ATTUALITÀ
Pastore Angelico. Una vita e un magistero ancora a servizio della Chiesa
dal Numero 39 del 6 ottobre 2019
a cura della Redazione

Se il dibattito storico sulla figura del venerabile Pio XII, non sempre sereno, ha trascurato molti aspetti del suo ammirabile pontificato, vogliamo offrire l’occasione per un maggior approfondimento, ponendo alcune domande all’avvocato Emilio Artiglieri.

Il 2019 si presenta come un anno particolarmente consacrato alla figura del pontefice Pio XII, scandito com’è da tre importanti anniversari che lo riguardano: i 120 anni dalla sua Ordinazione sacerdotale (1899), i 90 anni dal suo cardinalato (1929), cui seguì la nomina a Segretario di Stato, e infine gli 80 anni dalla sua elezione al Soglio pontificio (1939).
Pio XII è stato chiamato “primo papa moderno”, il primo papa delle masse e dei mass-media, ed è conosciuto anche come “l’ultimo vescovo romano di Roma”, dove l’aggettivo “romano” significa molto più che una città natale o di residenza, bensì l’attaccamento alla missione soprannaturale assegnata dalla Provvidenza alla Città Eterna, quella di essere la sede della Cattedra di Pietro, cuore della Cristianità e faro di verità per il mondo intero.
In questo senso si possono leggere i suoi 20 anni di pontificato, nei quali ha dispiegato un abbondante magistero, dai temi più vari, in costante e sapiente equilibrio tra modernità e tradizione: mostrandosi fedele alla Storia che lo ha preceduto, della quale non si è mai fatto giudice ma umile servo e fermo custode, e insieme abile scrutatore delle problematiche del suo tempo, proponendo risposte efficaci in un magistero che, in non pochi tratti, ancora oggi conserva singolare attualità.
Benedetto XVI, a suo tempo, non esitò a tesserne l’elogio, affermando che «non deve stupire che il suo insegnamento continui anche oggi a diffondere luce nella Chiesa. Sono ormai trascorsi cinquant’anni dalla sua morte [oggi sessanta], ma il suo poliedrico e fecondo magistero resta anche per i cristiani di oggi di un valore inestimabile. [...]. Possiamo ben dire che, nella persona del Sommo Pontefice Pio XII, il Signore ha fatto alla sua Chiesa un eccezionale dono, per il quale noi tutti dobbiamo esserGli grati».
Se il dibattito storico sulla figura del venerabile Pio XII, non sempre sereno, ha trascurato molti aspetti del suo ammirabile pontificato, vogliamo offrire l’occasione per un maggior approfondimento, ponendo alcune domande all’avvocato Emilio Artiglieri.


- Gentile avvocato, il “Comitato Papa Pacelli - Associazione Pio XII”, di cui lei è presidente, collabora alla causa di beatificazione del Pontefice. Potrebbe dirci a che punto sono i lavori e che cosa, in particolare, del pontificato di Pio XII potrebbe illuminare il nostro tempo?

Come si sa, il 19 dicembre 2009 papa Benedetto XVI ha proclamato Pio XII Venerabile, in altre parole ha dichiarato l’eroicità delle sue virtù, la perfezione della sua vita cristiana sotto ogni aspetto.
Per la beatificazione, occorre che, attraverso le procedure previste, venga riconosciuto un miracolo, ossia un fatto scientificamente inspiegabile, attribuito alla sua intercessione presso Dio.
Per questo il Comitato Papa Pacelli è impegnato, oltre che nel promuovere incontri culturali, di studio e di approfondimento sulla figura di questo grande Papa, anche nella diffusione della devozione e delle preghiere, volte proprio ad ottenere questo “segno del Cielo”.
Oggi più che mai, portare questo Papa agli onori degli Altari avrebbe un grande significato per la Chiesa e per il mondo: tutta la sua attività pastorale è stata orientata a diffondere la luce della fede in ogni ambito della vita, pubblica e privata, dal campo politico, nazionale e internazionale, a quello sociale, giuridico, economico per giungere appunto alla sfera personale, dei singoli, secondo la condizione di vita di ciascuno.
Pensiamo alle grandi encicliche, ai celebri radiomessaggi sull’ordine sociale e politico, ma anche alle centinaia di incontri, con i relativi discorsi, rivolti ad ogni categoria di persona: ai religiosi, agli studiosi di scienze naturali, ai medici di ogni settore specialistico, agli infermieri, alle ostetriche, ai giuristi, agli operatori della comunicazione, ai tutori dell’ordine, ai militari, agli artisti, agli sportivi, agli educatori, agli sposi novelli, agli invalidi, agli orfani, ai fanciulli, ai lavoratori di ogni settore; davvero nessuno era escluso dalla sua attenzione pastorale. Anche ai carcerati fece arrivare la sua voce attraverso un radiomessaggio per loro.
Insomma, nessun ambito della vita, sia dei singoli che associata, doveva essere sottratto, nel cuore del Pastore, all’influsso benefico del Vangelo.
Portare Nostro Signore Gesù Cristo in ogni cuore, in ogni famiglia, in ogni luogo di lavoro, in ogni spazio pubblico e privato: questo è stato il grande sforzo del venerabile Pio XII in un’epoca in cui i totalitarismi politici, con il loro carico di violenza e di menzogna, cercavano invece di conquistare il dominio sui singoli e sulla società.
Oggi lo spirito del mondo si fa sempre più pervasivo e tenta di prevalere ovunque: ad esso occorre rispondere con una grande ripresa di una capillare ed approfondita evangelizzazione, secondo l’esempio del Pastor Angelicus.


- Quest’anno ricorrono i 120 anni dall’Ordinazione sacerdotale di papa Pio XII, avvenuta nella domenica di Pasqua del 2 aprile 1899. Prima ancora che ottimo teologo, diplomatico affermato, eminente giurista, saggio uomo di governo, egli era il sacerdote in costante e intima unione con Dio, e la sua figura si staglia oggi come modello non solo per chi ricopre cariche ecclesiastiche, ma anzitutto per i ministri ordinati. In cosa specialmente egli può essere additato come “modello di sacerdote santo”?

Con la sua vita e con l’insegnamento, Pio XII ha additato ai sacerdoti la meta della santità, da raggiungere, come egli spiegava nell’esortazione Menti Nostrae, attraverso una intima unione con Gesù, nella pratica dell’umiltà, della diffidenza di se stessi, della immolazione della volontà, riconoscendo la necessità dell’obbedienza e la custodia della purezza.
Riprendendo il testo della Imitazione di Cristo, papa Pacelli sottolineava che il sacerdote “deve essere adorno di tutte le virtù e dare agli altri esempio di retta vita”.
Certamente ad una tale altezza non si può giungere senza l’aiuto della grazia e l’uso degli strumenti che il Signore ha messo a nostra disposizione. Soprattutto dal Sacrificio eucaristico il sacerdote può attingere le forze che sono necessarie a lui personalmente e al compimento della sua missione.
La santità perfetta, ricordava ancora Pio XII nella Menti nostrae, richiede una continua comunicazione con Dio, che è resa possibile dalla fedele recita dell’Ufficio divino, considerata come elevazione della mente e dell’anima a Dio e contemplazione, secondo il ciclo liturgico, delle cose celesti e dei misteri della vita di Gesù.
Nei sacerdoti, Pio XII vedeva, secondo le parole di san Paolo, i «dispensatori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1), come gli Apostoli della luce, che illuminano il mondo con la dottrina del Vangelo.
Pur in un periodo di grandi trasformazioni e di difficoltà, talvolta addirittura drammatiche, Pio XII invitava i sacerdoti a non lasciarsi ingolfare nel vortice dell’attività esteriore, così da trascurare il principale dovere, che è quello della propria santificazione.
Egli parlava addirittura di una “eresia dell’azione”, ossia di un’azione che non ha le sue fondamenta nell’aiuto della grazia, e non si serve dei mezzi necessari al conseguimento della santità.
In ogni forma di apostolato, così raccomandava Pio XII, deve essere sempre a tutti manifesto che il sacerdote niente altro cerca all’infuori del bene delle anime.
Mi piace altresì sottolineare come papa Pacelli invitasse non solo a pregare per le vocazioni, ma anche a suscitare grande stima per il sacerdozio.
Come ho detto, queste raccomandazioni non erano date solo con la parola o con lo scritto, ma con tutta la sua vita esemplare, dedicata in ogni momento, vorrei dire consumata, senza risparmio di fatica, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.


