ATTUALITÀ
Famiglia, ordine e libertà
dal Numero 45 del 25 novembre 2018
di Lazzaro M. Celli

La sottomissione alla volontà di Dio è basilare anzitutto per coloro che ricoprono ruoli di autorità, ed è anche per la mancanza di questa virtù che oggi si va sempre più affermando la grande “crisi dell’autorità e della paternità”.

L’amore di Dio per l’uomo ha voluto che i luoghi in cui si è manifestato attraverso suo Figlio Gesù si conservassero ancora oggi. Tra questi ce n’è uno che richiama immediatamente la realtà familiare. Si tratta del santuario intitolato a san Giuseppe che conserva i resti dell’antica abitazione in cui Gesù è cresciuto a Nazareth, detto per questo anche Casa della Nutrizione. Ce ne parla, per la prima volta, un pellegrino di nome Arculfo nel 670.
Questo luogo ci riporta alla realtà familiare odierna. Certamente Gesù non aveva bisogno né di essere educato, né di apprendere un lavoro, eppure moltissime rappresentazioni pittoriche e rivelazioni di mistici ce lo presentano nella bottega di san Giuseppe intento ad aiutarlo. Questa sottomissione di Dio al padre putativo, pone alla nostra attenzione l’importanza della figura paterna.
San Giuseppe è il modello di padre a cui dovremmo guardare. Si dice comunemente che non s’impara il mestiere di padre prima di diventarlo. C’è però un esercizio preparatorio che tutti dovremmo fare, se veramente vogliamo uscire da quella che ormai, da quasi un decennio, è denominata “crisi della paternità”. L’esercizio di per sé sarebbe molto semplice, ma la durezza del nostro cuore a volte lo rende difficile. L’esercizio ce lo insegna direttamente san Giuseppe: per essere un buon padre di famiglia, un punto di riferimento per i figli, bisogna innanzitutto fare sempre la volontà di Dio.
Nelle rivelazioni mistiche della venerabile suor Maria d’Agreda sulla vita di Maria Santissima, si legge che l’Immacolata manifestò allo Sposo il proposito di permanere nella consacrazione della sua verginità a Dio e lo stesso fece san Giuseppe con la Vergine Madre. Questo ci porterebbe a concludere che il matrimonio tra i due sposi fu accolto per fare innanzitutto la volontà del Padre. San Giuseppe si mostra, dunque, uomo obbedientissimo alla volontà di Dio.
L’episodio evangelico in cui si presenta san Giuseppe agitato dalla necessità di prendere una decisione grave, ci mostra un uomo ancora obbediente alla volontà di Dio. Quando si accorge che l’Immacolata Vergine Madre è incinta, non mettendo in dubbio la santità di Lei, si rende conto di trovarsi al cospetto di un mistero più grande di lui, e un angelo gli chiarisce l’origine divina della gravidanza della sua Sposa. San Giuseppe, contro ogni logica umana, crede ed obbedisce e continua a vivere insieme all’Immacolata. I Vangeli, presentandoci il racconto del sogno che san Giuseppe ebbe, ci spingono ad ipotizzare che se il Santo non chiese mai spiegazioni dirette, fu solo perché nutriva una stima e un rispetto per la sua Sposa, e che mai e poi mai avrebbe osato credere ad un tradimento, anche se l’evidenza sembrava dargli torto.
Infine, c’è un secondo episodio evangelico che ci mostra san Giuseppe obbedientissimo alla volontà del Padre, ed è quello in riferimento all’episodio della fuga in Egitto.
L’obbedienza a Dio è, dunque, l’esercizio propedeutico che forma l’uomo ad essere anche un buon padre di famiglia, marito fedele e padre responsabile.
La distruzione di ogni forma di autorità, tra cui anche quella paterna, ha radici remote. Oltre al fatidico Sessantotto, di cui uno degli slogan sintomatici era “Né padri, né padroni”, bisogna risalire alla Rivoluzione francese che manifesta un programma sistematico di distruzione di ogni forma di ordine precostituito. La ghigliottina riservata a Luigi XVI doveva servire per suscitare un sentimento di svalutazione per l’autorità ed imprimerlo nell’immaginario collettivo. A tal riguardo, nel processo-farsa contro il Re, egli doveva essere ucciso per abbattere il simbolo della monarchia.
«Un re detronizzato – affermò Robespierre – serve soltanto a due usi: o sconvolgere la tranquillità dello Stato o mettere a repentaglio la libertà [...]. Ora qual è la norma che una sana politica prescrive per cementare la repubblica nascente? È quella di stampare profondamente nei cuori il disprezzo per la regalità e di colpire di stupore tutti i partigiani del re...» (1).
Non è un caso che le radici del femminismo allignano nel periodo in cui si verificano i primi effetti della Rivoluzione francese. Olympe de Gouges pubblicò nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ma per ironia della sorte finì sul patibolo condannata dallo stesso Robespierre che proibì le associazioni femminili, chiuse i loro clubs e ne interdì la stampa. Olympe de Gouges fu decapitata nel novembre del 1793 «per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso» ed «essersi immischiata nelle cose della Repubblica». In nome, naturalmente, della libertà.  

NOTA
1) http://win.storiain.net/arret/num131/artic2.asp