ATTUALITÀ
Il bambino dimenticato
dal Numero 46 del 24 novembre 2019
di Francesca Romana Poleggi

Nel grembo materno, dal primo giorno del concepimento, c’è un bambino. È questa la premessa imprescindibile, ma quasi sempre elusa, di ogni dibattito bioetico. Riaffermiamola, con la forza del buon senso e l’evidenza della scienza!

Noi cristiani sappiamo che la vita è sacra dal concepimento alla sua fine naturale, perché la vita è un dono del Creatore e abbiamo il dovere di custodirla. Eppure, in questo mondo dove respiriamo i miasmi della “cultura della morte”, è prioritaria necessità ribadire l’umanità del concepito, un concetto che troppo spesso viene dimenticato o dato per scontato: è necessario soffermarsi a riflettere razionalmente e “laicamente” sul fatto che egli è una persona, perché i cultori della morte hanno lavorato di fino con la propaganda e sono riusciti a cancellare totalmente il bambino dal panorama del dibattito bioetico: parlano di aborto, di fecondazione artificiale e di utero in affitto e non nominano mai la creatura che è la prima vittima di tutte queste pratiche. È il “prodotto del concepimento”, un “grumo di cellule”, “materiale biologico”. Pochi giorni fa un membro del parlamento della Pensilvania, la signora Wendy Ullman, si è pubblicamente riferita ai poveri resti di un bambino abortito come a della “sporcizia su un pannolino” (“mess on a napkin”).
Al massimo si usano espressioni scientifiche, totalmente fredde e asettiche come “embrione”, “blastocisti”, o “morula”. E la cosa grave è che in qualche modo cadiamo anche noi nella trappola della “neolingua” (mirabilmente descritta da George Orwell nel suo romanzo 1984).
Ebbene, tutti coloro che credono che la persona umana è sacra dal concepimento alla sua morte naturale stiano bene attenti nel parlare: non si tratta solo di “vita”, ma di un bambino!
Ed è un bambino fin dal momento in cui lo spermatozoo feconda l’ovocita. Quel micro organismo unicellulare, lo zigote, è obiettivamente, indiscutibilmente un essere umano. Tra lui e noi c’è la stessa differenza che c’è tra un neonato e un adulto, un adolescente e un anziano: la persona è sempre la stessa, cambia solo il grado del suo sviluppo.
Lo zigote, fin da subito, possiede il Dna umano (con 46 cromosomi) che resterà caratteristica sua inconfondibile per tutta la vita (non esistono due persone con il Dna perfettamente uguale, neanche due gemelli omozigoti); è un soggetto unico, quindi estremamente prezioso, perché irripetibile. È autonomo rispetto alla madre. Certamente “autonomo” non significa “indipendente”: ma quando sarà perfettamente indipendente il bambino?
Spiega un illustre clinico e cattedratico come il prof. Giuseppe Noia del Policlinico Gemelli di Roma, sulla rivista NotizieProVita (n. 9, 2012, p. 16), che l’autonomia biologica del concepito sta nel fatto che vive per circa otto giorni, dalla fecondazione fino all’impianto in utero, senza fonti ossigenative dirette, ma utilizzando l’energia trasformata dal materiale tubarico che lo circonda. Inoltre è dotato di “capacità manageriali” (essendo un organismo e non un organo): gradualmente, continuamente e ordinatamente, determina egli stesso il suo sviluppo.
Sempre in quei primi otto giorni, prima dell’impianto in utero, dialoga con l’organismo materno. Anzitutto si scambia con la madre dei messaggi affinché ella lo riconosca come “amico”: altrimenti, essendo composto per metà dai geni del padre, il corpo della madre potrebbe attivarsi per “espellere l’intruso”; secondo poi, le chiede di consentirgli di farsi strada tra i villi delle tube fino all’utero. Giustamente il British Medical Journal, nell’editoriale del novembre 2000, affermava: «L’embrione non è passivo: è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro».
Precisa il prof. Noia, nell’articolo citato: «Il protagonismo biologico dell’embrione e la sua relazionalità con la madre fatta di messaggi ormonali, immunologici, biochimici sono le condizioni indispensabili perché si abbia un “buon impianto” e dal “buon impianto” si avrà una normale “trofoblastizzazione”, vale a dire la formazione di una placenta che permetterà lo scambio ottimale di ossigeno e nutrizionali importanti per la crescita dell’embrione e del feto. Un peso normale alla nascita (3200-3500 gr), quindi, dipende dalla placenta e a sua volta la buona placentazione dipende dall’impianto».
Questo ci fa già capire quanto possa essere pericolosa per la salute del bambino la fecondazione in vitro, la crescita nel brodo di coltura contenuto nel freddo di una provetta, l’eventuale congelamento e scongelamento e poi l’impianto manuale nell’utero della donna: mi riservo di riflettere su questi temi con i Lettori di questa Rivista in una prossima occasione.
Per ora abbiamo chiarito la premessa: nel grembo materno, dal “giorno uno”, c’è un bambino. Questo, per decenni, la propaganda mortifera radical-femminista ha cercato di farci dimenticare. E purtroppo è riuscita nell’intento più di quanto noi, che diamo giustamente la verità per scontata, possiamo immaginare. Non è un caso, infatti, che le affissioni dei nostri manifesti che riproducono un bambino concepito da 11 settimane (l’abbiamo battezzato “Michelino”), abbiano suscitato reazioni scomposte, censure, multe per migliaia di euro e quant’altro; non è un caso che le femministe si sentano offese nell’onore se distribuiamo dei piccoli “Michelini” in plastica, o le spillette con i suoi “piedini preziosi” (il calco in dimensioni naturali dei piedi).
Credo che sia necessario che ciascuno di noi contribuisca a diffondere la “cultura della vita”: loro hanno il potere massmediatico e il potere politico. Noi abbiamo la forza della ragione e della Verità. Usiamo la parola “bambino”. E a quelli che hanno sempre la bocca piena di “diritti”, “libertà” e “uguaglianza” ricordiamo che discriminare gli esseri umani in base alle dimensioni e all’età è profondamente ingiusto, come lo era discriminarli per il colore della pelle, ai tempi dello schiavismo, o per la razza ai tempi del nazismo. Sta a noi risvegliare la sensibilità della gente sulla necessità di tutelare tutti gli esseri umani, anche quelli più piccoli, che non si vedono a occhio nudo: perché oggi, nella civilissima contea di New York, la legge vieta il paté de foie gras (perché è inumano ingozzare le oche deputate allo scopo), ma consente di abortire i bambini per tutti e nove i mesi della gravidanza. 


di Francesca Romana Poleggi – Direttore editoriale di “Notizie Pro Vita & Famiglia”- www.provitaefamiglia.it