ATTUALITÀ
Il tallone d’Achille. Debolezze strutturali del gigante cinese
dal Numero 23 del 20 giugno 2021
di Pietro Maria Nieri

È bene sapere che – se certamente l’Europa e gli USA sono minati da problemi strutturali che fanno intravedere un futuro crollo sociale – anche il gigante cinese ha delle intrinseche debolezze che potrebbero far crollare il suo progetto di egemonia globale.

La Cina comunista si propone come leader mondiale del XXI secolo. Ma la sua forza si basa su un modello più fragile di quello che si pensi. Dall’invecchiamento della popolazione alle bolle immobiliari, passando per le disuguaglianze interne, molte sono le incognite che minano alla base il progetto di egemonia globale del Dragone.

Il noto accademico e diplomatico singaporeano Kishore Mahbubani ha di recente pubblicato un libro dal titolo Ha vinto la Cina? che ha fatto molto discutere fra economisti ed esperti di relazioni internazionali. L’autore in sintesi dice che l’Occidente deve abituarsi alla ingombrante presenza del gigante cinese sulla scena mondiale, la cui ascesa sarebbe ineluttabile. Senza rispondere apertamente alla domanda del titolo, senza cioè prefigurare un dominio mondiale cinese (anzi negando l’idea di un progetto imperialista), Mahbubani dice che gli USA devono stare attenti a non fare errori strategici e a non (sotto)valutare la Repubblica Popolare Cinese secondo gli standard valoriali occidentali. Per evitare un conflitto mondiale, i due giganti dovrebbero imparare a convivere senza voler cambiare l’altro. Curiosamente si tratta proprio del progetto di Xi Jinping, un astuto appello alla cooperazione economica, al multilateralismo e alla crescita della globalizzazione che permetterebbero alla Cina di conquistare lentamente il mondo non con gli eserciti ma con l’interdipendenza economica. Il presidente Trump, pur con alcune approssimazioni, aveva capito bene che la strada maestra per sgonfiare la minaccia di Pechino è quella di mettere a dieta il Dragone, con il decoupling, cioè il disaccoppiamento delle economie dei paesi occidentali dal sistema manifatturiero a basso costo del Paese asiatico. E anche a causa delle problematiche dovute al Covid-19 la globalizzazione ha subito un rallentamento che potrebbe nel medio termine danneggiare Pechino.

È bene dunque sapere che – se certamente l’Europa e gli USA sono minati da problemi strutturali che fanno intravedere un futuro crollo sociale – anche il Regno di Mezzo ha delle intrinseche debolezze che potrebbero far crollare il progetto di “grande ringiovanimento della nazione cinese”.

Proprio ad aprile di quest’anno è stato annunciato che la popolazione scenderà sotto gli 1,4 miliardi di abitanti. È la prima volta che si registra una contrazione degli abitanti in cinquant’anni – dai tempi della mortalità di massa per fame e malattie dovuta al fallimentare “grande balzo in avanti” degli anni ’50. Il tasso di fertilità femminile è attualmente di 1,5 figli per donna e non sembra spostarsi al rialzo, nonostante nel 2015 il governo abbia deciso di permettere ai suoi cittadini di generare due figli per coppia, interrompendo la politica del figlio unico obbligatorio che era iniziata nel 1978, quando il paese era giovane, avendo il 90% della popolazione attiva (età 15-64 anni). Invece nel 2020 per il 17% è composto da pensionati. Nel lungo termine si prevede un ulteriore invecchiamento con disastrosi effetti sulla sostenibilità del welfare e sul mercato immobiliare. Come gli italiani, anche i cinesi apprezzano molto la stabilità e la proprietà della prima casa. Per questo decine di milioni di famiglie hanno contratto pesanti mutui, il che ha supportato un boom edilizio che ha anche fatto crescere i prezzi al metro quadro. A sua volta questo rende economicamente più faticoso sostenere la prole e ha spinto al ribasso i desideri di genitorialità delle giovani coppie urbane, peraltro affascinate dal consumismo sfrenato. In un circolo vizioso la diminuzione demografica è destinata a far contrarre il valore degli immobili e a danneggiare il sistema creditizio, che oggi regge un peso di debiti che vale il 300% del PIL (1). 

C’è poi un problema ulteriore. La crescita cinese si è basata per decenni su costi del lavoro bassissimo dovuti allo sfruttamento di centinaia di milioni di migranti interni che si spostavano dalla campagna alla città, accettando lavori umilianti e non accedendo al welfare – cioè senza spese per il governo. A partire dalla fine degli anni ’50, il Partito Comunista Cinese aveva sistematizzato il sistema hukou (una registrazione all’anagrafe a vita, per cui si è costretti ad essere definitivamente residenti della località in cui si nasce) per limitare la circolazione e imporre una sorta di apartheid economica alle campagne. Ma con il boom dei primi anni ’80 lo Stato ha permesso di spostarsi e domiciliarsi liberamente, a patto di trovarsi un lavoro, ma senza il diritto di fruire di scuole, ospedali e sussidi nelle città di destinazione. Per capirci è come se l’Italia degli anni ’60 avesse attirato migranti pugliesi e siciliani in Lombardia e Piemonte ma senza dare né a loro né ai loro figli educazione e cure gratuite. Insomma una trovata diabolica che contraddice gli ideali di uguaglianza spacciati dai comunisti (e che ci fa riflettere su chi paga il costo dei nostri oggetti di consumo a buon mercato). Ad oggi, per fare un esempio, solo il 65% dei cinesi è iscritto a piani pensionistici. Negli ultimi anni il sistema hukou è stato allentato, ma i figli dei migranti interni non si sono ancora integrati a pieno nelle megalopoli della costa orientale, non riuscendo a comprare casa e nutrendo risentimento verso la agiata classe media. Queste seconde generazioni, se vogliono welfare gratuito e pensioni, dovrebbero in teoria ritornare nelle provincie di origine. 

