ATTUALITÀ
Una Risposta a tutte le domande. Intervista al card. Robert Sarah
dal Numero 32 del 12 agosto 2018
a cura di Fra’ Ambrogio M. Canavesi

«C’è un modo per tornare a centrare la nostra vita a quell’Uno che ci definisce – spiega il card. Sarah ai lettori de “Il Settimanale di Padre Pio” – ed è la preghiera silenziosa e contemplativa».

Nell’asfissiante avanzata della “dittatura del rumore”, trovare uno spazio in cui poter ascoltare la Voce di Dio è difficile, ma non impossibile, anzi urgente. «C’è un modo per tornare a centrare la nostra vita a quell’Uno che ci definisce – spiega il card. Sarah ai lettori de “Il Settimanale di Padre Pio” – ed è la preghiera silenziosa e contemplativa». A questa deve tendere con tutte le forze l’uomo di oggi se vuol tornare ad afferrare la Risposta a tutte le sue domande e offrirla ai suoi contemporanei.

D.: Eminenza Reverendissima, in qualità di Prefetto della Congregazione per il Culto divino ha firmato il decreto che ha istituito la memoria liturgica obbligatoria di Maria Madre della Chiesa per il lunedì dopo Pentecoste. È stupendo osservare come l’approfondimento teologico del mistero di Maria si traduca in quella teologia pratica e popolare che è la Liturgia universale della Chiesa, così da irrorare le membra del Corpo mistico con nuova linfa vitale. A suo modo di vedere che significato ha l’istituzione di questa memoria in questo momento in cui si notano in molti settori della Chiesa una crisi di fede?
R.: Il significato è che non si vuole solo istituire una “memoria” verso la Madre di Cristo, che è la Madre della Chiesa e di tutti noi, si vuole riportare concretamente tutto e tutti sotto la protezione della Madonna. Il decreto che istituisce la festa ricorda che Maria «stava presso la croce, accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini, impersonati da san Giovanni, il discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato». La vita e la fede nascono da un atto generativo, che è quello della madre che dà alla luce il figlio. Così è per ciascuno di noi. I periodi di crisi sono periodi di straordinarie opportunità, perché ci costringono a tornare al punto d’inizio, ci riportano al cuore della nostra vita e della nostra fede. Faccio un parallelismo, perché lo abbiamo visto in questi anni di crisi economica e sociale: tutti gli analisti e gli studiosi ci dicevano che si trattava di numeri, di economia e di finanza. E così l’uomo veniva messo da parte, e con l’uomo veniva messo da parte anche Dio, come un utensile di cui non si ha più bisogno. Poi si è capito ciò che fin dall’inizio era chiaro: vivevamo – e viviamo ancora – una profonda crisi antropologica, che sia papa Benedetto XVI sia papa Francesco avevano fin da subito denunciato. Il primo parlava del «deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose» (Motu Proprio Ubicumque et semper, 2010), e papa Francesco, parlando ai nuovi ambasciatori presso la Santa Sede il 16 maggio 2013, sosteneva che «la crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo!», aggiungendo: «Dietro questo atteggiamento si nasconde il rifiuto dell’etica, il rifiuto di Dio». Cosa ci fanno comprendere queste riflessioni? Che i numeri si affrontano con i metodi fallibili delle politiche, variabili a seconda degli Stati e delle epoche storiche. Mentre le crisi antropologiche e – direi – umane, si affrontano ricentrando tutto su ciò che definisce il cuore dell’uomo, ovvero l’incontro con Dio, che è l’incontro con Gesù e con sua Madre, la Madonna, ma anche la Chiesa. Quanto è importante, soprattutto per l’Europa, capire questo fatto, visto che essa è senza dubbio ormai il continente più secolarizzato del mondo! Ricordare che la Beata Vergine Maria è Madre di Dio, Madre Nostra e Madre della Chiesa è proprio prolungare e rinvigorire l’affidamento e l’attitudine filiale dei discepoli di Gesù verso di Lei. «Già fin dai tempi più antichi, infatti, la Beata Vergine è venerata col titolo di “Madre di Dio”, sotto il cui presidio i fedeli imploranti si rifugiano in tutti i pericoli e necessità» (Lumen gentium, n. 66).