- Pio XII fu consacrato vescovo da Benedetto XV il 13 maggio 1917, lo stesso giorno in cui la Beata Vergine Maria apparve per la prima volta ai Pastorelli di Fatima. Potrebbe illustrare ai nostri lettori il legame, particolarmente stretto, tra questo Pontefice e la Madonna di Fatima? È vero che la devozione mariana si è radicata nell’animo del Pontefice fin dalla più tenera infanzia? In che cosa particolarmente egli ha servito la causa della Madre celeste?

Si può dire che tutta la vita, e non solo il pontificato di Eugenio Pacelli, sia trascorsa sotto lo sguardo di Maria.
La sua formazione spirituale, come si sa, avvenne soprattutto presso la “Chiesa Nuova” (Santa Maria in Vallicella), Chiesa non solo dedicata alla Madonna, ma quanto mai ricca di immagini a Lei dedicate.
Il giovane Eugenio amava anche frequentare la cappella della “Madonna della Strada” alla Chiesa del Gesù.
Si racconta che un giorno la mamma gli chiese: «Eugenio, che cosa fai nella cappella per tanto tempo?» ed egli rispose: «Prego Mamma: io dico tutto alla Madonna».
Giovane diciottenne, il 13 dicembre 1894 si iscriveva nella Congregazione Mariana, detta dei Nobili, dei Gesuiti in Roma.
Celebrò la sua prima Messa il 3 aprile 1899 all’altare della “Salus Populi Romani” nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
Molto stretto, come è stato ricordato, è il legame tra Pacelli e la Madonna di Fatima: non solo egli venne consacrato vescovo il 13 maggio 1917, ossia lo stesso giorno in cui la Beata Vergine Maria apparve per la prima volta ai Pastorelli di Fatima, ma ne ricordò l’Apparizione in una Enciclica del 1940, indirizzata ai vescovi portoghesi.
Nell’ottobre 1942, in risposta ad un messaggio inviatogli dalla veggente Suor Lucia, Pio XII consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria, con una menzione speciale per la Russia.
Nel 1944 estese alla Chiesa universale la festa del Cuore Immacolato di Maria. Nel 1946, il cardinale Masella, in veste di Legato Personale del Santo Padre, incoronò la Madonna di Fatima “Regina del mondo”. Il 7 luglio 1952, consacrò poi la Russia e il suo popolo al Cuore Immacolato di Maria. L’11 ottobre 1954 pubblicò una enciclica sul Regno di Maria, e in essa egli si riferì alla miracolosa immagine di Fatima.
Istituì altresì la festa della Regalità di Maria, ovvero di Maria Regina. Nel 1954, ricorrendo altresì il Centenario del dogma dell’Immacolata Concezione, fu un vero e proprio “Anno Santo”, aperto l’8 dicembre 1953 in Santa Maria Maggiore e chiuso in San Pietro il 1° novembre 1954 con l’incoronazione della Vergine Salus Populi Romani e l’istituzione appunto della festa di Maria Regina.
L’atto però più significativo fu senz’altro la definizione del dogma dell’Assunta nel 1950, con il quale Pio XII proclamò l’Assunzione di Maria alla gloria celeste, in anima e corpo. In tale circostanza, il 30 ottobre, il 31 ottobre, il 1° novembre (giorno della proclamazione del Dogma) e infine l’8 novembre 1950, papa Pacelli assistette, durante la sua passeggiata nei Giardini Vaticani, allo stesso fenomeno verificatosi nel 1917 al termine delle apparizioni di Fatima, e che così venne descritto: «Il sole che era ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco giallognolo, circondato tutto intorno da un cerchio luminoso. Il globo opaco si muoveva all’esterno leggermente, sia girando, sia spostandosi da sinistra a destra e viceversa. Ma nell’interno del globo si vedevano con tutta chiarezza e senza interruzione fortissimi movimenti».
Il Papa considerò un tale fenomeno come una conferma celeste del dogma dell’Assunta.


- Tra le sue encicliche vi è quella intitolata Sacra Virginitas (25 marzo 1954) sulla verginità consacrata. Cosa può dire alla Chiesa di oggi, così dolorosamente colpita dalla piaga degli abusi sessuali e, simultaneamente, dagli attacchi al celibato ecclesiastico da parte di chi non ne comprende il sublime valore?

Tra le quarantatré encicliche di papa Pacelli, la Sacra Virginitas (La consacrata verginità) del 25 marzo 1954, è dedicata appunto alla sacra verginità e alla castità perfetta, consacrata al servizio di Dio.
L’argomento era senz’altro confacente alla personalità dell’Autore, che, non senza motivo, veniva appellato Pastor Angelicus: il cardinale Siri, sottolineando la figura angelica di questo Papa, diceva che, al contatto con lui, si aveva l’impressione di una persona “transumanata”.
Suor Pascalina, la celebre suor Pascalina, addetta alla cura dell’appartamento prima del nunzio Pacelli, poi del cardinal Pacelli ed, infine, di papa Pio XII, osservava: «L’anima pura e casta di Pio XII traspariva già dal suo atteggiamento esteriore e dal suo volto».
Non a caso fu Pio XII a beatificare e poi a canonizzare Maria Goretti, la giovane martire dell’innocenza, compiacendosi, in particolare, che la cerimonia di canonizzazione avesse attirato un gran numero di fedeli, tra cui molti uomini.
L’enciclica Sacra Virginitas fu scritta personalmente da Pio XII, a conferma di quanto questo Papa amasse la purezza e ne volesse difendere e diffondere la stima in un mondo che già veniva ghermito dall’edonismo, dal materialismo, dal naturalismo e dal secolarismo.
Tra l’altro, il 1954, l’anno in cui fu pubblicata questa enciclica, fu, per volere di Pio XII, anche un Anno Santo, in onore di Maria: si può dire che l’Enciclica fosse come un omaggio reso da Pio XII alla Regina delle Vergini.
Illustri autori (ad esempio padre Innocenzo Colosio, OP) affermano che, tra i voti, il più radicale, il più “consacrante”, il più “sacrificante”, il più unente intimamente a Cristo sia appunto il voto di castità, con cui uno, rinunciando all’istinto che spinge la “metà” della natura umana a congiungersi all’altra “metà” per dare vita ad un altro essere, e sottraendosi alla legge universale della procreazione, si dona anima e corpo a Dio, come se già appartenesse al mondo di là.
Perciò – dicono appunto questi autori – il voto di castità, o, se si preferisce, il suo contenuto, è il voto “fondante” lo stato religioso, la sua anima, il suo nucleo vitale; e gli altri due voti, anche storicamente posteriori come istituzionalizzazione, sono stati concepiti in funzione del primo, cioè come esigenza o conseguenza o difesa di esso.
Sembra che anche Pio XII muovesse da questa premessa, trattando appunto della Sacra Virginitas, quale elemento maggiormente qualificante la consacrazione religiosa.
Prezioso è l’invito ai religiosi da parte di Pio XII a leggere e a meditare ciò che i Santi Padri (ad esempio sant’Ambrogio e sant’Agostino) hanno proclamato circa la gloria e il merito della verginità, per trovare sostegno e forza – uso le parole del Papa – «a perseverare fermamente nel sacrificio e a non sottrarre e prendere per sé una parte anche minima dell’olocausto offerto sull’altare di Dio».
L’occasione di questa Enciclica, fu quella non solo di confermare nella loro vocazione le anime consacrate, ma anche di reagire ai gravi errori che già allora si andavano diffondendo, anche in ambienti ecclesiali, gli errori di coloro che «esaltano tanto il matrimonio da anteporlo alla verginità», e «disprezzano la castità consacrata a Dio e il celibato ecclesiastico», errori che insidiavano e insidiano la vita religiosa e sono tra le cause principali del suo depauperamento nella quantità e nella qualità.
Pio XII è molto fermo nel ribadire, fin dall’inizio, l’insegnamento tradizionale della Chiesa, per il quale la santa verginità supera in eccellenza il matrimonio, in quanto la prima è un mezzo efficacissimo per consacrarsi interamente al servizio di Dio, mentre il cuore di chi è legato alle cure del matrimonio resta più o meno “diviso” (cf. 1Cor 7,33).
Papa Pacelli non ha timore nel ricordare che se molti laici coniugati hanno compiuto opere buone, la maggior parte delle opere di carità è da attribuire alla «falange innumerevole di vergini e di apostoli che, dai primi tempi della Chiesa fino ai giorni nostri, hanno rinunciato al matrimonio per consacrarsi più liberamente e più completamente alla salvezza del prossimo per amore di Cristo».
Già all’epoca di Pio XII si andavano diffondendo gravissimi errori, che rischiavano di offuscare la gloria della verginità consacrata, e, possiamo aggiungere, della stessa vita religiosa.
In un discorso tenuto il 15 settembre 1952 alle Superiore Generali di Ordini e Congregazioni religiose femminili, Pio XII rimproverava apertamente «coloro che, sacerdoti o laici, predicatori, oratori o scrittori, non hanno più una parola d’approvazione o di lode per la verginità consacrata a Cristo; che da anni, nonostante gli avvertimenti della Chiesa e contrariamente al suo pensiero, concedono al matrimonio una preferenza di principio sulla verginità; che arrivano persino a presentarlo come unico mezzo capace di assicurare alla personalità umana il suo sviluppo e la sua perfezione naturale: quelli che parlano e scrivono così – ammoniva Pio XII – abbiano coscienza della propria responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi alla Chiesa».
E la prima responsabilità riguardava proprio la crisi delle vocazioni religiose che già si stava prospettando.
Come si possono infatti coltivare, favorire, promuovere le vocazioni alla vita religiosa, in ambienti, anche ecclesiali, in cui non solo non si dice una parola di lode per la verginità consacrata, ma la si considera quasi come uno stato di vita impossibile, o appartenente ad epoche passate, mentre si ripete che quello che oggi importa è l’impegno dei laici nel mondo?
Certo questo impegno è importante, ma la consacrazione religiosa lo è di più; d’altra parte non è difficile notare come oggi non solo scarseggino – tranne felici eccezioni – le consacrazioni religiose, ma manchi anche l’impegno convinto e coerente di laici cattolici che si oppongano alle tendenze secolariste che vogliono allontanare sempre più gli uomini da Dio e dalle sue leggi.
Se si rimettessero le cose in ordine, se si restituisse il primato alla verginità consacrata, ossia il primato a Dio e alle cose di lassù, i laici cattolici sarebbero forse meno pigri, meno arrendevoli, meno pavidi, meno confusi, meno appiattiti sul pensiero dominante.


- Restando in argomento, data la sua importanza per la nostra attualità, potrebbe riassumere quali erano secondo Pio XII le maggiori insidie tese alla dottrina e alla pratica della “verginità consacrata” e con quali argomentazioni egli la difendeva dagli errori?

Pio XII aveva ben colto l’errore di un naturalismo strisciante, che esalta impropriamente l’istinto sessuale, negando che l’uomo, con l’aiuto della grazia, possa dominare i propri impulsi e le proprie passioni (quante considerazioni si potrebbero fare con riferimento all’attualità!).
Papa Pacelli segnala come grave errore quello di chi sostiene la superiorità del matrimonio sulla verginità, con l’argomento che il primo è un sacramento e la seconda no.
Invero «il sacramento accorda agli sposi la grazia di adempiere santamente i loro doveri coniugali [...] ma non fu istituito per rendere l’uso del matrimonio quasi il mezzo in sé più atto ad unire a Dio l’anima degli sposi col vincolo della carità», né si può affermare che «il mutuo aiuto ricercato dagli sposi nel matrimonio sia un aiuto più perfetto per giungere alla santità che la solitudine del cuore delle vergini e dei celibi».
Difatti «le anime consacrate alla castità perfetta [...] ricevono da Dio stesso un soccorso spirituale immensamente più efficace che il “mutuo aiuto” degli sposi».
Solenne è la condanna di Pio XII nei confronti di coloro «che si applicano a distogliere i giovani dall’entrare in seminario, negli ordini o congregazioni religiose o dalla emissione dei santi voti, insegnando loro che sposandosi faranno un bene spirituale maggiore con la pubblica professione della loro vita cristiana, come padri e madri di famiglia».
Questo è purtroppo un ritornello che invece si sente molto spesso e contro il quale occorre reagire energicamente.
È opportuno ricordare che l’insegnamento di Pio XII si ispira chiaramente agli enunciati del Concilio di Trento, che nel can. 10 del decreto De sacramento matrimonii stabiliva: «Chi afferma che lo stato coniugale deve essere anteposto allo stato di verginità o di celibato; e che perdurare (manere) nella verginità o nel celibato non è migliore e più felice cosa del contrarre matrimonio: sia anàtema» (DS 1810).
Il Concilio di Trento aveva reagito al pensiero dei teologi protestanti, che così si può sintetizzare: «Il celibato e la verginità non sono, come insegna la Chiesa Cattolica, un genuino e legittimo valore cristiano e tanto meno costituiscono uno stato superiore al matrimonio. Certamente la continenza è un dono di Dio, ma essa è tale miracolo e tale eccezione da non verificarsi quasi mai; il segno certo che non si ha tale dono è il fatto che normalmente l’uomo brucia di concupiscenza. La condizione normale dell’uomo decaduto esige, dunque, come rimedio morale, il matrimonio: esso è mandato divino e universale vocazione terrestre; è quindi il dovere e l’ideale dell’uomo. Coloro che si propongono la verginità e la continenza come uno stato di vita che comporta una maggiore perfezione e un maggior merito, compiono un atto presuntuoso e farisaico, opposto all’umiltà della fede fiduciale, essendo esso esclusivo dono di Dio impossibile a conquistarsi con le forze umane».
Sono gli stessi argomenti a cui risponde papa Pacelli con la sua Enciclica.
Si può dire che comune sia la radice degli errori condannati dal Concilio di Trento e da Pio XII. La dottrina circa la superiorità della verginità consacrata sul matrimonio è dottrina di Fede definita, ai sensi del can. 750 §2, per cui chi la rifiuta si oppone alla Dottrina della Chiesa Cattolica.
È chiaro che dall’affermazione della superiorità della verginità sul matrimonio, non segue che essa sia mezzo necessario alla perfezione cristiana, come lo prova l’esempio di tanti santi e sante, i quali furono coniugi fedeli, eccellenti padri e madri di famiglia.
La castità perfetta non è che un consiglio, un mezzo capace di condurre più sicuramente e più facilmente alla perfezione evangelica quelle anime «a cui è stato concesso» (Mt 19,11).
La castità perfetta esige, da parte di chi la professa, una libera scelta e da parte di Dio richiede un dono, una grazia.

- Alla luce dell’illuminato magistero di questo grande Pontefice, cosa dire a sacerdoti e religiosi per perseverare nell’angelica virtù?

La verginità – ricorda Pio XII – è una virtù difficile, che comporta anche una grande vigilanza e una lotta costante. La verginità è un sacrificio.
San Giovanni Crisostomo affermava che «la radice e il frutto della verginità è una vita crocifissa»; sant’Ambrogio paragonava la verginità ad un sacrificio; diversi Padri paragonano la verginità al martirio.
In particolare san Gregorio Magno insegna che la castità perfetta sostituisce il martirio: «Il tempo delle persecuzioni è passato, ma la nostra pace ha un suo martirio: anche se non mettiamo più il nostro collo sotto il ferro, tuttavia noi uccidiamo con la spada dello spirito i desideri carnali della nostra anima».
Benché la castità consacrata a Dio sia una virtù ardua, la sua pratica fedele, perfetta, è possibile alle anime che hanno risposto con cuore generoso all’invito di Gesù Cristo e fanno quanto è loro possibile per conservarla. Infatti per l’impegno assunto esse riceveranno da Dio una grazia sufficiente per poter mantenere la loro promessa.
D’altra parte questa virtù va custodita con una vigilanza continua ed una costante preghiera. La vigilanza comporta non solo la pratica della penitenza, ma anche e soprattutto la fuga, l’allontanamento da ogni occasione di peccato.
Purtroppo anche su questo punto non mancavano, e soprattutto oggi non mancano, errori e confusioni. Lamentava Pio XII: «Alcuni sostengono che tutti i cristiani e soprattutto i sacerdoti (ma lo stesso si può dire delle religiose e dei religiosi) non devono essere segregati dal mondo, come nei tempi passati, ma devono essere presenti al mondo, e perciò è necessario metterli allo sbaraglio ed esporre al rischio la loro castità, affinché dimostrino se hanno o no la forza di resistere». Si tratta di un errore funesto, che porta a conseguenze tragiche per tante vocazioni.
A questo Pio XII contrappone il pudore come la migliore difesa della verginità: «Il pudore non ama le parole disoneste o volgari e detesta una condotta anche leggermente immodesta [...] l’anima veramente pudica ha in orrore il minimo peccato di impurità e tosto si ritrae al primo risveglio della seduzione».
Alla vigilanza, al pudore devono però accompagnarsi i mezzi soprannaturali: la preghiera, i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia e una devozione ardente verso la Santissima Madre di Dio.