ATTUALITÀ
Killfie... quei selfie che uccidono
dal Numero 27 del 8 luglio 2018
del dott. Francesco Fratte

Il selfie è un autoscatto fotografico, attraverso un dispositivo digitale puntato verso se stessi, e condiviso sui social network. L’istantaneità della foto e della condivisione con altri risulta talmente entusiasmante per molti da renderlo un fenomeno ormai esteso anche se ancora poco studiato.

Il selfie è un autoscatto fotografico, attraverso un dispositivo digitale puntato verso se stessi, e condiviso sui social network. L’istantaneità della foto e della condivisione con altri risulta talmente entusiasmante per molte persone da renderlo un fenomeno ormai esteso anche se ancora poco studiato.
Purtroppo negli ultimi anni si sta assistendo ad un aumento della percentuale di decessi causati dai selfie, tanto da aver fatto coniare, per questi selfie “mortali”, il nome di “killfie”: i selfie che uccidono.
Recentemente, ad esempio, il quotidiano britannico Independent ha riportato la notizia dell’ennesimo selfie mortale scattato in India, dove un uomo, volendo fare un selfie con un orso ferito, è stato sbranato dall’animale sotto gli occhi di alcuni testimoni che, addirittura, hanno filmato, con i loro cellulari, la scena raccapricciante, pubblicandola su youtube!
Tra le vittime più clamorose del web il cinese Wang Yong Ning di 26 anni. Era famoso sui social perché si filmava e si faceva selfie arrampicandosi su costruzioni altissime a mani nude e facendo esercizi ginnici sospeso nel vuoto. Nel 2017, mentre filmava la sua ultima esibizione, è precipitato nel vuoto.
Sembra che la moda di questi selfie temerari sia stata lanciata dal russo Alexander Remnev diventato famoso grazie alle foto scattate, in situazioni di estrema pericolosità, sulla cima dei grattacieli di tutto il mondo.
In genere il killfie riguarda persone che cadono da edifici, montagne o altre altezze spericolate anche se molti altri ancora sono i tipi di autoscatto con quella ricerca ossessiva di un selfie spettacolare, estremo, pericoloso. Molti Stati, ormai allarmati, stanno ideando misure di sicurezza e stanno investendo sulla prevenzione e sulla formazione nelle scuole.
Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Carnegie Mellon University e dell’Indraprastha Institute of Information Delhi, in tutto il mondo 127 persone sono morte e molte sono state ferite, da marzo 2014 a settembre 2016, nel tentativo di fotografare se stessi in luoghi pericolosi.
Gli studiosi dell’Università Cattolica di Milano, mediante una ricerca, hanno individuato diversi motivi per fare un selfie. Il motivo principale è “per sentirsi apprezzato dagli altri”, seguito dalla “vanità” e “dalla voglia di raccontare un momento della propria vita”. All’ultimo posto tra le motivazioni sono invece “per divertire e far ridere” e “per sedurre”.
La finalità del selfie è quella di ricevere commenti. Una volta che la foto è stata postata sul web si attende, con apprensione, il commento e l’approvazione da parte del pubblico.
Dalla ricerca emerge anche che le donne fanno più selfie rispetto agli uomini e danno molta importanza ai commenti ricevuti.
Scattarsi un selfie permette di far vedere agli altri chi siamo o chi vogliamo essere per poi esibire, su larga scala, un sé virtuale. Si tratta di un fenomeno che, a quanto risulta, implementa il desiderio di apparire e di sentirsi approvati. Uno studio su Facebook, effettuato con il Narcisism Personality Inventory e la scala di stima di Rosenberg, ha individuato, ad esempio, che le persone che usano Facebook tendono ad avere personalità narcisistiche, mentre uno studio condotto presso l’Università di Buffalo ha rivelato che le persone che condividono più foto on-line sono quelle la cui autostima è costruita sui giudizi altrui.
Negli Stati Uniti, dal dibattito intorno al fenomeno degli autoscatti, è emersa la Selfie syndrome definita «un disturbo che genera eccessiva preoccupazione riguardo l’esposizione della propria immagine sui Social Media». Il professor Larry Rosen della California State University ha ricondotto questo fenomeno a caratteristiche narcisistiche. Un’attività tipica delle persone narcisistiche, infatti, è quella di mettere on-line foto di se stessi più che di altri. Secondo alcune ricerche, coordinate dal professore californiano, è emerso che il “narcisista” tende ad usare i social network come mezzo di auto-promozione e riconoscimento. In particolare, viene riscontrata la forte correlazione fra il bisogno patologico di ammirazione espresso dal narcisista e la pubblicazione compulsiva dei selfie. Secondo gli studi in corso in questi anni, l’uso eccessivo dei social network può essere collegato a problemi psichiatrici (disturbo da deficit di attenzione e iperattività, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo da personalità narcisistica, ipocondria, disturbi schizoaffettivi e schizotipici, disforfia corporea, voyeurismo, dipendenza) ed anche i selfie al narcisismo, alle dipendenze e alle malattie mentali.
Sebbene le manifestazioni on-line del narcisismo potrebbero essere solo un meccanismo di auto-presentazione per compensare un’autostima molto bassa, tuttavia, quando questi sforzi vengono rinforzati e premiati da altri, essi favoriscono la distorsione della realtà e il consolidamento delle illusioni narcisistiche fino a sfociare in un vero e proprio disturbo mentale. L’American Psychiatric Association, infatti, mette in guardia dalla possibilità di sviluppo di una patologia designata col termine di selfitis che è caratterizzata dal desiderio ossessivo compulsivo di realizzare fotografie di se stesso per poi postarle. La gravità del disturbo è valutabile in base alla scaletta fornita dalla stessa American Psychiatric Association: selfitis borderline, selfitis acuta e selfitis cronica.
Secondo gli psichiatri USA, al momento non esiste una cura ma è possibile ottenere miglioramenti grazie ad una Terapia Cognitivo-Comportamentale.
Alcuni psicologi della Nottingham Trent University e della Thiagarajar School of Management in India, in uno studio pubblicato sull’International Journal of Mental Health and Addiction, hanno indagato il curioso fenomeno di dipendenza dall’autoscatto e hanno rilevato, alla base di questa deviazione mentale, una disperata ricerca di attenzione e il desiderio di sentirsi parte di un gruppo sociale.
Quali sono i parametri da considerare per sospettare un disturbo mentale?
Secondo il ricercatore Jesse Fox gli uomini che pubblicano molti selfie non hanno sempre delle gravi patologie da curare. Di sicuro, però, hanno livelli medi più alti di alcuni atteggiamenti indicanti un certo squilibrio. Anche l’abitudine di modificare le fotografie applicando dei filtri denota un livello di auto-oggettivazione più alto della media. Un’auto-oggettivazione che, nelle donne, potrebbe portare allo sviluppo di depressione e di disturbi alimentari.
Il dottor Claudio Mencacci, medico psichiatra e presidente della Società Italiana di Psichiatria, chiarisce che i parametri in base ai quali viene fissata la soglia per la diagnosi di un disturbo mentale sono il parametro di gravità dei sintomi e il parametro relativo al grado di sofferenza e di compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e relazionale dell’individuo. Dunque i disturbi mentali sono di solito associati a un livello significativo di disagio nella vita sociale, nel lavoro o in altre attività importanti.
Quando non si manifestano importanti segni di disagio sociale gli amanti dei selfie possono tirare un sospiro di sollievo ma non abbassare la guardia nei confronti di un fenomeno da tener sempre sott’occhio sia per gli adulti ma soprattutto per bambini e adolescenti.