In ogni caso anche questa manodopera a basso costo ha iniziato a ottenere aumenti e migliorare il tenore di vita, uscendo comunque da malnutrizione e povertà estrema. Questo ha portato alla crescita media dei salari, che a sua volta ha spinto i grandi gruppi manifatturieri a spostare i loro fornitori e le loro fabbriche in Paesi più poveri e disperati, come Bangladesh, Pakistan, Laos, Myanmar e altri. Il tasso di crescita del PIL è passato così dal 10,8% del 2010 al 5,8% del 2019. Gli strateghi economici di Xi Jinping stanno per questo pensando di concentrarsi di più sulle produzioni a valore aggiunto e di supportare maggiori consumi interni invece di puntare tutto, come era sinora, sulle esportazioni. Solo il tempo dirà se questo progetto avrà successo.

Un altro importante fattore di debolezza è dovuto alle crisi ecologiche ed epidemiologiche. Pechino è spesso colpita da giganti tempeste di sabbia provenienti dalla Mongolia, dove lo sfruttamento intensivo di alcune aree di pascolo, proprio a opera di aziende cinesi, crea questo incontrollabile fenomeno. Secondo un’indagine statale nazionale sul suolo fatta nel 2014, il 16,1% di tutto il suolo e il 19,4% dei terreni agricoli sono contaminati da inquinanti chimici e metalli come piombo, cadmio e arsenico. Circa 250.000 chilometri quadrati di terreno sono contaminati e 35.000 chilometri di terreno agricolo sono così inquinati da non poter essere coltivati. L’intero Paese poi è pieno di aree fortemente danneggiate dalla produzione di energia da carbone o dal versamento di scarti industriali nei fiumi. Inoltre anche le forniture alimentari sono a rischio, dato l’endemico susseguirsi di ondate di peste suina africana, che negli ultimi tre anni hanno comportato l’abbattimento di decine di milioni di capi di maiale, la principale fonte di carne per questo popolo asiatico. Il problema è dovuto alle cattive condizioni igieniche degli allevamenti, ai controlli veterinari approssimativi e all’uso di farmaci irregolari. Così le sole importazioni di carne di maiale sono aumentate di oltre il 250% dal 2018 al 2020, mentre i prezzi del mercato interno sono saliti alle stelle. Ad approfittare di questa domanda è stata l’Unione Europea, giunta a fornire il 58% di queste forniture ai cinesi. Una beffa per il Paese che si vantava di essere la fabbrica del mondo.

Molto interessante poi sarà vedere quanto l’ateismo di Stato danneggerà psicologicamente un popolo che nei decenni scorsi, prima del giro di vite sulle religioni impresso dal presidente Xi, aveva iniziato a interrogarsi sulle cose ultime. Il numero dei cristiani infatti aveva preso a salire vertiginosamente, mentre molti altri cinesi si avvicinavano alle spiritualità tradizionali, in ogni caso superando l’odio per la metafisica del Partito. Cosa comporterà in termini di dissidi interiori e psichiatrici l’involuzione autoritaria cominciata nel 2014 per decine di milioni di individui schiacciati dentro mini-appartamenti in disordinate e rumorose megalopoli? Difficile prevederlo.

Insomma, il glorioso popolo cinese che, pur non avendo ancora conosciuto appieno Cristo ha però scritto grandi pagine di cultura, filosofia, arte e scienza nel corso dei secoli, oggi si trova in mano a un regime pericoloso, molto più debole di quanto si pensi. Per ora un certo moderato benessere e la riconquistata indipendenza nazionale, dopo le umiliazioni coloniali dell’800 e i feroci massacri dei giapponesi della seconda Guerra mondiale, riescono a tenere insieme il Regno di Mezzo. Quando, a Dio piacendo, anche questo vitello d’oro si sgretolerà, una immensa prateria di anime sarà pronta a conoscere il dolce impero di Nostro Signore. 

 

 

Nota

 

1) Il debito totale cinese in tutti i settori (famiglie, governo, società finanziarie e non finanziarie) è salito al 318% del PIL nel primo trimestre del 2020. Il solo debito delle famiglie corrisponde al 57,7% del PIL cinese nel primo trimestre del 2020. (Fonte: Istituto di Finanza Internazionale Cinese).

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