ATTUALITÀ
L’analisi / Un virus comunista ha infettato il pianeta
dal Numero 25 del 21 giugno 2020
di Pietro Maria Nieri

L’8 gennaio 2020 grazie a uno scoop del “Wall Street Journal” il mondo apprende che un nuovo coronavirus viaggia per il pianeta. Troppo tardi. Cosa era già successo e cosa è successo poi? A 7 mesi dal suo esordio, ricostruiamo il calendario e lo scenario della vicenda Covid-19.

L’analisi – lunga, ma vale la pena arrivare in fondo – tocca: responsabilità e omertà di OMS e Cina comunista; le contromisure planetarie di impronta socialista; la debolezza di OMS e l’influenza dei grandi finanziatori; il meccanismo delle grandi donazioni; l’esempio positivo di Taiwan. 

A ben guardare l’emergenza Covid-19, chi cerca la verità può capire molte cose. In primis si è visto come il soft power del governo comunista cinese sia temibile: ha condizionato pesantemente le decisioni di una importante agenzia internazionale come l’OMS e ha stabilito come modello mondiale di risposta sanitaria quello autoritario del confinamento di massa. Inoltre la poca coerenza delle linee guida dell’OMS ha chiarito a chi aveva dubbi che la scienza medica non è una disciplina indefettibile ma è spesso condizionata da errori e interessi di parte. Infine le varie risposte dei governi nazionali hanno evidenziato come una buona preparazione possa mettere al riparo da catastrofi e se un funzionario adempie seriamente ai doveri di stato può salvare una nazione, come successo a Taiwan.

Partiamo però dalla Cina. Secondo i dati più recenti l’epidemia potrebbe essere cominciata a fine ottobre o inizio novembre in un’area meridionale del Paese. Il primo caso di malattia a Wuhan sarebbe databile al 1° dicembre 2019 secondo uno studio retrospettivo pubblicato su Lancet. Il 24 dicembre alcuni medici notano strane polmoniti che non si riescono a curare con i farmaci disponibili e decidono di mandare campioni alla Vision Medicals, società privata che già il 27 dicembre identifica un nuovo virus molto simile a quello della SARS del 2003. Il 30 dicembre le autorità sanitarie cinesi si rendono conto della situazione ma nonostante l’OMS abbia avuto già il 31 dicembre notizie informali di quanto sta avvenendo, il governo inizia a comunicare ufficialmente con l’agenzia sanitaria dell’ONU solo il 3 gennaio, limitando al massimo la quantità e qualità dei dati – che anche all’interno del Paese vengono secretati. Ma grazie a uno scoop del Wall Street Journal l’8 gennaio viene rivelato al mondo, con imbarazzo per il gigante asiatico e i dirigenti OMS, che un nuovo coronavirus è stato individuato. Lo stesso giorno un viaggiatore di Wuhan con una polmonite viene ospedalizzato in Thailandia e il 13 arriva la conferma: è la nuova malattia.

Essendo potenzialmente simile alla terribile SARS, a questo punto l’OMS avrebbe dovuto lanciare l’emergenza sanitaria internazionale (PHEIC), invitare le compagnie aeree e gli Stati del mondo a bloccare i voli (o almeno monitorare i passeggeri) da e per la Cina e in caso di ulteriore diffusione internazionale, preparare strategie di distanziamento sociale e approvvigionamento di dispositivi di protezione. Tutto questo non avviene. Anzi il 14 gennaio l’OMS dice via Twitter: «Non ci sono prove certe che si trasmetta da uomo a uomo». E per tutto il mese l’agenzia copre la gestione opaca e autoritaria della Cina, basata su distruzione dei campioni genetici, repressione dei coraggiosi medici che invitavano i colleghi a prendere sul serio il virus (come l’oculista Li Wenliang, poi morto proprio per il Covid) e falsificazione dei dati. Questo per due motivi: la necessità diplomatica di trattare con le autorità di Pechino per ottenere informazioni reali su quanto stava avvenendo e il forte potere di influenza cinese sul Direttore Generale Tedros Adhanom Ghebreyesus e il governo etiope da cui proviene, nonché sui governi dell’Unione africana che con i loro voti lo hanno portato alla testa dell’ente. La Repubblica Popolare Cinese insieme a numerose banche e aziende del dragone ha finanziato per miliardi di euro progetti infrastrutturali in tutto il continente nero e detiene il debito, nonché molti segreti, di numerosi Stati. E il dottor Tedros infatti, in visita a Xi Jinping il 28 gennaio, si complimenta per gli sforzi e la velocità del governo comunista, eppure tutti sanno che i dati sono stati rilasciati troppo tardi e i malati colpiti dal Covid non sono poche centinaia come indicato ufficialmente ma probabilmente numerose migliaia. Ad oggi, giugno 2020, Pechino sostiene ancora: abbiamo avuto 83mila contagiati e 4,6mila morti. Ma secondo uno studio del dipartimento di salute pubblica dell’Università di Hong Kong, già al 20 febbraio i contagiati reali erano almeno 232mila. L’OMS non ha il coraggio di dichiarare la pandemia se non l’11 marzo, quando ormai migliaia di persone, specie anziani, stanno morendo dagli USA alla Malesia.

