ATTUALITÀ
La vita e la morte. Aspetti etici
dal Numero 42 del 27 ottobre 2019
di Riccardo Pedrizzi

Dopo l’ultima sentenza della Corte Costituzionale, che colpisce mortalmente la nostra società e soprattutto la società del futuro, ecco un discorso sulla vita e sulla morte, per capire il terreno culturale e ideologico nel quale si muovono le campagne di opinione miranti alla legalizzazione dell’eutanasia.

La recente sentenza della Corte Costituzionale, che di fatto apre al suicidio assistito ed all’eutanasia, rappresenta la fine della tutela del diritto alla vita, fino ad oggi costituzionalmente garantito e protetto. In pratica la Corte ha accettato il principio che non va combattuto il dolore, ma eliminato il sofferente che a questo punto si sentirà un peso per tutti: per lo Stato, per la famiglia, per gli amici. Essa comunque è il frutto e la conclusione direi logica, se non fosse aberrante, di modi di pensare e concezioni del mondo e della vita che si sono affermate soprattutto nell’era contemporanea.
Esse vanno ricercate, al di là delle situazioni contingenti e dei singoli casi concreti, in atteggiamenti e comportamenti culturali che si sono andati diffondendo con e dopo la Rivoluzione francese attraverso modelli di vita, ideologie e dottrine libertari e radicali, che hanno come suprema istanza la libertà. Secondo i quali è lecito ed è eticamente accettabile tutto ciò che è liberamente voluto.
Si tratta, evidentemente, in questi casi di una rivendicazione di una libertà senza vincoli e senza responsabilità che arriva ad un vero e proprio nichilismo, come nel caso del pensatore Herbert Marcuse, e che fa inaridire la stessa radice della libertà, allorquando si pone contro la vita, che è il presupposto ed il fondamento stesso della libertà.
Una libertà assoluta, ma solo per chi è in grado di farla valere. Certamente non per il nascituro, né per il malato terminale, i quali sono i più deboli ed i più esposti alla volontà, alle disposizioni, alle volte al dispotismo, del più forte.
Ovvero vanno ricercate, quelle cause, in mentalità e culture che attraverso la deriva scientista e tecnologica stanno assecondando sempre più il sogno faustiano di poter controllare, dopo averne individuato i meccanismi, la vita e la morte dell’uomo, fino a sfiorare la vertigine di creare artificialmente la vita, sostituendosi a Dio.
Anche qui va facendosi strada, sulla scorta del galileiano “sapere e potere”, la convinzione che tutto quello che è scientificamente e tecnicamente possibile è anche automaticamente morale ed eticamente lecito.
Nell’ambito di questo scenario, noi assistiamo a fenomeni mai registrati prima nella storia dell’umanità. Come quello dell’“occultamento della morte”.
Per millenni, il rapporto con la morte è rimasto fondamentalmente immutato: essa era al tempo stesso familiare, vicina e presente nella quotidianità.
Nel nostro tempo, invece, la morte fa paura al punto che non vogliamo più pronunciarne il nome.
Per questo Philippe Aries, nel suo Storia della morte in Occidente, definisce la morte del passato “morte familiare”, mentre la morte di oggi “morte selvaggia”, perché oggetto di divieto e di vergogna, tanto che i bambini ne sono tenuti sistematicamente lontano.
Alla morte, oltretutto, non viene assegnato solamente un significato imbarazzante. Essa ne ha molti altri, come scrive Fausto Gianfranceschi nel suo Svelare la Morte: «Come paradigma, cioè, dei limiti invalicabili, come immagine della corruzione dell’esistente, dell’impossibilità della pienezza terrena, come segno del male connaturato all’umano; per converso, come pietra di paragone delle differenze, delle qualità, del sacrificio, della forza d’animo, della serenità interiore, dell’eroismo».
Per questo anche, ai nostri giorni, si tace la verità a chi viene colpito da una malattia incurabile, senza capire che è proprio il silenzio a rendere la morte più terribile, a farne un evento innaturale, scisso dalla vita, cui invece è legata, come l’ombra alla figura.
Una volta invecchiare, ammalarsi, avvicinarsi alla morte era una naturale “ars moriendi”, una preparazione fisiologica al distacco. Oggi è un evento da rimuovere o da gestire direttamente.
Questo è avvenuto ed avviene perché la società del benessere e, soprattutto, una cultura consumistica ed edonistica è incapace di cogliere il senso della vita nelle situazioni di vecchiaia, di inabilità, di sofferenza, di difficoltà e di limitazione, che accompagnano l’uomo alla morte.
La vita non può non essere che quella che ci viene presentata dai mezzi di comunicazione: bella, senza problemi, tutta rose e fiori, con belle donne e uomini superman. E non riuscendo a cogliere il senso profondo della vita, si sente e si avverte la morte come un non senso.
