ATTUALITÀ
2021, viaggio in Cina
dal Numero 14 del 4 aprile 2021
di Pietro Maria Nieri

Al Forum di Davos il Presidente cinese ha lanciato un chiaro messaggio ai leader mondiali: mettere da parte i pregiudizi contro la Cina e perseguire un sano multilateralismo; non si può giudicare la Cina comunista con parametri valoriali occidentali. In altre parole: “la Cina comunista è così, fatevene una ragione; se i diritti umani vengono violati, questo non vi riguarda”.

La Cina del XXI secolo è sempre più una realtà totalitaria e, oltre alla minaccia che costituisce per il mondo libero, è anche un luogo di terribili violazioni dei più basici diritti umani, quelli inscritti nella natura e nella Legge divina.

La Repubblica Popolare Cinese (RPC) gestisce un territorio di 9,5 milioni di kmq e 1,4 miliardi di abitanti con un sistema fortemente centralista in cui le articolazioni dello Stato sono direttamente controllate a tutti i livelli dal Partito Comunista Cinese (PCC). Alla testa di tutto c’è il Comitato Centrale del partito con i suoi circa 380 membri, dai quali vengono i 25 del Politburo e di questi 7 sono membri del Comitato Permanente a capo di cui c’è il Segretario Generale del partito Xi Jinping, anche presidente della repubblica e capo delle forze armate.

Questa manciata di uomini esercita un potere vastissimo su ogni aspetto della vita dei cinesi, da famiglia e procreazione al lavoro, dai viaggi alla religione, dalla lingua che devono imparare alle regole per ottenere l’assistenza sanitaria, dall’amministrazione della giustizia alle espressioni del folklore popolare.
Una sorta di contratto sociale garantisce un certo benessere o comunque miglioramenti economici al prezzo di un controllo continuo e la privazione delle libertà individuali.


Se fino al 2012, nel decennio guidato dal predecessore Hu Jintao, si erano avuti, non nelle leggi ma almeno nella prassi, lievi margini di apertura alla libertà religiosa e ai diritti umani più basici, con l’avvento di Xi Jinping la situazione è mutata drasticamente. Una svolta dall’autoritarismo al totalitarismo che ha coinvolto le comunicazioni sociali (il web e le reti telefoniche sono completamente spiati dal governo), la politica di sicurezza, la possibilità di associarsi per il culto pubblico. In particolare negli ultimi anni la situazione è peggiorata con una vasta repressione del Cristianesimo, della cultura e lingua mongola, delle diverse correnti buddiste e con una gigantesca operazione di cancellazione culturale e demografica della minoranza uigura nella regione occidentale dello Xinjiang. Tutte le minoranze e le religioni devono “sinicizzarsi” e sottomettersi al Partito secondo il programma di Xi.

Un piccolo elenco di alcune fra le numerose operazioni repressive contro i cristiani lo si può leggere nei rapporti USCIRF (Commissione USA per la libertà religiosa internazionale, che ha fatto un eccellente lavoro sotto il presidente Trump) degli ultimi due anni: «Le autorità cinesi hanno fatto irruzione o chiuso centinaia di chiese domestiche protestanti nel 2019 [...], un tribunale ha accusato il pastore Wang Yi di “sovversione del potere statale” e lo ha condannato a nove anni di reclusione. Le autorità locali hanno continuato a opprimere e detenere vescovi, tra cui Guo Xijin e Cui Tai, che si sono rifiutati di aderire all’associazione cattolica affiliata allo Stato [una chiesa scismatica voluta dal Partito, n.d.r.]. Diversi governi locali, tra cui la città di Guangzho, hanno offerto taglie per le persone che avessero fornito informazioni sulle chiese clandestine. Inoltre, le autorità di tutto il paese hanno rimosso le croci da numerose chiese, vietato ai giovani sotto i 18 anni di partecipare ai servizi religiosi e hanno sostituito le immagini di Gesù Cristo o della Vergine Maria con immagini del presidente Xi Jinping».

«Nel 2018, almeno due vescovi cattolici clandestini [cioè fedeli a Roma, n.d.r.] sono stati sostituiti da vescovi approvati dal governo. A ottobre e novembre [2018], quattro sacerdoti di una chiesa clandestina di Hebei sono stati presi in custodia dalla polizia e costretti a incontrare i vescovi della Chiesa cattolica patriottica, che hanno tentato di convincerli a unirsi alla chiesa statale. Il 9 novembre, le autorità locali della provincia di Zhejiang hanno arrestato il vescovo Peter Shao Zhumin senza accuse; è stato rilasciato 14 giorni dopo, insieme a padre Lu Danhua di Lishui, arrestato nel dicembre 2017».