D.: Il Lunedì di Pentecoste di quest’anno ha celebrato nella forma straordinaria del Rito romano la Messa conclusiva del pellegrinaggio tradizionale da Parigi a Chartres: che impressione ha avuto di fronte ai 15.000 pellegrini da tutto il mondo – perlopiù giovani – che hanno riempito la magnifica cattedrale di Chartres?
R.: Ho avuto la sensazione, ma direi quasi la certezza, che c’è una grande sete di Dio, un desiderio forte di incontrare Dio per permettergli di plasmare ciascuno di noi secondo «l’immagine del Figlio suo perché Egli sia il primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,6). Che i giovani sono sempre alla ricerca di quell’incontro capace di cambiare la loro vita, di dare senso alla loro vita, e che faccia comprendere loro la vocazione che li compie. In questo senso, trovo provvidenziale il Sinodo dedicato ai giovani e al discernimento che il Santo Padre si appresta a celebrare in ottobre con tutti i Vescovi del mondo. In un’Europa sempre più smarrita e preda della secolarizzazione e in un mondo che appare sempre più in pericolo a causa di numerosi fenomeni di carattere antropologico e politico, che vanno dalle questioni geopolitiche all’indifferentismo religioso, dall’insicurezza sociale ed economica ai problemi della famiglia, fino alle questioni che riguardano i tentativi di una ridefinizione dei sistemi valoriali che avevamo conosciuto fino ad oggi, il tema scelto per il prossimo Sinodo sembra quanto mai opportuno. Nella Lettera enciclica Lumen fidei papa Francesco scriveva proprio che la fede «non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (n. 53). È questo coraggio che occorre recuperare e che, credo, i giovani stanno cercando come aiuto dalla Chiesa, in risposta al loro male di vivere. Di fronte a quel pellegrinaggio, dunque, sono stato confermato nella convinzione che chi vuole incontrare Dio, ha bisogno di una proposta radicale, cioè totalizzante. Ed una Liturgia bella, sacra, mistica, contemplativa e silenziosa, può offrire momenti preziosi per incontrare intimamente il Signore Nostro Dio. E questa “offerta” è il compito a cui non possiamo sottrarci come Pastori. A Dio si dà tutto, perché Dio vuole tutto da noi.


D.: Il successo di questo pellegrinaggio, incentrato attorno alla forma straordinaria del Rito romano, dovrebbe farci riflettere sul significato profondo che la Liturgia può avere sulla vita spirituale dei giovani. Da pastore della Chiesa e da prefetto della Congregazione per il Culto divino cosa potrebbe dirci a riguardo?
R.: Riparto proprio dal termine della risposta precedente. Quei giovani hanno confermato ai miei occhi quanto le proposte annacquate siano insufficienti a rispondere alle esigenze del cuore. I giovani non vogliono una fede à la carte, come il menù di un ristorante. Questo è quanto vogliono farci credere i teorici di una società senza Dio o nella quale, nella migliore delle ipotesi, Dio è relegato a mero fattore privato. Invece il cuore dell’uomo è fatto per desiderare l’infinito: Dio fattosi uomo nella storia, con il nome di Gesù, è l’unica risposta a questa domanda. I giovani questo lo sanno, in fondo al loro cuore, anche se spesso sono indotti a nasconderlo: perché il loro futuro non è definito dal successo o dalla notorietà, ma dalla capacità di rispondere alle grandi domande dell’esistenza, su “chi sono”, “perché vivo”, “da dove vengo” e “dov’è il mio destino”. Vale anche per la Liturgia: chi cerca veramente non può accontentarsi di certe liturgie “pop” o “folcloriche” o “umanizzate” e “desacralizzate”, fatte soprattutto per attirare come se si fosse ad uno spettacolo teatrale. Chi cerca veramente chiede anche alla Liturgia la possibilità di avvicinarsi a Dio, di incontrare Dio personalmente ed intimamente adorarlo. La forma ordinaria come la forma straordinaria sono due preziosi tesori che la Chiesa deve custodire con la massima cura perché ci fanno crescere nella fede ed in una relazione personale ed intima con Dio. Nessuno deve essere perseguitato o disprezzato perché pratica la forma straordinaria e viceversa per chi celebra nella forma ordinaria. Come dice fortemente papa Benedetto XVI: «Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era Sacro, anche per noi resta Sacro e grande e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto» (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum). Ciò che importa principalmente è la glorificazione della maestà di Dio e la nostra santificazione.


D.: Lei ha scritto un libro interamente dedicato al silenzio. La completa assenza di silenzio nella nostra società è sicuramente uno dei fattori che più dimostrano come il mondo moderno sia un vero e proprio complotto contro la contemplazione, che esige silenzio e raccoglimento. Così i giovani – ma non solo – vivono totalmente immersi in una superficialità mondana che li rende incapaci di ascoltare la voce di Dio e della loro coscienza, facendone nella maggior parte degli “atei pratici”. Quali consigli vorrebbe dare a chi ha compreso l’importanza del silenzio ma difficilmente lo incontra nella vita quotidiana?
R.: Diciamo intanto che nella vita di oggi è estremamente difficile poter godere del silenzio. Siamo costantemente annegati nel rumore, nelle parole e nelle immagini che l’uomo moderno non conosce nessun riposo interiore e diventa cieco e sordo alle realtà di Dio. Viviamo immersi nella confusione sociale, siamo circondati dalle urla della politica, i giovani affogano nelle grida dei social network e delle false notizie. Tutti, più o meno, si sentono stringere dalla morsa della solitudine. Ed è paradossale! Nel mondo più “interconnesso” che abbiamo mai conosciuto, l’uomo sembra vivere una condizione di solitudine massima e di povertà tragica nelle relazioni personali vere. C’è una quasi totale chiusura alla capacità di porsi in relazione con l’altro e, quindi, con Dio. È una situazione drammatica, che ci riporta a quella crisi antropologica di cui parlavo sopra. C’è un modo, però, per tornare a centrare la nostra vita a quell’Uno che ci definisce, ed è la preghiera silenziosa e contemplativa. Ecco la grande speranza che possiamo offrire a chi si mette in ricerca. La preghiera è lo strumento che Gesù ci ha insegnato per aprire il cuore a Dio e metterci in dialogo con Lui. Il mio consiglio, allora, è quello di seguire ciò che ci indica Gesù stesso: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt, 6,5-8). Proviamoci, perché non esistono altri modi: il “fare fare fare” prima o poi diventa sterile e si esaurisce, lasciandoci più aridi di quando si è cominciato. Un secondo consiglio è: reimpariamo a leggere i libri sacri della Rivelazione e gli scritti dei Padri della Chiesa. Lì incontriamo il Dio silenzioso ed impareremo da Lui ad essere silenziosi. Leggere è costringersi ad ascoltare con attenzione; leggere è imparare ad entrare nelle regioni più profonde del tuo essere con la guida di un’altra persona con più esperienza per ascoltare e contemplare nel silenzio; leggere necessita silenzio, ascolto e solitudine interiore. Ed il silenzio mi aiuta ad incontrare me stesso e ad incontrare Dio. Pregare ed ascoltare sono quasi due componenti, attributi che si assomigliano.


D.: Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della morte (e il centenario della stimmatizzazione) di san Pio da Pietrelcina, a cui il nostro settimanale è dedicato: san Pio è un esempio fulgido dell’importanza della Santa Messa nella santificazione dell’anima e di come la Liturgia eucaristica si prolunghi nella vita quotidiana, fino a fare di tutta l’esistenza un’offerta a Dio in unione con l’Agnello immacolato che si immola sui nostri altari. Cosa ha da insegnare san Pio agli uomini di oggi, ai sacerdoti così come ai religiosi e a tutti i laici?
R.: San Pio è un esempio di come lo stare con Dio cambi la vita. San Pio è un esempio di come non si possa essere santi senza la carità, cioè senza l’Amore. Fare e basta non serve se non si è “in” Dio. Di questo san Pio è un testimone fulgido: nel silenzio, nella sofferenza offerta, nella preghiera, nella Liturgia eucaristica, nell’assistenza ai malati, negli incontri di conversione: in ogni occasione egli manifestava l’azione di Dio attraverso la sua persona, rendeva evidente come fosse Dio che agiva e agisce nella storia degli uomini che Lo incontrano. Così diceva, infatti: «Per riformare gli uomini non è sufficiente l’amarli. È necessario amare prima Dio ed il sacrifizio». Come farlo? Con la preghiera che, diceva san Pio, «è la migliore arma che abbiamo, una chiave per aprire il cuore di Dio». Il Santo di Pietrelcina, in ultima analisi, ci insegna che solo una vita di conversione continua, quotidiana, è una vita vera. Una vita che ha in Dio il suo cuore e il suo baricentro, e che per questo non può fare a meno della croce. Ascoltiamo il suo pensiero in questo senso: «Tieniti sempre stretto alla croce, perché essa non opprime; se il suo peso fa vacillare, la sua potenza solleva». Quanto è attuale questa frase in un mondo che ha fatto della croce un simbolo da eliminare e che la considera, perfino tra molti cattolici, un segno di divisione, anziché dell’Amore universale che Dio ha per noi. Ho sempre consigliato di edificare la nostra vita cristiana su tre pilastri: “Crux, Hostia et Virgo: la Croce, l’Ostia e la Vergine Maria”. Con questi pilastri ci edifichiamo in Cristo Gesù. Padre Pio ci insegna che dobbiamo cercare a conformarci, ad assomigliare a Cristo e conoscere la comunione alle Sue sofferenze, “facendoci conformi alla sua morte sino a portare le stimmate di Gesù nel nostro corpo” (cf. Gal 6,17). San Pio ci insegna a rimanere uomini e donne di fede, di carità e di speranza pienamente radicati in Cristo. Malgrado tutto ciò che dovremo soffrire per il nome del Signore.


D.: Nel suo ultimo libro ha segnalato come questa sua meditazione sul silenzio è nata soprattutto a causa dell’incontro con fra’ Vincent-Marie de la Résurrection, canonico dell’abbazia di Lagrasse, malato di sclerosi multipla e deceduto nel 2016 a soli 37 anni. Nella sua omelia a Chartres ha fatto riferimento anche alla figura del colonnello Arnaud Beltrame, morto per aver volontariamente sostituito un ostaggio durante l’azione terroristica a Trèbes nel marzo 2018. Figure sicuramente diverse ma che hanno in comune l’esercizio eroico delle virtù: perché le ha presentate all’attenzione di noi fedeli?
R.: Le ho volute presentare perché le virtù eroiche di chi dà la propria vita per gli altri ci aiutano a tenere fisso lo sguardo su Dio. Il quale ci chiede molto, ma mai cose al di sotto delle nostre possibilità, perché ha fatto sì che diventassimo suoi amici. Leggiamo in Gv 15,12-13: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». È l’Amore la chiave di tutto: amare gli altri, perché per primi siamo stati amati da Dio. In tal modo le virtù sono certamente “eroiche”, ma questo non vuol dire irraggiungibili: significa che sono “ordinarie”, ovvero alla nostra portata. Di fatti la vita ordinaria è inseparabile da una vita sempre offerta, sempre sacrificata. Gesù ci chiede di fare esattamente ciò che ha fatto per noi, di essere perfetti come è perfetto il Padre Nostro che è in Cielo (cf. Mt 5,48). Nient’altro! Abbassare le esigenze del Vangelo è falsificare la Parola di Dio e correre il rischio di dover combattere contro Dio (cf. At 5,38). Siamo chiamati ad amare, sacrificare ed offrire la nostra vita a Dio e per gli altri per amore di Dio. Questo lo impariamo nella Santa Messa che è Sacrificio, vita di Gesù offerta al Padre e agli uomini. Tutti possiamo arrivarci. Così è la santità, alla quale tutti siamo chiamati, e bene ha fatto papa Francesco a ricordarcelo con l’Esortazione Gaudete et exultate. Siamo stati creati a immagine di Dio: il che non vuol dire, ovviamente, che siamo Dio, sarebbe una bestemmia!, ma proprio il contrario: cioè che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). L’esercizio eroico delle virtù di chi ha donato se stesso per l’altro, ancora una volta, ci aiuta a ricentrare il nostro sguardo e la nostra vita su Dio e in Dio. Oggi più che mai abbiamo bisogno di fare memoria di queste figure, come il colonnello Beltrame o fra’ Vincent-Marie de la Résurrection, ma ve ne sarebbero molte altre (quanto è ricca la Chiesa in tal senso!), che con la testimonianza e l’esempio, nel dolore e nella sofferenza, possono accompagnarci a un incontro pieno e consapevole con il Mistero incarnato.