ATTUALITÀ
«Dio mi ha fatto perdere l’autobus»
dal Numero 41 del 25 ottobre 2020
di Francesca Romana Poleggi

I sondaggi dicono che in più del 70% dei casi, le donne che hanno abortito hanno dichiarato di essersi sentite costrette a farlo. Quante donne non avrebbero tradito la vita nata nel loro grembo se avessero incontrato uomini e donne capaci di metterle con amore e coraggio davanti alla verità!

Live Action ci racconta la storia di Betty (nome di fantasia), una giovane donna di Ealing, un sobborgo di Londra.

Nel momento in cui ha scoperto di essere incinta si è sentita sprofondare, disperata, impotente e completamente sola. Senza una vera casa né un reddito stabile, l’unica soluzione ai suoi problemi che le veniva prospettata era l’aborto. Le nausee le impedivano di lavorare e viveva in una stanzetta in affitto: come avrebbe potuto pagarlo, di lì a poco? Anche il padre del bambino non aveva un lavoro stabile. L’aborto non era quello che voleva, ma se lo sentiva come un dovere.

E così, incinta di 11 settimane, ha preso un appuntamento presso una clinica Marie Stopes, che nel Regno Unito è l’equivalente della Planned Parenthood americana: un abortificio di rango internazionale.

Racconta Betty: «Credo che Dio mi abbia fatto perdere l’autobus. Se non avessi perso l’autobus e non fossi arrivata un po’ più tardi, non avrei incontrato Lorraine: un angelo che mi ha abbracciato fuori della clinica, poiché ero letteralmente stravolta per la nausea e la disperazione».

Betty le ha raccontato tutte le sue preoccupazioni e la donna ha chiamato immediatamente The Good Counsel Network, un centro di aiuto alla vita cui ha chiesto informazioni su un posto sicuro in cui Betty potesse vivere. L’organizzazione pro-vita aiuta le donne offrendo supporto morale, informazioni mediche, consulenza legale e assistenza pratica per consentire loro di scegliere – scegliere davvero – di far nascere il loro bambino.

Nonostante l’abbraccio di Lorraine, però, lì per lì Betty è entrata nella clinica, in una sala piena di donne.

Ha fatto la fila, ha atteso il suo turno, ma quando il suo nome è stato chiamato ha sentito che non poteva andare fino in fondo. Sebbene l’infermiera si fosse arrabbiata con lei, ha rifiutato di abortire.

È uscita e ha cercato di nuovo Lorraine. Questa l’ha rassicurata e le ha dato subito una bella notizia: in pochi giorni avrebbe avuto una casa!

E così la giovane coppia ha accolto Isaiah, con tanto amore. Hanno un luogo sicuro in cui vivere grazie a Lorraine e a The Good Counsel Network, che ha anche aiutato Betty a richiedere un visto per rimanere nel Regno Unito.

«Se non ci fosse stata Lorraine, avrei abortito – ha spiegato Betty –, perché la clinica sarebbe stata l’unica possibilità: non avrei avuto altra scelta».

I “sidewalk counselors” che pregano fuori dalle cliniche abortiste e offrono una parola buona alle donne che stanno per compiere il tragico gesto salvano migliaia e migliaia di vite (quelle dei bambini e quelle delle loro madri). Sono necessari, perché il personale che lavora nelle cliniche abortiste non è formato per offrire una vera scelta alle donne. Sono impiegati addestrati a vendere aborti. E i sondaggi dicono che oltre il 70% delle donne che hanno abortito hanno dichiarato di essersi sentite costrette a farlo.

Le leggi in Inghilterra e in America purtroppo tendono a limitare la libertà di stazionare fuori dalle cliniche: i “sidewalk counselors” devono stare a una certa distanza, devono essere poco visibili...

In Italia, dove in teoria queste limitazioni non esistono, in pratica le forze dell’ordine spesso impediscono “per motivi di ordine pubblico” ai pro-life di svolgere questo importante compito: un compito che va svolto da qualcuno, in attuazione peraltro del dettato della stessa legge assassina, la 194/78, che ipocritamente sulla carta chiede che alle madri vengano offerte alternative all’aborto.

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