ATTUALITÀ
“Fare il male fa male”
dal Numero 3 del 17 gennaio 2021
di Francesca Romana Poleggi

Pubblicità ingannevoli sollecitano giovani donne di tutto il mondo a “donare” i loro ovuli per aiutare a realizzare il sogno di qualche aspirante genitore. Ma vediamo cosa si nasconde in questo business milionario che lucra sulla pelle di donne ignare e su centinaia di migliaia di embrioni.

Abbiamo avuto già modo di ragionare con i Lettori sul fatto che, al di là delle ovvie e sacrosante questioni morali, certe “conquiste” delle donne, spacciate dalla propaganda come occasioni di emancipazione (per esempio la contraccezione e l’aborto), sono in realtà un serio pericolo per la salute delle donne che a parole sembra essere tanto importante per il pensiero unico dominante (solo a parole, però).

Un altro esempio concreto di sfruttamento delle donne che le femministe accecate dall’ideologia non vedono o non vogliono vedere è quello praticato senza vergogna e alla luce del sole dall’industria della fecondazione artificiale, che è divenuta un business mondiale da più di 30 miliardi di dollari.

Il “fattore di produzione” più prezioso per le “fabbriche di bambini in provetta” è dato dagli ovociti umani. Perciò, in tutto il mondo, le giovani donne – soprattutto le studentesse universitarie – sono sollecitate da pubblicità ingannevoli a “donare” i loro ovuli, in cambio di ragguardevoli somme di denaro (perciò il “donare” va scritto fra molte virgolette...), per «aiutare a realizzare il sogno di qualcuno, cui la natura nega la gioia della maternità».

Questi annunci sono indirizzati soprattutto alle studentesse universitarie perché i gameti contengono i cromosomi e i geni: i compratori di bambini pagano di più se ci sono più probabilità che i loro pargoli vengan fuori intelligenti!

Si prospetta, quindi, alle ragazze la possibilità di “fare del bene” e contestualmente ripagarsi gli studi, l’alloggio, le vacanze, senza gravare sulle famiglie. Mai si menzionano i potenziali rischi per la salute connessi al processo medico lungo e invasivo, necessario per prelevare gli ovociti.

Basti pensare che l’ovaio femminile è naturalmente grande su per giù come una mandorla: dopo il bombardamento ormonale necessario per far maturare un numero adeguato di gameti, diventa grande come un meloncino. Non sorprende, quindi, che la venditrice di ovuli rischia la pericolosa sindrome da iperstimolazione ovarica (che può rivelarsi anche letale), con possibile perdita di fertilità, torsione ovarica (per ovviare alla quale sarà necessario un intervento chirurgico), ictus, nefropatia, menopausa precoce, cisti ovariche e cancro.

È da sottolineare, poi, che se esistono dati sufficienti per inquadrare questi rischi che incorrono nel breve termine, dopo il prelievo degli ovociti, non esistono studi né follow-up a lungo termine. Nessuno ha interesse a studiare un argomento che potrebbe rivelarsi un intralcio per chi, facendo un business milionario sulla pelle delle donne, vende la speranza di un bambino ad aspiranti genitori che a loro volta sono spesso ingannati e illusi di poter risolvere il loro desiderio di un figlio con un’adeguata somma di denaro: le percentuali di successo della fecondazione artificiale, tutt’oggi, sono bassissime. Si ottiene il figlio in braccio una volta su dieci (senza contare che la strage di embrioni assemblati in vitro che vengono scartati, congelati, scongelati, buttati e che non riescono ad impiantarsi in utero, ha proporzioni impressionanti: c’è chi calcola svariate centinaia di migliaia di morticini ogni anno).

Nella fase preparatoria, prima della stimolazione ovarica, alla giovane malcapitata si somministra di solito il Lupron, un ormone sintetico con comprovati effetti teratogeni (cioè se la donna restasse incinta mentre lo assume, la salute del bambino sarebbe molto compromessa), che è comunemente usato nella chemioterapia contro il cancro. Come tale presenta di per sé molti rischi ed effetti collaterali, dalle vampate di calore, alla tachicardia, all’osteopenia, a malanni ematologici, osteoartrite... insomma: chi è stato vicino a un malato oncologico sa bene cosa comporti la chemioterapia.

Molte pubblicazioni titolano entusiaste relativamente ai successi della “donazione” di ovociti. Ma quando si legge oltre il titolo, si scopre che questi successi si riferiscono ai risultati della gravidanza, non alla salute della donna che vende i suoi ovociti.

Lasciamo la parola a qualcuna delle malcapitate che sono cadute nell’inganno.

Scrive Sindy: «Lì per lì ho sofferto di complicazioni immediate potenzialmente letali, ma solo dopo molti anni di studi in medicina sono stata in grado di comprendere davvero quanto sono stata sfruttata, fuorviata, e abbandonata a me stessa dall’industria della fertilità».

Alexandra, invece, racconta di aver subito una torsione ovarica, un’insufficienza intestinale e un’infezione. Ma poi le è venuto il cancro al seno: «Sono sopravvissuta anche a una mastectomia bilaterale e a diciotto mesi di chemioterapia straziante e di trattamenti radioterapici. Tutto ciò avrebbe potuto essere evitato se non avessi venduto i miei ovociti – una cosa che pensavo fosse sicura».

Calla, dopo aver preso il Lupron: «Ho avuto un ictus abbastanza grave e sono rimasta paralizzata sul lato sinistro per circa quattro settimane e mezzo. Poi ho subito un intervento chirurgico di emergenza. Nel frattempo, la persona con cui avevo stipulato l’accordo di compravendita dei miei ovuli mi ha comunicato che siccome il mio ovaio non aveva prodotto la quantità di ovociti prevista dal contratto, mi avrebbero “generosamente” pagato solo 750 dollari, che in teoria neanche mi sarebbero toccati di diritto». La giovane non potrà più avere figli propri. (Chi volesse approfondire, o cercare altre testimonianze in rete, può googlare “big fertility”, o visitare il sito del Center for Bioethics and Culture (CBC), oppure può richiedere a ProVita & Famiglia il dvd Eggsploitation).

Da un lato, è evidente che chi rifiuta ogni riferimento alla morale mostra d’essere del tutto irrazionale: è assordante il silenzio della maggior parte delle femministe “laiche” di fronte a queste pratiche abusanti. Da un altro lato, comunque, possiamo ancora una volta constatare che “fare il male fa male”: quello che è immorale si ritorce sempre contro l’essere umano.

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