ATTUALITÀ
Terremoti. Una nuova sensibilità per ricominciare
dal Numero 15 del 15 aprile 2018
di Roberto Ciccolella

Dopo i grandi sismi in Italia si nota un positivo cambiamento di rotta nella ripresa socio-economica e culturale. Brillano gli esempi di ripartenza a partire dal piccolo e ciò sta a dimostrare che con le risorse che il Signore dona e vero spirito solidale si può uscire da ogni situazione.

Il nostro Paese coabita da sempre con fenomeni sismici, ma ogni volta che veniamo colpiti sembra una casualità imprevedibile. Dopo gli ultimi grandi terremoti avvenuti a partire dal 2009 sta però maturando una sensibilità diversa. È importante prepararsi per tempo e dopo la tragedia ricostruire non solo gli edifici ma anche il tessuto sociale ed economico, per preservare una storia impregnata di fede, cultura tradizionale, amore alla terra e bellezza: quello di cui il XXI secolo ha più bisogno.
L’83% del territorio italiano è a rischio sismico e a partire dal 1944 secondo i calcoli dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) ci sono stati circa 200 miliardi di euro di danni. Se calcoliamo i morti da inizio secolo si raggiunge la cifra di 670 vittime, con migliaia di feriti e decine di migliaia di sfollati che spesso non tornano più nella propria terra di origine. Da un lato il terremoto ci ricorda che la nostra esistenza terrena è polvere e che l’unica vera certezza sta nell’affidarsi a Dio e nell’essere sempre pronti – in stato di grazia – perché il Signore potrebbe chiederci conto della nostra vita in ogni istante. Dall’altro però dobbiamo essere ben coscienti che il patrimonio architettonico, culturale e anche sociale del nostro Paese è un tesoro prezioso e ammirato in tutto il mondo: indica come l’arte, l’intelligenza e l’operosità ispirati dalla Fede cristiana sono stati capaci di produrre per secoli una civiltà del bello e della virtù.
Dopo i tristi eventi che hanno colpito l’Aquila nel 2009, la pianura Padana nel 2012 e il Centro Italia nel 2016 e 2017, sta però maturando una sensibilità diversa. Non solo cambiare standard edilizi e urbanistici ma anche investire sulla rinascita economica e sociale dei territori. Infatti molte aree sismiche si trovano in regioni che vedono un lento spopolamento dai paesini verso le città, dinamiche bruscamente accelerate dai terremoti. Se non c’è lavoro e non c’è alcun legame identitario, per un ragazzo o una giovane famiglia serve a poco poter ricostruire la casa e spesso si finisce con l’andar via. La perdita quindi è doppia perché oltre a vite e soldi si perdono anche radici e cultura. Per fare un paragone, a Los Angeles dove aspettano un grande sisma, il cosiddetto big one, i piani di emergenza prevedono di far ripartire al più presto le aziende locali per non far spopolare la città; inoltre il Comune aiuta i cittadini dei quartieri a conoscersi fra loro e coordinarsi per aiutarsi a vicenda nel gestire l’emergenza se ci dovessero essere delle scosse.
L’inversione di rotta qui da noi sembra cominciata dall’Emilia, dove nel 2012 fu devastato un intero distretto specializzato nel biomedicale e in altre produzioni a valore aggiunto. In quel caso gli imprenditori si sono dati da fare senza attendere l’aiuto dello Stato, sia organizzandosi e aiutandosi fra loro, sia grazie alle assicurazioni che in molti avevano stipulato. Il cambio di paradigma è stato netto, la gente dell’Emilia ha evitato un approccio assistenzialista ed ha messo in moto una faticosa ma spedita opera di ricostruzione a partire dalle stesse risorse della società civile ed imprenditoriale. Questo ha permesso allo Stato di impiegare la gran parte degli 8,2 miliardi stanziati con vari provvedimenti nel recupero di scuole, chiese e infrastrutture – cioè di focalizzarsi sul patrimonio comune di radici e legami che uniscono la gente alla loro terra. Se il recupero delle chiese ha purtroppo visto delle stonature architettoniche, va detto che sul piano sociale dopo sei anni davvero è stato fatto moltissimo e che ormai quella zona ha ripreso a vivere e la stragrande maggioranza dei cittadini è tornata a casa.
Così nel 2016 quando ad essere colpite sono state le regioni del Centro Italia, la cui capacità produttiva ed economica è inferiore, si è capito che al contrario bisognava stanziare molti soldi (circa 2,5 miliardi) proprio per supportare aziende e posti di lavoro, perché da lì sarebbe cominciata la ricostruzione. Questo terremoto ha registrato centinaia di scosse lungo un periodo di diversi mesi, per cui si stenta ancora a uscire dalla fase emergenziale ed entrare in quella della ricostruzione. Però brillano molti esempi positivi di ripartenza a partire dal proprio piccolo: come quello di una cooperativa casearia che raccoglie il latte per i suoi prodotti dalle stalle terremotate in Umbria, in modo da permettere a diverse piccole aziende familiari di sopravvivere; oppure una impresa di componenti tecnologiche nelle Marche che, come progetto sociale, si è impegnata a rilanciare il turismo nei pressi di un’abbazia da poco restaurata e ridonata al culto. Non dimentichiamo poi i monaci benedettini di Norcia che hanno saputo mostrare a tutto il Paese che la chiave per ricominciare è la preghiera. Insomma, pur nella tragedia, a partire dalle risorse che il Signore ci ha donato e senza aspettare solamente l’intervento statale, si può rinascere.