Se l’agenzia dell’ONU avesse avuto dirigenti meno ricattabili dal governo di Xi Jinping e una maggiore capacità di analisi scientifica, probabilmente la storia del Covid sarebbe stata radicalmente diversa. Nel 2003 ad esempio, quando la Cina tentò di minimizzare e nascondere l’epidemia di SARS, la Direttrice Generale di OMS dell’epoca, Gro Harlem Brundtland, fu severa nel mettere Pechino di fronte alle sue responsabilità – e d’altronde la globalizzazione non aveva ancora messo il mondo nelle mani del dragone asiatico. Insomma, il virus della menzogna, del centralismo socialista, della repressione e del controllo di massa, un virus comunista, ha infettato il pianeta insieme al Sars-CoV-2.

Purtroppo anche le contromisure sono di impronta socialista e materialista. Infatti il 23 gennaio l’intera città di Wuhan, ben 12 milioni di abitanti (e poi anche tutta la provincia di Hubei, 59 milioni di abitanti), viene messa in una severissima quarantena casalinga obbligatoria. I cittadini non potevano uscire dal proprio condominio nemmeno per fare la spesa, pena l’arresto. Questo modello, magari un po’ edulcorato, è stato adottato da quasi tutti gli Stati europei, diversi Stati americani e persino in India, con i suoi 1,3 miliardi di abitanti. Per la prima volta nella storia universale, in contemporanea, almeno metà degli esseri umani erano confinati e forzati a non incontrarsi, non lavorare, non rendere culto a Dio. I governi hanno letteralmente messo il pianeta agli arresti domiciliari. E il modello è stato appunto la gestione del Partito Comunista Cinese.

Non voglio criticare in sé l’utilità del cosiddetto lockdown. Evidentemente, di fronte a un virus sconosciuto, venuto da un Paese il cui governo falsifica i dati epidemiologici e clinici, e per cui non ci sono medicine o vaccini che funzionino, è fondamentale prendere tempo, rallentare il contagio e riorganizzare il sistema sanitario in funzione dell’emergenza. Eppure sarebbe bastato mettere in atto alcune soluzioni in anticipo e le cose sarebbero andate diversamente.

E qui veniamo alle responsabilità dell’OMS. L’agenzia non ha saputo comprendere in tempo la trasmissibilità da uomo a uomo e ancor più la capacità di contagio degli asintomatici. Una défaillance gravissima. Poi ha cambiato almeno cinque volte le linee guida per l’individuazione del caso sospetto, errore che è stato fatale per il nostro Paese, che delle policy OMS si è fidato. In sostanza l’ente sanitario ha prima correttamente detto ai medici «state attenti a questi sintomi respiratori gravi indipendentemente dalla provenienza del paziente» con una interim guidance del 15 gennaio. Poi ha cambiato idea: «Fate il tampone solo a quelli che vengono dalla Cina o da ospedali in cui si curano i pazienti Covid», cioè non limitatevi ai sintomi ma considerate sospetto Covid solo se c’è il cosiddetto link epidemiologico. Nel giro di un mese e mezzo, l’OMS cambia idea ben cinque volte dando una volta l’indicazione più larga e una volta quella più stretta, fino a ritornare sull’impostazione iniziale – peraltro la più ragionevole – solo il 27 febbraio. Se avessero mantenuto sin dall’inizio la direttiva del 15 gennaio si sarebbero fatti tamponi a tappeto, rendendosi conto della reale espansione dell’epidemia. E magari si sarebbe proceduto a fare tante piccole zone rosse senza carcerizzare intere nazioni. Altrettanto grave è stata la scarsa considerazione della capacità di protezione delle mascherine chirurgiche in ambiente comunitario (cioè al di fuori degli ospedali). Ormai i virologi sono concordi sul fatto che le mascherine sono capaci di diminuire di molto la carica infettiva anche nei casi in cui non bloccano la trasmissione, ma soprattutto si è dimostrato che un mix di distanziamento sociale, mascherine e igiene delle mani permette di contrastare efficacemente la diffusione del virus e la severità clinica della malattia. L’OMS invece di invitare tutti i Paesi del mondo a produrre quantità industriali di dispositivi di protezione ha detto in sostanza: «Servono davvero solo a chi lavora in ospedali e RSA». Se già a gennaio avessimo avviato una campagna di protezione di massa, non avremmo avuto quasi 35mila morti e l’economia in ginocchio. Vedremo più avanti proprio sulle mascherine l’esperienza opposta di Taiwan.

Curiosa poi la vicenda dell’idrossiclorochina, un vecchio farmaco antimalarico (non coperto da brevetto, cioè lo può fabbricare chiunque senza pagare la licenza) che diversi clinici hanno trovato efficace per curare i pazienti in stadio iniziale della malattia. L’OMS lo ha giustamente incluso in un importante trial clinico internazionale, chiamato Solidarity, che metteva alla prova in tutto quattro potenziali terapie per verificarne efficacia e sicurezza. Ma a metà maggio ha fatto sospendere la somministrazione nei pazienti registrati nello studio dopo un articolo fortemente critico uscito su Lancet e prodotto sulla base dei dati raccolti dalla Surgisphere – piccola società americana rivelatasi però priva di importanti requisiti scientifici, tanto da minare la credibilità dell’articolo che voleva sminuire il medicinale. Così poco dopo l’idrossiclorochina è stata riabilitata. Premesso che non ci sono ancora evidenze scientifiche consolidate su questa terapia, ma solo promettenti esperienze cliniche, non si può non notare che uno dei suoi grandi promotori è Donald Trump – e averla messa fuori gioco anche solo per una decina di giorni è stato forse un segnale politico.

Ma perché l’OMS, che pure ha conseguito importanti successi nella lotta al tabagismo e alla poliomelite, sembra oggi essere così debole sul piano scientifico e diplomatico? Le ragioni sono complesse e molteplici, tra queste: la nomina a figure apicali di dirigenti dai curricula non esemplari; le pressioni dei governi che finanziano l’agenzia; l’infiltrazione di lobby della produzione e distribuzione farmaceutica.

Spieghiamo il meccanismo delle donazioni. L’OMS ha un budget biennale di circa 4,5 miliardi di dollari, che per il 19% viene fornito da quote fisse pagate dagli Stati (erogazioni non vincolate a progetti specifici, che lasciano l’ente libero di valutare in che modo impiegare i fondi) e per il restante 81% da donazioni vincolate, fatte sia da Stati sia da privati, che nel dare dei finanziamenti chiedono però che siano utilizzati per specifiche finalità. Questo rende difficile creare una lista autonoma di priorità e permette ai grandi finanziatori soprattutto USA e Paesi europei di indirizzare le politiche di salute mondiale. Per inciso: la Cina dona pochissimo, nemmeno 80 milioni di dollari, per cui punta tutto sull’influenza politica come spiegato più su.

Ora, il primo finanziatore, gli USA, ha dichiarato per bocca del presidente Trump di non voler più finanziare l’agenzia. Il secondo è Bill Gates con la sua Fondazione e il terzo l’Alleanza Mondiale per Vaccini e Immunizzazione GAVI (a sua volta finanziata dal fondatore di Microsoft). Gates e sua moglie hanno negli anni supportato progetti di ogni genere, dalle campagne anti-tetano e anti-rabbia a quelle per migliorare la nutrizione, passando per la prevenzione delle malattie tropicali. Ma le due voci principali che i ricchi coniugi finanziano sono le campagne contro la poliomelite e quella per la contraccezione, nonché tutto ciò che rientra sotto l’ombrello di “salute riproduttiva”.

L’ideologia neomalthusiana e la diffusione di dispositivi anticoncezionali sono un pallino fisso della Fondazione americana. Sarebbe un grosso errore pensare che Bill Gates finanzi la ricerca scientifica sui vaccini anti-Covid e l’OMS per finalità economiche. Con un patrimonio di 100 miliardi di dollari, di cui la metà nel trust di famiglia che poi supporta la sua fondazione, è il secondo uomo più ricco del mondo e infatti i finanziamenti sono erogazioni liberali pure, senza acquisizione di quote o interessi. Appare invece più fondata l’ipotesi che Gates voglia porsi come una sorta di superpotenza sanitaria globale, quasi fosse il 195° Stato membro dell’OMS o se vogliamo un direttore esterno. E che un magnate dell’elettronica con il suo pensiero liberal e liberista abbia il potere di indirizzare politiche sanitarie mondiali deve preoccupare. Ad esempio non sappiamo che tipo di copertura brevettuale proteggerà i vaccini anti-Covid sviluppati dai vari progetti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e a quali Paesi sarà permesso di produrre il vaccino da sé (avvalendosi di concessioni chiamate licenze obbligatorie). Non sappiamo se alcune grandi aziende approfitteranno per fare profitto o se alcuni Stati ne trarranno vantaggi geopolitici. Una dichiarazione di nullità del brevetto per questi vaccini durante il periodo pandemico sarebbe una soluzione ottimale.

Ma guardiamo a un caso positivo. Uno dei pochi Paesi del mondo a non essere membro dell’OMS, e privato anche dello status di osservatore per volontà cinese, è la Repubblica di Cina detta anche Taiwan. Uno stato di 23 milioni di abitanti sostanzialmente indipendente, etnicamente cinese, in cui vige la democrazia, si può praticare liberamente la Fede cattolica e che è nato come ultimo rifugio del partito nazionalista Kuomintang quando Mao conquistò la Cina continentale nel 1949. Il vicepresidente di Taiwan, Chen Chien-jen, è un epidemiologo e insieme agli esperti del Centro di Controllo delle Malattie Infettive ha sin dal 31 dicembre 2019 individuato su alcuni forum on-line di medici dei messaggi di dottori cinesi che si interrogavano preoccupati sulla nuova malattia. A quel punto già dal primo gennaio sono partiti controlli e restrizioni dei voli da Hubei, sono state avviate campagne di screening mirato della popolazione e si è proceduto a mettere in isolamento non l’intero Paese ma solo i cittadini contagiati o potenziali infetti. Come in molti Paesi asiatici anche a Taiwan l’uso di mascherine protettive sui mezzi pubblici o all’aperto è molto comune da decenni, ma in questo caso il governo ha incentivato la produzione arrivando a circa 15 milioni di mascherine al giorno, imponendo prezzi calmierati. La filosofia adottata è: se non c’è ancora il vaccino, la nostra protezione sono le mascherine. Con soli 443 casi e appena 7 morti, il PIL in attivo, il modello ha chiaramente funzionato.

Ebbene, Taiwan ha fatto di testa propria, diffidando sia della Cina continentale sia dell’OMS. Ma il suo successo è dovuto anche alla serietà nel compiere i propri doveri di stato dei suoi dirigenti sanitari che in un solo giorno hanno avviato una risposta coordinata a livello nazionale. In Italia invece avevamo un ottimo piano di gestione delle pandemie, seppur datato al 2006, che però non è mai stato integralmente applicato, né per quanto riguardava la formazione dei sanitari né per le scorte di dispositivi di protezione individuale e di kit diagnostici e relativi reagenti. Siamo arrivati tardi, impreparati, ci siamo fidati dell’OMS che a sua volta si è “fidato” della Cina comunista. Che a sua volta ci ha servito la Chernobyl del XXI secolo. Almeno la lezione serva a mettere a tacere per sempre chi si ostina a seguire Marx e i suoi nipotini.  

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