Per questo si propone a volte la sua anticipazione indolore, facendo appello all’autonomia assoluta dell’uomo, quasi egli fosse il padrone della sua vita.
In questa ottica si fa leva sul principio di autodeterminazione e si giunge ad esaltare il suicidio e l’eutanasia come forme paradossali di affermazione ed insieme di distruzione del proprio io.
Il suicidio in pratica – scrive ancora il mio amico Gianfranceschi – «è un’elusione della morte. Nel suo maestoso incombere, la morte ambisce la sorpresa e la ritrova per saggiare l’animo di chi l’accoglie. Il suicida si sottrae alle regole della sfida, sceglie lui l’ora, il luogo e il mezzo. Nello stesso momento, non sa vivere e non sa morire».
Dall’altro canto, nella nostra società va sempre più affermandosi una sorta di “etica utilitaristica”, in base alla quale il malato grave e il morente, che non è più utile per una società efficentista e produttivistica, bisognoso di cure costose e sofisticate, viene considerato un peso per la collettività e quindi, nell’ottica di una fredda ed impersonale logica di costi-ricavi, non degno di essere curato ed assistito.   
In un contesto culturale ed ideologico di questo tipo, che abbiamo potuto evidentemente delineare a grandi linee, si spiegano le sempre più frequenti campagne di opinione per introdurre nel nostro ordinamento giuridico l’eutanasia ed il suicidio assistito, che sono sfociate, vincendo la loro battaglia contro la vita, prima sulla DAT, il testamento di disposizioni anticipate per «l’interruzione volontaria dell’esistenza in condizioni fisiche terminali» e poi, recentemente, nella sentenza della Corte Costituzionale.
È evidente che l’accettazione culturale e giuridica dell’eutanasia o del suicidio assistito è un messaggio pericoloso non solo per la nostra società, ma anche per le future generazioni e per l’umanità intera, perché si tratterebbe di contribuire alla diffusione di quella che san Giovanni Paolo II definiva «la cultura della morte», che si manifesta anche in tanti altri ambiti come la morte per fame, per guerre, per violenze, ma che tutti sono riconducibili ad una scarsa valutazione della dignità della persona.
Al di là delle convinzioni religiose personali, infatti, non v’è dubbio che la vita debba terminare così come iniziata: naturalmente. Non può l’uomo impadronirsene. Non sta a lui decretarne la fine, per nessun motivo, fosse anche il più nobile. La vita è un bene indisponibile e intangibile, che non appartiene a nessuno di noi. Essa è un valore in sé, ha un significato ontologico che la rende indipendente dalla sua qualità e mai “inutile”. La vita è sempre degna di essere vissuta e non soltanto se è “sana”. Per questo lo Stato deve tutelarla sempre e comunque, e non a seconda dei casi.
L’eutanasia rientra quindi in un contesto che vede prevalere la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, per cui la sofferenza appare come uno scacco insormontabile di cui occorre liberarsi ad ogni costo.
Discorso a parte è quello relativo all’accanimento terapeutico. Il concetto della terapia di entità proporzionata, in questo caso, è interpretato correttamente se esso sta a significare che il dolore e la sofferenza non devono essere superiori all’effetto positivo ottenuto attraverso tale terapia.
Invece non è possibile accettare l’interpretazione del principio della proporzionalità, secondo la quale non va fornito alcun trattamento alla persona la cui “qualità della vita” non soddisfa i criteri di chi prende le decisioni al suo posto.
In pratica il buon senso vorrebbe che quando certi interventi medici non sono più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia, la medicina facesse un passo indietro e si fermasse dinanzi al corso naturale della malattia.
  Questo significa che uno Stato che si rispetti ed una comunità che voglia definirsi civile, debbano incrementare sempre più la ricerca ed investire risorse consistenti, sicuramente superiori a quelle attuali, nella terapia del dolore, nelle cure palliative con l’obiettivo di ridurre e lenire al massimo le sofferenze di chi nel dolore è al termine della propria esistenza.
Disse san Giovanni Paolo II nel suo discorso all’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la vita del 27.02.1999: «Il momento della morte è sempre accompagnato da una particolare densità di sentimenti umani: c’è una vita terrena che si compie; l’infrangersi dei legami affettivi generazionali e sociali che fanno parte dell’intimo della persona; c’è nella coscienza del soggetto che muore e di chi lo assiste il conflitto fra la speranza nell’immortalità e l’ignoto che turba anche gli spiriti illuminati».
In quel momento occorre fare in modo che nessuno sia e si senta mai abbandonato a se stesso, solo dinanzi al dolore ed al buio.
Occorre far sentire all’ammalato che la comunità gli è vicina, che la famiglia non lo abbandonerà mai, che i medici hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità, che i servizi socio-sanitari sono stati efficienti.
In questo clima, con questo calore attorno difficilmente ci sarà chi potrà pensare di ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito.