’operazione di acquisto non era passata per gli appositi canali di approvazione statale, la cosiddetta opzione del golden power, che serve a vagliare – ed eventualmente bloccare – l’entrata di capitali e soci stranieri in aziende di interesse nazionale.

I dirigenti della Repubblica Popolare di Cina da tempo hanno avviato una strategia per l’acquisizione da Paesi occidentali di tecnologie o di proprietà intellettuale e know-how in settori strategici. Deve essere chiaro che lo stesso tipo di manovra anche se in altri modi lo fanno in molti, non solo i cinesi, e che il mondo occidentale ha una certa responsabilità nell’aver ratificato il trattato WTO per ampliare il commercio mondiale, permettendo ai capitali cinesi di operare liberamente da noi senza ottenere in cambio una reciprocità di libertà economica per le aziende o investitori occidentali che operano in Cina. Ma quel che più ci interessa qui è sapere che c’è una guerra in atto, condotta in modo incruento, per la supremazia mondiale nella raccolta di informazioni e dati sensibili.

Questa lunga premessa ci serve per inquadrare meglio le ragioni di un altro preoccupante fenomeno: l’invasione di telecamere di sorveglianza di produzione cinese. 

Siamo sempre più abituati ad essere osservati e filmati da telecamere di sicurezza piazzate per strada, nelle stazioni ferroviarie, negli uffici pubblici, presso negozi e aziende. Questi strumenti aiutano la lotta al crimine e permettono sempre più di identificare i responsabili di reati. Al contempo però acquisiscono una mole di immagini spaventosa, permettendo un controllo ubiquitario del territorio e della popolazione. In caso di una giustificata insorgenza popolare a un governo tirannico, ad esempio anticristiano, renderebbero molto più semplice schiacciare la rivolta. 

Oggi inoltre le telecamere di questo tipo sono dotate di software integrati per il riconoscimento facciale o l’individuazione di schemi comportamentali (ad esempio: una persona sta troppo tempo ferma in un luogo, oppure cammina troppo veloce, ecc.). Alcune aziende cinesi producono o il cuore tecnologico o i modelli veri e propri della gran parte delle telecamere di sicurezza usate in Italia. Sono capaci di offrire una qualità discreta a prezzi estremamente più bassi di quelli delle aziende occidentali. E così questi marchi si sono aggiudicati gare Consip (1) per vendere gli strumenti di controllo in ministeri (ad esempio la sede centrale di quello di Grazia e Giustizia e l’annesso Dipartimento Amministrazione Penitenziaria), tribunali, caserme, aeroporti (esempio Malpensa e Fiumicino), stazioni ferroviarie (Termini), aziende pubbliche come la Rai. Sono massicciamente presenti anche in ambiti privati. Con il Covid-19 poi sono aumentate le vendite anche dei termoscanner, anch’essi fabbricati dagli stessi produttori cinesi. Eppure è ben noto che queste telecamere sono scarsamente capaci di resistere ad attacchi hacker e per di più sono gravate dal serio sospetto di backdoor (cioè porte di servizio informatiche) da cui manderebbero dati in Cina. Questo sospetto è stato vagliato e confermato recentemente da una inchiesta giornalistica del programma tv Report (2) che ha fatto delle verifiche sull’impianto di sicurezza di una importante sede Rai, scoprendo che le telecamere che riprendevano gli accessi pedonali, appena avevano la possibilità di collegarsi a internet, spedivano grandi quantità di dati nella regione cinese di origine della loro casa produttrice.

È tuttora aperta una nuova gara Consip per aggiudicare grandi quantitativi di strumentazioni di videosorveglianza al settore pubblico italiano. Speriamo che questa volta le autorità competenti siano più attente alla sicurezza che al taglio dei costi, come peraltro spingerebbe a fare una corretta applicazione del codice degli appalti.

Ma, se sappiamo bene che le grandi aziende americane che forniscono e-mail e account per i social raccolgono dati non solo per motivi pubblicitari ma anche per i servizi di sicurezza a stelle e strisce, perché dovremmo preoccuparci se anche i cinesi raccolgono informazioni più o meno sensibili?

Intanto va detto che in tutti i modi è bene evitare di usare email di grosse società americane e preferire quelle criptate di aziende europee (come la tedesca Tutanota o la svizzera Protonmail) e che i social – se si condividono troppi dati personali – sono un pericolo per la nostra sicurezza che andrebbe evitato quanto più possibile. 

Tornando ai cinesi però, bisogna capire che agiscono in modo molto più coordinato e centralizzato degli americani; inoltre l’unificazione della ricerca civile e militare voluta da Xijinping comporta in modo sistematico e non occasionale che l’acquisizione di dati per ragioni di difesa può benissimo essere impiegata per favorire le aziende cinesi nella competizione con quelle estere, o viceversa che la raccolta di business intelligence sia integrata con operazioni di tipo militare/spionistico. 

Se consideriamo che i milioni di telecamere di fabbricazione cinese sparsi in giro per Europa e USA sono capaci non solo di catalogare visi, emozioni e comportamenti ma anche di mappare luoghi, comprendere che uso fanno delle telecamere i responsabili della sicurezza di un edificio e come quindi è possibile “bucare” le difese in caso di attacchi fisici o informatici, insomma se mettiamo tutto questo insieme, dovremmo avere chiaro che la sicurezza dei Paesi occidentali è a serio rischio.

Ci sono però dei rimedi: il primo è non acquistare questi prodotti, ma il secondo è di utilizzarli con configurazioni sicure – ossia totalmente e irreversibilmente sganciati da internet. Di solito infatti gli impianti CCTV sono su circuiti paralleli alle infrastrutture internet di aziende e uffici, però nonostante questo i tecnici o i progettisti potrebbero non aver bloccato di default le connessioni per aggiornamenti del software, connessioni che diventerebbero il momento critico per l’acquisizione di dati nelle mani del Dragone.

A sperimentare direttamente il pericolo delle camere cinesi sono stati gli uiguri, la minoranza turcofona e prevalentemente musulmana dello Xinjiang, una vasta regione nella parte più occidentale della terra di mezzo. La regione è attraversata da spinte autonomiste, con rivendicazioni di tipo più nazionalistico che religioso. Da quanto ho potuto constatare di persona conoscendo alcuni uiguri, essi praticano un islam moderato e si integrano bene in Occidente. Eppure pochi casi di terrorismo per mano uigura su milioni di cittadini pacifici sono stati puniti con incarcerazioni di massa, centri di rieducazione attraverso il lavoro, sterilizzazione forzata delle donne, repressione della lingua locale e sinizzazione dei costumi. 

Cosa c’entrano le telecamere intelligenti? Ebbene migliaia di uiguri sono finiti in questi nuovi laogai semplicemente perché correvano o avevano una espressione del volto “preoccupante” per l’obiettivo della telecamera che li riprendeva. 

Questo è stato possibile perché la regione è integralmente monitorata da camere a riconoscimento facciale e comportamentale che inviano i dati in un database unico in cui ci sono anche altri dati (situazione anagrafica, pratica religiosa, viaggi all’estero o legami familiari con emigranti, registrazioni vocali, ecc.): il database poi è utilizzato da un sistema a intelligenza artificiale che individua preventivamente soggetti pericolosi prima che partecipino ad attività “separatiste”. E questi finiscono in stato di detenzione. Insomma queste tecnologie sono usate in una gigantesca violazione dei diritti umani più basici. Non è il caso di portarcele in casa.   

 

Note

1) è la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana.

2) L’occhio del dragone del 10 maggio 2021 www.rai.it/programmi/report/inchieste/Locchio-del-Dragone-91d2b796-2cb6-411f-a4ea-a261b6267396.html

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