Il Covid poi è stato un’occasione ideale non solo per bloccare tutte le cerimonie religiose ma anche per diffamare i cristiani. L’ottimo portale di notizie Asianews, diretto da padre Bernardo Cervellera del PIME, l’8 gennaio 2021 pubblica l’allarme di un corrispondente locale: «Strani e anonimi messaggi apparsi sui social, accusano i cristiani e i missionari stranieri di Gaocheng (Shijianzhuang) di essere la fonte della nuova epidemia di Covid nell’Hebei. La falsa notizia è stata denunciata dai sacerdoti della capitale provinciale, che hanno fatto notare che dalla vigilia di Natale non ci sono attività religiose, né Messe, né incontri. Per Shanren Shenfu, il sacerdote blogger, questa diffusione di notizie tendenziose ricorda la mossa dell’imperatore Nerone, che ha attribuito ai cristiani le responsabilità dell’incendio di Roma».

Negli ultimi anni l’attenzione dei media e delle associazioni per i diritti umani di tutto il mondo si è posata sulla massiccia operazione di repressione degli uiguri – una popolazione turcofona e prevalentemente musulmana – nella regione occidentale dello Xinjiang. Dopo alcuni sporadici casi di attacchi terroristici e proteste di piazza ad opera di alcuni uiguri, il Partito ha deciso di schiacciare la “minaccia separatista” in modo brutale. Su circa 11 milioni di uiguri, tra i 1,5 e 3 milioni sono o sono stati detenuti arbitrariamente in strutture di reclusione e rieducazione e molti di loro – dopo un efficace lavaggio del cervello – sono stati spediti in fabbriche della Cina orientale a produrre vestiti ed elettrodomestici per i fornitori delle multinazionali occidentali. Molto spesso gli arresti avvenivano solo perché si aveva un parente che aveva viaggiato fuori dalla Cina, o per essere andato troppe volte in moschea, o avere troppi figli. La popolazione femminile poi, oltre alla costrizione a vestirsi con abiti moderni, è stata sottoposta a una campagna di sterilizzazione forzata. Gli uiguri sono continuamente monitorati con un estesissimo sistema di telecamere intelligenti che schedano persino il loro stato d’animo e identificano in anticipo possibili “soggetti pericolosi”, che così finiscono in prigione prima ancora di aver compiuto alcun reato. A differenza dei cittadini Han (cioè l’etnia principale cinese) che vivono nella regione, gli uiguri devono registrare obbligatoriamente la loro voce in database audio raccolti dalla polizia, insieme ad altri dati biometrici, e sono continuamente fermati ai numerosi check point installati ormai ovunque. All’entrata delle loro case sono stampati codici QR che identificano numero e nomi dei componenti di ogni casa, in modo che in caso di ispezioni a sorpresa sia immediatamente sanzionata la presenza di altri individui.

È consigliata la lettura del recente report Il genocidio uiguro: un esame delle violazioni da parte della Cina della Convenzione sul genocidio del 1948 (1) scritto dal Newlines Institute for Strategy and Policy, un think tank americano che si occupa di politica estera e che ha raccolto diversi studi e analisi sulla questione. Va precisato che uno Stato ha il diritto e il dovere di limitare fenomeni religiosi pericolosi – più in generale avrebbe il dovere di riconoscere e promuovere la sola Religione cattolica – ma il potenziale estremismo islamico uiguro è solo una scusa per controllare con pugno di ferro una regione strategica in termini di infrastrutture e rotte commerciali della Nuova Via della Seta.

Più in generale quello dello Xinjiang è un grande esperimento di controllo sociale che viene poi riprodotto in singole città o provincie cinesi su altri gruppi etnici o sociali. Un antipasto di cosa potrebbe essere un futuro in salsa cinese per l’umanità.

Il 25 gennaio 2021 Xi ha lanciato il suo appello al Forum Economico Mondiale di Davos, riunito online a causa della pandemia: «Che la fiaccola del multilateralismo illumini il cammino dell’umanità». Un richiamo alla presunta necessità di tenere aperti i mercati alla Cina e fare affari con tutto il mondo, mettendo da parte guerre commerciali e pregiudizi. Ma quali sarebbero questi pregiudizi? In estrema sintesi l’idea di applicare anche alla Cina comunista i valori e i diritti umani individuali e naturali che in Occidente sono dati per scontati. Dice il Presidente cinese che bisogna «abbandonare i pregiudizi ideologici e seguire insieme un percorso di coesistenza pacifica, di mutuo beneficio e di cooperazione win-win. Non ci sono due foglie nel mondo identiche [...]. Ogni paese è unico con la sua storia, cultura e sistema sociale, e nessuno è superiore all’altro [come se libertà e oppressione si equivalessero, n.d.r.]. [...]. La differenza in sé non è motivo di allarme. Ciò che fa suonare l’allarme [...] è il tentativo di imporre una gerarchia fra le civiltà umane o di imporre la propria storia, cultura e sistema sociale agli altri. La scelta giusta è che i paesi perseguano una coesistenza pacifica». Dietro il mellifluo spirito di fratellanza universale si nasconde un messaggio chiaro: non intromettetevi nei nostri affari interni e se anche facciamo sparire i dissidenti politici, sterilizziamo forzatamente le donne uigure o abbattiamo le chiese, questo non vi riguarda. 



Nota

1) https://newlinesinstitute.org/wp-content/uploads/Chinas-Breaches-of-the-GC.pdf

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